L’Astrup Fearnley Museet, fiore all’occhiello della capitale norvegese, è una galleria d'arte contemporanea di proprietà privata, fondata ed aperta al pubblico dal 1993. L’inaugurazione dello spazio e l’acquisizione delle collezioni – prevalentemente artisti contemporanei americani, via via affiancati da colleghi di fama e provenienza internazionale - venne finanziata dalla Fondazione Thomas Fearnley e dalla Fondazione Heddy e Nils Astrup, gestite dai discendenti dei Fearnley, potente famiglia di armatori.

Photo credist Astrup Museet
Photo credist Astrup Museet

Uno spazio espositivo che nel 2012 ha trasferito opere di artisti del calibro di Jeff Koons e Richard Prince, Cindy Sherman e Matthew Barney, Doug Aitken e Olafur Eliasson, in due nuovi edifici comunicanti progettati da Renzo Piano appositamente per ospitare gli oltre 1.500 pezzi della collezione. Un museo la cui linea ricorda quella di una nave, impressione rafforzata dal canale che separa le due parti dell'edificio, due vele di vetro che arrivano al suolo e in cui le acque si riflettono. Uno spazio espositivo che accoglie la curatela di circa sei mostre temporanee ogni anno, collaborando con istituzioni nazionali ed internazionali per promuovere artisti emergenti e non, facendoli conoscere e viaggiare per i musei di tutto il mondo.


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Non è un caso che la mostra prevista per il periodo estivo sia stata dedicata al panorama artistico contemporaneo cinese, una realtà che da due decenni sta conoscendo una crescita esponenziale, legata a doppio filo alla forza industriale ed economica del paese. A partire dagli anni Ottanta, a seguito di un lungo periodo di isolamento culturale legato ad una mentalità tradizionalmente chiusa e rivolta esclusivamente alle produzioni regionali e nazionali, sono stati mossi i primi passi verso l’apertura a nuovi stimoli e nuove realtà artistiche. L’Occidente ha fatto breccia nell’immaginario dei giovani artisti, generando una rivoluzione culturale che ha modificato velocemente e radicalmente i canoni estetici dei nuovi cinesi, promuovendo l’idea di ricerca, dialogo e sperimentazione guardando oltreoceano. Parliamo di giovani alimentati dall’urgenza di ritrovare una capacità di espressione individuale, attratti dall’arte post-concettuale, basata su idee e concetti piuttosto che su materiali o tecniche formali.

Le ultime generazioni di artisti cinesi sono focalizzate - in un certo senso costrette - tra tradizione e modernità, bloccati in un limbo di irrisolti che emerge chiaramente nelle loro opere. Caratterizzate dall’essere per lo più installazioni, videoarte, fotografie, grafiche computerizzate e dipinti, i temi trattati dalle collezioni cinesi spaziano spesso con veemenza dalla politica alla storia, dalla memoria alla costruzione di un futuro, alternate da picchi di esaltazione e grandi aspirazioni a lucide analisi di gravi carenze sociali.

Prendiamo ad esempio Huang Yong Ping (Xiamen, 1954), famoso per aver dato il primo scossone alla scena artistica cinese negli anni Ottanta, utilizzando le consuetudini della tradizione cinese - i simboli della cultura occidentale e quelli che definiscono l’arte contemporanea in generale - per dare forma ad opere volutamente destabilizzanti, come il Colosseo in mostra all’Astrup Fearnley Museet. Oppure Zhang Huan (Anyang, 1965), dagli anni Novanta alla ricerca di una propria identità tra passato e presente, tra pulsioni individuali e istanze sociali e collettive, analizzate attraverso performance spesso molto crude, oppure tramite la fotografia. Passando per le nebbie di Qiu Anxiong (Sichuan, 1972) le cui opere monocrome rimandano alla pittura tradizionale cinese ma i cui contenuti evocano un silenzio senza tempo, in netto contrasto con i lavori di Cai Guo-Qiang (Quanzhou, 1957), una ricerca quasi trentennale incentrata sull’impiego artistico dei fuochi d’artificio, un’armonia di idee, contenuto e capacità di realizzazione. Le sue opere coinvolgono istintivamente il pubblico giocando sulla naturale attrazione di tutti per i tradizionali fuochi artificiali, utilizzati dall’artista per sondare episodi storici e d’attualità, per avvicinare l’uomo e lo spirito, per trovare nuovi equilibri, come testimonia Sky Ladder, l’opera più ambiziosa di Guo-Qiang: una scala di fuoco alta 500 metri in grado di connettere simbolicamente la Terra con il resto dell’universo. La performance è stata realizzata nel 2015 nel paese natale dell’artista, dopo ben tre tentativi falliti distribuiti nel corso di oltre vent’anni.

@benedettabodo

Chinese Summer
Astrup Fearnley Museet, Oslo
02 giugno – 10 settembre 2017
http://afmuseet.no/en/utstillinger/2017/chinese-summer

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