photo credit © 2014 Monica Bonvicini / Website by AC
photo credit © 2014 Monica Bonvicini / Website by AC

Inaugurato nel 2002, il Baltic centre for contemporary art è il fiore all’occhiello del lungofiume di Gateshead ed è conosciuto per essere una vera e propria fabbrica dell’arte, la più grande del Regno Unito dati i suoi 2600 mq. Realizzato in vecchio deposito del grano in disuso, negli ultimi quindici anni il Baltic ha accolto il lavoro di circa 350 artisti provenienti da oltre 50 paesi, organizzando quasi 200 mostre nei quattro piani a disposizione.


LEGGI ANCHE : Carne y Arena (Virtually Present, Physically Invisible) di Alejandro Iñárritu al Festival di Cannes e alla Fondazione Prada


Oggi è la volta di Monica Bonvicini, considerata a ragione uno dei grandi nomi italiani del panorama artistico contemporaneo internazionale. Una vera celebrità, premiata nel 1999 con il Leone d’oro alla Biennale di Venezia – culla della sua infanzia e giovinezza dal 1965 fino al suo radicarsi a Berlino, sua attuale base operativa – e nel 2003 alla Biennale di Istanbul. Dagli anni Ottanta non è più cittadina del Bel Paese, dal momento che ha scelto di proseguire gli studi all'Hochschule der Künste di Berlino e poi al California Institute of the Arts di Valencia in California, muovendo i primi passi che la portano ad allontanarsi dall’arte “tradizionale”.

Come dice lei stessa, “Il mio primo amore è stato la pittura. Ma era un’arte troppo solitaria. Lavorare con lo spazio è più bello. Ho spesso bisogno della collaborazione di diverse compagnie edili”.

Il suo lavoro, soprattutto nell’ultimo decennio, si è concentrato sempre più sul vivere contemporaneo e in particolare sui legami esistenti tra strutture fisiche – intese come architettura – ed equivalenti in termini di scalata al potere. Un terreno di ricerca vasto e complesso, un occhio che si sofferma su spazi, generi e manifestazioni del concetto stesso di potere, traducendoli in messaggi che sono - appunto - opere d’arte.

Bonvicini utilizza da sempre media molto diversi, da video e fotografie alle enormi installazioni, dalle decine di disegni, progetti e collage alla scultura. La sua è una ricerca consapevole, che parla di pregiudizi e sessismo, di meccanismi economici che regolano classi sociali e dettano legge, di libertà limitata anche a livello culturale. Un’analisi diretta e in qualche modo spietata, ma non per questo mancante di un certo sense of humor. “Non amo le allusioni. I medium. Il mistero. Se voglio parlare di vanitas non ricorro a uno specchio teatrale, artefatto, adulterato, ma a uno specchio vero. Come si dice? What you see is what you get”

Per questo motivo spesso i suoi lavori invitano lo spettatore a stabilire un contatto fisico, incoraggiando le persone a interagire con le opere per dar loro un senso, camminandoci sopra, toccandole, annusandole e persino danneggiandole, se questo stimola una riflessione partecipe. Come nel caso di Plastered (1998), pavimento in cartongesso che si distrugge progressivamente con il passare del pubblico, in una rilettura critica dell’identità delle gallerie d’arte. Oppure l’installazione Stonewall III (2002), realizzata con tubi d’acciaio galvanizzato e maglie di catene intrecciate, al loro interno lastre sfondate di vetro infrangibile. Il titolo dell’opera è un riferimento agli scontri avvenuti nel 1969 fra la comunità gay e la polizia di New York. "Pensavo ai cancelli di Cady Noland e all'architettura pubblica con la sua accessibilità e la sua monumentalità, come un simbolo nazionale del potere. Volevo mostrare che, anche se si ha un cancello davanti, ciò non significa che non si può fare o cambiare nulla."

In mostra al Baltic alcuni pezzi molto famosi della produzione della Bonvicini, tra cui la serie Leather Tools (2009), composta da strumenti ed utensili di uso comune rivestiti in pelle nera, che strizzano l’occhio al sadomaso, al feticismo e di nuovo al concetto di potere. Ma anche i disegni a tempera e vernice spray della serie Hurricanes and Other Catastrophes (2008) e ancora, Light Me Black (2009), struttura composta da 144 tubi al neon uniti tra loro, racchiusi e sospesi, e Chain Leather Swing (2009), un’amaca fatta di catene e nappe di pelle.

@benedettabodo

Monica Bonvicini. Her hand around the room

Baltic – Centre for Contemporary Art, Gateshead (UK)

18 novembre 2016 – 26 febbraio 2017

http://www.balticmill.com/whats-on/monica-bonvicini

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE