Photo credit: Musée des beaux-arts de Montréal.
Photo credit: Musée des beaux-arts de Montréal.

La prima volta che ho visto le opere di Adel Abdessemed fu in occasione della sua prima personale in Italia, intitolata Le Ali di Dio, organizzata quasi dieci anni fa tra lo scalpore per alcuni video che ritraevano animali destinati al macello e simbologie religiose stravolte. Ricordo che il curatore Francesco Bonami, che propose la mostra alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, ci spiegò che l'arte di Abdessemed colpisce e resta impressa perché parla di amore senza la sua debolezza romantica.


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Un concetto che a prima vista può risultare difficile da capire, richiede l’interesse di andare oltre la volontà dell’artista di essere completamente, brutalmente, onesto e diretto rispetto ai temi trattati, quasi sempre riconducibili a conflitti e tensioni. Ma una volta che si trova la giusta chiave di lettura, oltre l’evidenza delle immagini, si avverte come “Abdessemed utilizza l'amore come forza, mai come sentimento” ed è proprio per questo, nonostante l’aggressività visiva dei suoi lavori e vista invece la loro potenza evocativa, che l’artista è stato invitato dal Museo delle Belle Arti di Montréal a celebrare l’anno per la pace.

Dal novembre 2016 infatti, momento in cui è stato inaugurato un nuovo grande Padiglione intitolato a Michal e Renata Hornstein - cittadini d’elezione canadese sopravvissuti all'Olocausto, immobiliaristi e collezionisti dal fiuto incredibile, le cui opere sono oggi parte della collezione del museo – è stato promosso un periodo di 365 giorni che oltre ad una fitta programmazione di mostre ed incontri, metterà a disposizione due piani dell’istituzione per promuovere l’arteterapia per scuole, università, visitatori e tutte le strutture civili che ne faranno richiesta.

In questo contesto, le opere di Adel Abdessemed assumono un significato ancora più forte, impattante. L’artista, nato nel 1971 in Algeria e testimone nel 1992 del colpo di stato militare che lo costrinse a lasciare il suo paese, da allora ha vissuto e lavorato in giro per il mondo, da Parigi a New York, da Berlino a Londra. Una vita irrequieta che gli ha procurato in fretta l’etichetta di enfant terrible, di artista crudo e diretto, dall’occhio sempre aperto su una società contemporanea ostile, una realtà costruita sui contrasti generati dalle differenze di genere, di religione, di provenienza sociale e geografica. Le opere di Abdessemed parlano di superamento della paura e di tabù, creano una tensione tra le immagini proposte e la violenza delle idee che queste sottendono, ci spingono a confrontarci con un mondo spesso cruento, a non ignorarlo.

Allo stesso modo, all’interno dello spazio dedicato nel Padiglione della pace, le opere di Adel ci interrogano in merito al simbolismo delle immagini di guerra. Una serie di trentuno disegni a carboncino su carta ritraggono soldati a grandezza naturale, in movimento e impegnati in azioni di guerra che si svolgono – potenzialmente - tutt’intorno a noi visitatori. Queste immagini rimandano ad un’iconografia militare che tutti riconosciamo come familiare, il che rende più tragico e violento l’impatto, la denuncia di Abdessemed che ha dichiarato, rispetto a questo tema e queste opere, "Non parlo, non scrivo, grido".

Fa parte dell’esposizione anche un altro disegno, Cri (2017), realizzato appositamente per questa mostra e ispirato alla famosa fotografia della cosiddetta "Napalm Girl", scattata da Nick Ut in Vietnam. Oggi la signora Kim Phuc vive in Canada e lavora come ambasciatrice di buona volontà dell'UNESCO, appoggiando tra le altre attività le iniziative del Museo delle Belle Arti, perché ritiene che educherà attraverso l’arte le generazioni future: “L'arte ci ricorda che non possiamo dimenticare il passato, ma possiamo cambiare il futuro". 

@benedettabodo

Adel Abdessemed: Conflict

Musée des beaux-arts, Montréal

17 febbraio – 07 maggio 2017

https://www.mbam.qc.ca/en/exhibitions/on-view/adel-abdessemed-conflict/

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