Photo credit Andrea Porcheddu
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Un viaggio a Fårö è un rito obbligatorio per i devoti del maestro svedese, che riposa nell’isolotto dove ha girato i suoi film più intensi. Qui tutto parla di lui. Ma la leggenda riverita dai locali è un’altra. Americana.


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Fårö (Svezia). Per arrivare a Fårö, la piccola isola che fu ultima dimora di Ingmar Bergman, occorre passare da Visby, centro del Gotland, un’altra isola, più grande a un’ora di volo da Stoccolma. A queste latitudini, l’estate è fatta di un tepore lontano, che pure fa felici gli svedesi e il clima di vacanza si avverte ovunque.

Raggiungere Fårö è un obbligo, un rito da fare almeno una volta nella vita, per i tanti devoti del maestro Bergman. Sulle scogliere, nei boschi, nelle stradine, Bergman ha girato alcuni tra i suoi film più belli. Il regista aveva scelto Fårö per caso, spinto dai produttori alla ricerca di set più raggiungibili da Stoccolma, rispetto all’arcipelago scozzese delle Orcadi,  ben più costose, che Bergman avrebbe voluto per il film Attraverso lo specchio. Una volta visitata Farö, Ingmar Bergman se ne innamorò perdutamente. E oggi riposa nel piccolo cimitero dell’isola.

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Il set di Persona però è lontano: servono due ore di autobus per raggiungere il piccolo Ferry che trasborda i pochi turisti o i residenti di là dallo stretto ramo di mare che separa Gotland da Fårö.

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Allora capita che, fermandosi a Visby in attesa del bus, ci si trovi di fronte una città murata medioevale, perfettamente conservata con i suoi torrioni, le sue porte di legno e i suoi merli. E nel fossato che circonda le mura, una marea di tende dalla foggia antica formano un vero e proprio accampamento.

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All’improvviso sembra di essere “…a Frittole, nel 1400 quasi 1500” (Non ci resta che piangere): gente in calzamaglia e camicioni, soldati con tanto di elmo e spadone, vessilli issati sulle tende, taverne con fuochi accesi e sul fondo, vicino al mare, il circuito di una giostra, o meglio di una disfida perfettamente allestita. Cavalli che fremono, cavalieri che si scontrano affilando le lance, pubblico in delirio.

È il primo salto temporale straniante di questo pellegrinaggio bergmaniano. A Visby prende vita la settimana medioevale, la Medeltidsveckan, un appuntamento irrinunciabile dal 1984: 500 eventi in sette giorni, oltre 40mila spettatori, mercatini e tornei che sembra davvero di essere catapultati (è il caso di dirlo) in pieno medioevo. Si beve sidro, si mangia carne alla brace alla luce delle torce, si ascoltano menestrelli e trovatori: il tutto con una serenità e con una allegria leggera che sembra contagiosa.

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Sul bus di linea per Fårö ci sono quattro uomini vestiti da templari e un paio di damigelle. Il biglietto però si paga via sms, c’è aria condizionata, wifi e musica rock diffusa senza disturbare troppo. A mezzanotte parte l’ultimo ferry per Fårö. La temperatura è calata di colpo: appena 18 gradi, un po’ rigida per una serata d’agosto.

A prenderci, di là dal mare, c’è Thomas. Vestito da hippie, capelli lunghi e bandana, camicia jeans con le maniche strappate via, Thomas parla pianissimo, sussurra in perfetto inglese il suo benvenuto.

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Lui gestisce la libreria “Lanterna Magica” (come l’autobiografia del regista, anche se qui dicono “Laterna” non Lanterna).

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C’è luna piena e lungo la strada deserta si intravedono il piccolo museo dedicato a Ingmar Bergman e la chiesa dove è seppellito, tra calette e piccoli fiordi. La vegetazione è rigogliosa in questo periodo dell’anno: boschi e foreste, circondati magari da muretti a secco o da piccoli cancelli che servono a contenere un po’ gli spostamenti delle tante pecore dalla pelliccia scura che da queste parti si muovono libere. Belle case in legno, o piccole e spartane “stuga” sono disseminate qua e là. Ma l’isola mantiene un suo carattere selvaggio.

Bergman è ovunque: al piccolo faro, nel nord dell’isola; sulla sontuosa scogliera punteggiata dai Rauk, vere e proprie sculture selvagge, che fecero da sfondo a Persona, o Attraverso lo specchio; dalle case che qui possedeva, al villaggetto di pescatori dove girò Sussurri e grida, alle basse foreste contorte di pini e abeti, mirtilli e felci.

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Nel museo a lui dedicato ci sono video d’epoca, che lo immortalano, giovanissimo, mentre faceva sopralluoghi, oppure eccolo, sul set, con le sue muse Bibi Anderson e Liv Ulmann. Ecco le gigantografie, gli oggetti di vita quotidiana, documentari, la riproduzione del teatrino di Fanny e Alexander.

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Ed ecco, soprattutto, le testimonianze degli abitanti del posto, che Bergman coinvolgeva come comparse per i suoi film. Qui, sull’isola, tutti lo hanno conosciuto, tutti lo hanno incontrato. Thomas ci dice che era una persona gentile, che andava spesso alla libreria, chiedeva, si informava, chiacchierava.

Davanti alla “Laterna Magica” c’è un piccolo mondo: è una specie di albergo, gestito da Valeriene, una bella signora francese che qui si è sistemata, facendone un’enclave francofona, dove fanno tappa vecchi hippie e altri curiosi personaggi dell’isola. La cosa sorprendente, guardandosi attorno – nella pensione Slo Train, nella creperie Tati, nella libreria o in altri luoghi “alternativi” dell’isola – è che tutti gli orologi sono fermi alle 17:45. Non è certo una coincidenza. Vecchie pendole, orologi anni cinquanta attaccati al muro, sveglie da tavolo: tutti fermi alla stessa ora. Lì per lì si potrebbe pensare a qualche omaggio a Bergman, ma nel museo ufficiale gli orologi sono ben sincronizzati e perfettamente funzionanti.

Poi, girando tra i libri accatastati ovunque di Laterna Magica, è lo stesso Thomas a svelare l’arcano: «Alle 17:45 il tempo si è fermato – mormora, abbassando gli occhi – il mondo si è fermato». E dopo un lungo silenzio, reticente, spiega: «Il 30 settembre 1955, alle 17:45, è morto James Dean. Noi lo ricordiamo così».

La leggenda, il mito di Hollywood aleggia sopra l’isola di Fårö. Non tanto Bergman, con le sue feroci pellicole, quanto il protagonista de Il Gigante è oggetto di culto, di reverenza, di commosso ricordo.

Ogni anno, il 30 settembre, la comunità di vecchi hippies di Fårö si ritrova per una notte di omaggio all’attore ribelle che si schiantò con la sua Porsche 550 spider. Racconta, Thomas, che nell’ottobre del ‘55 James Dean sarebbe dovuto arrivare in Europa, proprio a Stoccolma, proprio a Farö, forse per incontrare Ingmar Bergman, che aveva appena presentato Sogni di donna (Kvinnodrom), avrebbe trionfato a Cannes con Smiles of a Summer Night (Sommarnattens leende) e metteva in cantiere Il settimo sigillo. James Dean gode di un culto nascosto, sotterraneo, quasi esoterico: è un mistero per pochi iniziati dell’isola. Il resto – la storia ufficiale, il tour bergmaniano organizzato – è roba da turisti.

È curioso come la Svezia mantenga viva l’attenzione per il Made in Usa anni Cinquanta: c’è una tendenza, che viene chiamata “Raggare”, una sottocultura iniziata dopo il conflitto mondiale e ancora diffusa. I primi “Raggare” – un’espressione che si traduce più o meno con “caricare le ragazze” – sono apparsi proprio negli anni Cinquanta, influenzati dalla cultura yankee accolta con entusiasmo ovunque. Iniziarono a circolare macchinone cromate, jeans, dischi rock e, naturalmente, i film di James Dean: il modello era, per tutti, ma soprattutto per le gang ribelli di quegli anni, Gioventù Bruciata. Ancora oggi, però, nell’elegante Stoccolma, a Göteborg, nel Gotland o nella minuscola Fårö, si vedono passare certe Pontiac, le Ford Thunderbird, le Buick, le Chevrolet Corvette o Impala tirate a lucido. Forse non ci sono più i giovani bruciati, a bordo, ma anziani signori, vecchi hippies che non si rassegnano al passare del tempo.

Nell’unico forno dell’isola si fa la fila, pazienti, per mangiare le deliziose Kannelbulle o per comprare pagnotte tonde, di un grano nero del Gotland, che si trova solo qui. Poi, inforcata la bicicletta d’ordinanza, ci si spinge sulla costa est: in una piccola radura, a due passi dal mare, c’è una strana scultura fatta di enormi pietre tonde, levigate dal mare, che i pescatori usano per tenere le reti. È l’omaggio a un altro amante dell’isola di Fårö, Olof Palme, il premier socialista ucciso nel 1986. Veniva qua, ogni estate con la famiglia – per trenta anni, dal 1955 all’anno della morte – affittava una delle casette di legno circondate dai boschi. Sono tracce di storia, di un’altra storia. Gli svedesi in vacanza passano, si fermano un istante, guardano il piccolo monumento, pensano a quel delitto ancora avvolto nel mistero. Poi vanno al mare.

@andreaporcheddu

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