Francobollo palestinese creato da Khaled Jarrar
Francobollo palestinese creato da Khaled Jarrar

Quel che succede sul nostro pianeta, con i suoi fatti di cronaca, le rivoluzioni epocali e le scoperte scientifiche - in generale con tutte le sue vicissitudini - lo veniamo a sapere prevalentemente tramite i media, che raccolgono informazioni da ogni dove e le riversano nelle nostre case attraverso internet, la televisione, i giornali. Rimaniamo quindi – giustamente, inevitabilmente - a distanza di sicurezza da quei luoghi teatro di divisioni e lotte interne, crocevia di tensioni e sofferenze legate a conflitti di religione, politici ed economici.


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Situazioni al limite dell’umana concezione che da sempre segnano la vita dei popoli, ma mai come nel nostro tempo possono essere denunciate in tutto il mondo, ed addirittura possono essere raccontate nel dettaglio. Il problema è che in poco tempo siamo arrivati al punto di abituarci ed assuefarci al dolore, alla violenza che non bussa davvero alla porta di casa nostra ma che ci esplode comunque negli occhi tutti i giorni.

Uno scossone rispetto a questo tipo di reazione può arrivare sotto forme differenti, ed una di queste è legata al mondo dell’arte: così come noi rispondiamo in maniera differente quando gli avvenimenti ci toccano personalmente, così anche molti artisti vivono in prima persona realtà complesse e drammatiche. Descrivendo in prima persona il mondo da cui provengono, si avverte nelle loro opere il senso di responsabilità di chi deve portare un messaggio non banale, non pietoso, non tradizionale, perché è necessario che chi sta ascoltando registri le informazioni. E non dimentichi, ma si impegni ad approfondire, magari a contribuire a cambiare le cose.

Nato nel 1976 a Jenin, in Cisgiordania, Khaled Jarrar è un artista che oggi si batte, vive e lavora a Ramallah, in Palestina. Dopo un periodo di studi concluso negli anni Novanta presso il Politecnico della capitale, dove si è specializzato in Interior Design, ha iniziato il suo percorso artistico e scelto di laurearsi, anche se diversi anni dopo (nel 2011), all’Accademia delle Belle Arti. È stata un’ulteriore soglia da varcare, solo l’ultima di una serie aperta dalla sua testimonianza di artista “resistente” e dal suo vissuto, ovvero il fulcro del suo lavoro, quello che viaggia in tutto il mondo attraverso mostre personali e collettive, quello che ha portato il suo sguardo sulla realtà palestinese ed israeliana sotto gli occhi di tutti. Anche quando lui non ha potuto seguirlo, bloccato dalle autorità all’interno dei confini del suo paese perchè viaggiare non è una sua scelta, né un suo diritto. “Il suo lavoro è investito dalla testimonianza della realtà e dal catturare la storia come si dipana davanti ai suoi occhi – ha commentato il curatore e critico Massimiliano Gioni – purtroppo, è fin troppo chiaro che la realtà e la storia fanno a modo loro”.

Khaled Jarrar è noto per installazioni, performance, reportage e documentari, come The Infiltrators, presentato nel 2012 e vincitore di premi prestigiosi, tra cui la nona edizione del Dubai International Film Festival. Una viaggio all’interno del viaggio stesso, quello di un gruppo di palestinesi che attraversano da clandestini il muro di separazione tra Israele e Cisgiordania. Un lavoro che lo ha definitivamente consacrato nella rosa degli artisti capaci di piegare ogni mezzo a disposizione, che sia una fotografia oppure un video, alla necessità di far recepire e percepire la realtà spiazzante e violenta in cui è nato e ha scelto di vivere. Sono oltre dieci anni che Jarrar ha preso in mano la sua vita e ne ha fatto una testimonianza, una richiesta di ascolto, raccontando per sensazioni l'impatto delle lotte elettorali sui cittadini, l'occupazione israeliana della Cisgiordania, la clandestinità e la perdita di libertà di un popolo, attraverso lavori come Vivere e lavorare in Palestina, una serie di timbri e francobolli dello Stato di Palestina apposti su passaporti e su lettere da spedire, una forma di resistenza simbolica all’occupazione israeliana. Evidenziando ogni volta come le barriere che limitano la libertà dei popoli, fisiche e mentali, nulla possono contro la volontà di espressione, l’arte e la cultura.

“Tutto quello che faccio è in nome dell’arte, mi piace l’idea che l’arte ci dia tutta questa libertà e lo spazio per praticare la nostra creatività concretamente, non solo sulla carta. È così che possiamo sollevare domande e raccontare le storie che porteranno a soluzioni che ci permetteranno di andare oltre i confini.”

 @benedettabodo

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