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Il film di Nolan è pensato solo per il grande schermo. Una scelta precisa del regista inglese che come Tarantino e Almodovar si è schierato contro la piattaforma on demand. Bloccata a Cannes, ma protagonista a Venezia con i “suoi” Leoni Fonda e Redford.


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Finita la proiezione del film Dunkirk si esce dalla sala con la sensazione di aver partecipato a qualcosa. L’impatto visivo, unito a una colonna sonora maestosa, rendono questo film un’esperienza quasi fisica. Infatti nelle moderne sale, con un impianto sonoro capace di far vibrare le budella e schermi così grandi e con una qualità così definita da vedere anche i più piccoli dettagli sul volto di un soldato, si riesce a provare qualcosa di nuovo. Un nuovo capitolo nella cinematografia contemporanea. Una sorta di anno zero da cui partire per le produzioni future.

Non è un film perfetto, non è neppure il migliore di Nolan, ma non si può negare che abbia definito qualcosa di nuovo. Le immagini del Titanic di James Cameron, datate  1997, lasciarono stupefatti gli spettatori che videro in sala la fine del celebre transatlantico che galleggiava nell’oceano prima di affondare definitivamente. Ma quello che più di tutto lasciava senza fiato erano i rumori che rendevano ancora più reale l’esperienza visiva. I cigolii della nave facevano venire i brividi. Non sembrava semplicemente un film ma una sorta di documentario, una vera esperienza da raccontare.

Quando uscì Salvate il soldato Ryan, diretto da Steven Spielberg, le scene iniziali furono accolte con un misto di stupore e meraviglia mescolate con angoscia. Lo sbarco in Normandia fu per molto tempo qualcosa di incredibile perché al cinema regalava delle scene che difficilmente si erano viste prima. Violenza visiva e uditiva, con alcuni tocchi splatter da B-movie. Pochi anni più tardi fu impattante la visione de La compagnia degli Anelli, primo capitolo de Il Signore degli Anelli diretto da Peter Jackson. Per il realismo che, grazie agli effetti speciali innovativi, dava vita al mondo creato da J.R.R. Tolkien. 

Christopher Nolan con Dunkirk realizza un film che riesce a utilizzare al meglio quello che si può creare oggi al cinema. Immagini potenti al servizio di una storia che può sembrare semplice, ma nasconde l’istinto primordiale dell’essere umano: quello di sopravvivere. Sembra che nulla sia lasciato a caso durante lo svolgimento del film. Sembra esserci una precisione matematica nella scelta dei colori, dei movimenti e, soprattutto, dei rumori e della musica. Eppure, nonostante questo lavoro preciso e puntuale, Dunkirk non è un film freddo. L’impronta autoriale del regista è presente ed è percepibile nell’angoscia, nelle paure e nel coraggio dei suoi protagonisti. Che parlano poco, pochissimo, ma utilizzando gli sguardi e il corpo riescono a dare spessore ai personaggi che interpretano. Il massimalismo delle immagini riesce ad amalgamarsi perfettamente con il minimalismo dei dialoghi. Una struttura quasi documentaristica scandita da estremizzazione della sofferenza, senza però cadere mai nello splatter. Infatti non si vede molto sangue e non si vedono neppure i nemici. Ma entrambi ci sono. E lo spettatore lo sa e lo percepisce.

Per questo credo che il film possa non piacere a tutti. Ed è giusto che sia così. I grandi film sono quelli che dividono. Che creano un dibattito tra chi grida al capolavoro e chi, invece, ne esalta la bruttezza. Dunkirk è un film da vedere in una sala cinematografica e sicuramente perderà moltissimo del suo valore artistico una volta visto in una normale televisione, anche se HD o con un impianto sonoro decente.

Questo però non sembra importare molto a Nolan che aveva già dichiarato che non lavorerà mai con Netflix perché, secondo lui, il servizio di televisione on demand avrebbe una totale avversione alla proiezione dei film in sala. Con questo film, il regista britannico, dichiara guerra alle grandi proiezioni per il piccolo schermo. E la parola “guerra” seppur utilizzata, in questo caso, in maniera esagerata rende bene l’idea di quello che sta accadendo. Una scissione sempre più profonda tra cinema e televisione. Due realtà che si sono avvicinate spesso ma che stanno prendendo strade diverse. Già Quentin Tarantino nel suo The Hateful Eight aveva optato per una distribuzione limitata in pellicola Ultra Panavision 70mm, un formato inutilizzato da circa cinquant'anni. Schierandosi apertamente a favore di una visione in sala.

Guerra che ha avuto tra i suoi campi di battaglia anche i grandi Festival. A Cannes dove la scorsa primavera erano in concorso due film di Netflix, il presidente della giuria Pedro Almodóvar aveva dichiarato che sarebbe stato un paradosso premiare con la Palma d'oro un film non destinato alla sala. Scatenando le ire dell’attore, e per l’occasione anche giurato, Will Smith, favorevole alle piattaforme on demand perché “permette ai miei figli di vedere film che altrimenti non potrebbero vedere al cinema”. Paradossalmente anche i vecchi film del regista spagnolo. La vicenda si è conclusa con la decisione che dal prossimo festival non saranno più accettati nella selezione ufficiale e in concorso film non destinati alle sale cinematografiche francesi. Al festival di Venezia invece, è stato presentato in anteprima Le nostre anime di notte, con Jane Fonda e Robert Redford, che uscirà direttamente su Netflix dimostrando un’apertura verso questo tipo di produzioni. E va benissimo, se porta sul Lido la coppia Fonda-Redford. Ma da spettatori ringraziamo Nolan e il suo Dunkirk. Visto che il costo di un biglietto al cinema è di poco inferiore a un abbonamento mensile a un servizio on demand, è giusto che il grande schermo offra qualcosa di diverso, non per forza migliore, ma certamente più impattante. 

@Oldetrip

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