photo credit La fuga http://ricrcaar.blogspot.it/2013/07/la-fuga-di-rochefort-edouard-manet-by.html
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Impossibile non varcare la soglia del piano nobile di Palazzo Reale, fino al 2 luglio quasi interamente dedicato a Édouard Manet e alla Parigi moderna, e non pensare che questa mostra avrebbe dovuto essere a Torino, la mia città. Un’occasione per fortuna non andata perduta, un percorso pensato per raccontare attraverso un centinaio di opere – quasi tutte provenienti dal Musée d’Orsay - un’epoca d’oro dietro cui si celano grandi conquiste e altrettante fatiche e rinunce.  


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Parliamo della fine di un secolo che ha decisamente segnato l’inizio di un nuovo capitolo a livello storico quanto sociale, e che si è riflesso in nuove proposte architettoniche ed artistiche. Manet è uno dei grandi maestri chiamati a testimoniare questi decenni di cambiamenti non solo con la loro arte – in molti casi assolutamente prolifica, basti pensare che Manet ha dipinto oltre 400 opere in circa vent’anni di lavoro - ma grazie ai loro contenuti. Una decina di sale, suddivise per tematiche ed argomenti trattati, entro cui si svolge una vera rivoluzione e si sviluppa il concetto di arte moderna. Tra le pennellate di Boldini e Cézanne, Degas e Fantin-Latour, Monet e Berthe Morisot, Renoir e Signac, ma anche disegni e acquarelli, maquettes e sculture, si fa largo la consapevolezza di come ognuno di loro avesse la necessità di esprimere in maniera autonoma l’appartenenza ad un secolo nuovo, che doveva necessariamente abbracciare nuove vedute ed interessi, nuovi pensieri e realtà, nuovi confini.

Molti dei personaggi presentati in mostra sono stati strettamente collegati tra loro nel quotidiano, e tutti lo sono stati rispetto a Manet. Cominciando da Berthe Morisot, pittrice impressionista che in vita non fu mai riconosciuta come tale, se non dai colleghi che esponevano con lei e per cui spesso posò come modella. Una musa per loro come per Manet, come dimostrano varie opere in mostra – il ritratto di Berthe, Berthe con un bouquet di violette, il balcone – dipinti che testimoniano inoltre il legame di amicizia che li univa e che permise a Manet di ritrarla ogni volta con una profondità e una vividezza nuove, catturando una parte dell’essenza di colei che sposerà il fratello Eugène, e che da quel momento deciderà di non posare più per il cognato.

Ma si parla anche di personaggi di levatura storica come Émile Zola e Henri Rochefort, quest’ultimo ritratto con pennellate elettriche da Boldini ed evocato in un dipinto incredibile da Manet, La fuga di Rochefort, dove il vero protagonista è il mare, sono le onde che portano al largo una piccola scialuppa entro cui l’equipaggio è indistinguibile e punta ad una nave in lontananza, posta sulla linea di un orizzonte che quasi sparisce nella cornice.

Non dimentichiamo i riflettori sulla città che ospita tutte queste figure, con il suo Salon che sistematicamente rifiuta le opere di Manet, le considera scandalose, inadatte, provocatorie, le sue nuove stazioni ferroviarie e le aperture di parchi e giardini privati come le Tuileries, che innamorano i parigini e non solo. Parigi la mondana, con i suoi teatri ed i locali - l’Operà in primis, passando per tutt’altro genere con le Folies-Bergère – di cui gli impressionisti dipingono anche i dettagli più minuti, dai mazzi di fiori ai binocoli, dai gioielli ai bicchieri ugualmente scintillanti, per cogliere la fugacità dei momenti di festa, la luce, il lusso, il movimento. Incredibile in tal senso il dipinto di Henri Gervex, Il ballo dell'Opera, così come la maquette dei musicisti abbozzata da Manet - amante delle mondanità e con una situazione familiare tale da potersele permettere, a differenza di molti altri colleghi – probabilmente proprio mentre assisteva ad un concerto, un appunto su cui lavorare in studio in un secondo momento, tornando sui movimenti e le suggestioni della musica.

Il ballo dell'opera - Palazzo RealeIl ballo dell'opera - Palazzo Reale

Non mancano infine i richiami ai grandi maestri che ispirarono il lavoro di Manet, in primis gli spagnoli Velazquez e Goya, così come gli omaggi che vennero riservati a lui stesso da allievi e allieve come Eva Gonzales. Nel primo caso, un’intera sala parla spagnolo attraverso i ritratti di Angelina e di Lola de Valencia, audace composizione che vede la famosa ballerina dietro le quinte di un teatro, il suo sguardo diretto sullo spettatore poco prima di uscire sul palcoscenico, il pubblico in sala relegato in una piccola zona della tela. Per non parlare del magnetico Pifferaio, le cui dimensioni sovrastano e i colori catturano in semplici accostamenti di neri bianchi e rossi su uno sfondo così neutro da sembrare ritagliato, non fosse per l’ombra leggera del piede destro. D’altronde, una delle massime di Manet recita proprio “In una figura, cercate la grande luce e la grande ombra, il resto verrà da sé.”

Manet e la Parigi moderna
Palazzo Reale, Milano
8 marzo – 2 luglio 2017

@benedettabodo

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