Pierre Huyghe è un artista contemporaneo francese che potremmo definire, in una parola, imprevedibile. Il suo lavoro è infatti certamente non identificabile in un’unica tipologia né riconducibile ad una specifica classe di media o strategie comunicative. L’unica certezza della sua arte si colloca nella componente interattiva quasi imprescindibile di ogni suo nuovo lavoro, la quale genera una forza attrattiva incredibile sul pubblico, permettendo così all’opera stessa di compiersi.

Courtesy of the artist and Hauser & Wirth, London, & Anna Lena Films, Paris © Pierre Huyghe, VEGAP, 2017
Courtesy of the artist and Hauser & Wirth, London, & Anna Lena Films, Paris © Pierre Huyghe, VEGAP, 2017

Lo so bene perché un paio di anni fa mi sono trovata su un battello in mezzo al mare – oltretutto trovato a fatica, una vera caccia al tesoro - alle coordinate 40°52’32’’ N, 28°58’18’’ E, a spingere lo sguardo oltre i flutti ed una boa rossa, immaginando le forme e la varietà della fauna marina che nel tempo crescerà e si moltiplicherà, inglobando una misteriosa collezione di oggetti depositati sul fondale dall’artista. Si trattava di Abyssal Plain, un’installazione in progress pensata per la quattordicesima Biennale di Istanbul, un’opera come avrete capito non visibile a occhio nudo ma incredibile a prescindere dai suoi contorni inesistenti.


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Un artista poliedrico, Huyghe, fin dalla sua formazione alla École Nationale Supérieure des Arts Décoratifs nella Parigi degli anni Ottanta, uno sperimentatore con la spiccata tendenza alla fascinazione del suo pubblico. Huyghe ha sempre concentrato la propria attenzione sulla volontà e la capacità umana di creare qualcosa di unico e al tempo stesso leggibile pienamente all’interno di un contesto, per quanto onirico ed insolito, ed è per questo motivo che in diverse occasioni egli è stato definito un essenzialista.

La visione del mondo di Huyghe rifugge l’isolamento e lavora sull’unità, allenandoci a leggere il mondo attraverso le sue possibili appartenenze, anche quando il confine tra la narrativa e la realtà è molto relativo.

La retrospettiva che il Centre Pompidou gli ha dedicato nel 2014 ha raccolto e raccontato perfettamente questi esercizi carichi di significati nascosti, ricordando circa 50 scenari maestosi entro cui si sono svolti incontri inaspettati e spontanei, ed in cui la trasformazione, l’imprevedibilità ed il tempo sono stati protagonisti.

Nel caso dell’opera in mostra al Guggenheim di Bilbao, dal titolo (Untitled) Human Mask, parliamo di un video realizzato dall’artista nel 2014 per raccontare una storia ai suoi spettatori.

In scena, una scimmia con una maschera che ricorda il volto di una geisha si aggira in uno scenario post-apocalittico, un paesaggio giapponese ispirato alla devastazione vissuta dopo lo tsunami e il disastro nucleare di Fukushima. L’idea è venuta all’artista francese dopo aver saputo dell’esistenza di due scimmie che servivano come camerieri in una sake house nella stessa zona del cataclisma.

Un’opera ispirata dunque a episodi legati alla nostra contemporaneità, una scena ambientata in un ristorante abbandonato e decadente, dove la scimmia, cui basta una maschera per assumere movenze incredibilmente umane, sembra attendere clienti che non arriveranno mai. Passa da una stanza del locale all’altra, fermandosi ad ascoltare il suono di qualcuno che forse si avvicina, guardando fuori dalla finestra, dondolando le zampe da una sedia. Un personaggio intrappolato in una routine surreale i cui contorni, secondo l'artista, non sono altro che la forma della condizione umana.

“Segni, simboli e archetipi hanno una vita, compaiono, scompaiono, e contemporaneamente io cerco di conservare questo ritmo in una forma di permanenza. Quel che conta per me è la condizione cui una cosa arriva, e organizzo queste condizioni, che sono fabbricate e artificiali.”

 @benedettabodo

Pierre Huyghe. (Untitled) Human Mask
Museo Guggenheim, Bilbao
30 marzo – 16 luglio 2017
https://www.guggenheim-bilbao.eus/en/exhibitions/pierre-huyghe-untitled-human-mask

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