Un viaggio da paura -From A to B nel titolo originale - è un road movie simpatico quanto inaspettato. Racconta le avventure di un terzetto di rampolli della buona borghesia araba e del loro viaggio di fine maturità. Un viaggio che doveva esser fatto qualche anno prima ma che per i casi della vita non era stato possibile. Purtroppo, questo procrastinare ha fatto sì che uno degli amici nel frattempo morisse, in una esplosione in quel di Beirut, Libano. A Beirut l’amico scomparso giace sepolto e quindi quale scelta se non ripartire ancora una volta?

Ci sono un siriano, un egiziano ed un saudita diretti alla tomba dell’amico libanese. Un viaggio da paura è un filmetto divertente che gioca sui diversi stereotipi nazionali, come un tempo si faceva con le barzellette nostrane prima della censura preventiva del politicamente corretto e del meglio tacere che offendere qualcuno.


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Il film è ambientato nel 2011 con la nascita delle prime cosiddette “primavere arabe”, che vivono nei ricordi dei diversi ragazzi. Rami l’egiziano è un rivoluzionario da salotto, con magliette cool e poster in casa di Che Guevara. È schiavo dei social media e se la tira da grande opinion leader grazie al suo vlog, che gestisce dal suo ampio salotto di Abu Dhabi servito e riverito dalla madre a dir poco iperprotettiva. Il siriano si chiama Omar ed è figlio di un diplomatico con il quale non parla da anni. Nel corso del film vengono disseminate diverse briciole di pane per portarci all’interpretazione che questo silenzio sia dovuto ad una presa di posizione del giovane contro il regime di Assad, del quale il padre è chiaramente un esponente. Il saudita invece si fa chiamare Jay e riceve ventimila dollari americani di paghetta mensile. In tutto questo riesce anche a lamentarsi del padre-padrone che gli risolve tutti i problemi causati dal suo essere un cazzone aspirante dj con attico sulla corniche.

La forza del film è la curiosità con la quale si racconta di altri mondi a noi distanti, con la leggerezza della commedia di viaggio e del racconto di formazione in vista della sopraggiunta maturità. Un occhio attento può cogliere tanti rimandi alla situazione attuale o del recente passato, trovando o meno punti di vicinanza con quanto il regista, con la sua storiella simpatica, vuol mettere in luce. Personalmente, reputo impensabile un’apologia dei ribelli siriani che da questa pellicola ne escono come eroi positivi senza se e senza ma.

Il cinema è propaganda, da sempre. Di valori e di interpretazioni storiche. Lo sono tutti i film di Hollywood, lo sarà il film sull’annessione della Crimea narrata dal punto di vista russo e lo è palesemente questo film. Qui, tra una battuta e l’altra, gli unici cattivi dell’intero macromondo arabo sono gli sciiti della Repubblica Araba Siriana. Con fare manicheo, da un lato troviamo i soldati che vorrebbero uccidere i ragazzi dopo un controllo ed il graduato codardo che cerca una via di fuga grazie alle amicizie diplomatiche del padre di Omar, dall’altro i ribelli barbuti che da padri di famiglia hanno preso le armi per combattere contro quei cattivoni del regime.

Un pochino semplicistico, non trovate?

Con un occhio critico, il film è liscio e divertente, oltre che molto interessante per chiunque sia affamato di racconti di paesi mediamente lontani. Al contempo, una visione senza gli anticorpi del dubbio e della veridizione di quanto raccontato, ci rende in balia delle interpretazioni guidate senza contraddittorio.

Dubitando delle verità preconfezionate, ci troviamo davanti ad una pellicola simpatica che aiuta a capire come il mondo islamico non sia un granitico monolite ma un variegato panorama dove coesistono una pluralità di punti di vista e declinazioni locali. Un mondo islamico, quello del Golfo, che nel volere del regista non è solo opulenza e architettura futuribile ma anche una molteplicità di storie ed identità che spesso a noi sfuggono.

Un film molto interessante.

@brillabbestia

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