Non è detto che le grandi donne siano sempre dietro i propri grandi uomini, a volte sono al loro fianco e condividono con loro la scena e – in questo caso – l’ispirazione e l’incredibile creatività. Parliamo di Marisa Merz, unica donna ammessa nel circuito dell’Arte Povera, protagonista silenziosa e schiva della scena artistica italiana da oltre cinquant’anni nonché moglie del compianto Mario, il papà degli igloo e delle infinite serie di Fibonacci.  

Photo credit Fondazione Merz
Photo credit Fondazione Merz

Nonostante l’imponente ed esuberante presenza del marito, Marisa ha portato avanti con coerenza ed eleganza un percorso intimistico ed enigmatico, per molti versi visionario, che nell’arco di cinque decadi si è ancorato nell’immaginario collettivo non con meno forza delle opere di Mario, famose e riconoscibili in tante collezioni – museali e non – in giro per il mondo.


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Al punto che oggi sono stati due i musei americani impegnati nella curatela della prima grandiosa retrospettiva dedicata alla minuta artista torinese: l’Hammer Museum di Los Angeles ed il Metropolitan Museum of Art di New York, che hanno collaborato a stretto giro con la Fondazione Merz di Torino per documentare ed aggiornare il lavoro di Marisa.

Classe 1926, Marisa esordì nel mondo dell’arte esattamente quarant’anni più tardi, esponendo nel suo studio di Torino alcune sculture realizzate con lamine di alluminio, opere dalle forme mobili e irregolari, che si opponevano con forza alla scultura tradizionale, terrena e pesante. Furono il suo interesse per i materiali grezzi – terra cruda e alluminio, ma anche cera e oggetti del quotidiano -, ed il suo minimalismo ad avvicinarla al gruppo dell’Arte Povera, di cui faceva parte anche Mario, all’epoca suo marito da oltre quindici anni.

Nel 1968, in occasione della collettiva Arte Povera + Azioni Povere cui fu invitata a partecipare, Marisa scelse di esporre alcune opere realizzate utilizzando delle coperte arrotolate e trattenute con filo di rame oppure nastro adesivo (Senza Titolo, 1966) ed altre ispirate all’infanzia della figlia Beatrice, realizzate ancora con filo di nylon, rame e lana. Fu così che l’artista introdusse nel linguaggio della scultura contemporanea il ricamo ed altre pratiche tradizionalmente legate al lavoro femminile, sconvolgendone la destinazione e attribuendo ai materiali ed alle tecniche scelte una nuova identità artistica.

Ispirata dai grandi del secolo, come Picasso e Calder, l’artista scelse con consapevolezza di introdurre nella scultura e nei suoi lavori la nozione del gioco e di leggerezza, senza per questo perdere di sensibilità e presenza all’interno delle proprie opere, tanto che la contaminazione continua tra dimensione privata e pubblica, tra componenti affettive e sperimentazioni materiche, è un fil rouge importante nella produzione dell’artista. Le sue opere sono custodi di significati e ricordi, strette in un abbraccio che comprende gli affetti e la vita quotidiana di Marisa, chiavi di lettura fondamentali del suo fare artistico.

Negli ultimi anni le sue opere sono state oggetto di numerose mostre personali museali, dal MADRE di Napoli allo Stedelijk Museum di Amsterdam, dal Kunstmuseum di Winterthur al Centre Pompidou di Parigi, in un crescendo di premi – il Leone d’oro della Biennale nel 2013, per citarne uno - e riconoscimenti che arriva quest’anno alla mostra curata da Connie Butler, curatrice dell’Hammer Museum, e da Ian Alteveer, associate curator presso il Dipartimento di Arte Moderna e Contemporanea del Metropolitan Museum of Art.

In esposizione circa un centinaio di opere, tra sculture, pitture e installazioni, dai primi esperimenti inseriti nel circuito dell’Arte Povera alle teste e volti enigmatici degli anni Ottanta e Novanta, fino alle più recenti installazioni. "Nel mio immaginario - spiega l'artista - quello che scopro, non lo chiamo conoscenza, per me, è la felicità . Appena diventa conoscenza, la felicità è perduta. Non so se la conoscenza contenga del dolore. Credo che sia la ripetizione, una cosa che conosci già. A differenza della felicità che è una sorpresa, uno stupore, quell'instante preciso, ecco. Ma io ho uno spirito bizzarro".

@benedettabodo

 

Marisa Merz: The Sky Is a Great Space

Hammer Museum, Los Angeles

04 giugno – 20 agosto 2017

https://hammer.ucla.edu/exhibitions/2017/marisa-merz-the-sky-is-a-great-space/

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