House NA di Sou Fujimoto. Photo credits: www.fondazionemaxxi.it
House NA di Sou Fujimoto. Photo credits: www.fondazionemaxxi.it

Materiali tradizionali, video, manga, disegni originali, foto d’epoca, un’infinità di modelli molto grandi e ricostruzioni in scala 1 a 1 in modo da essere accessibili al pubblico. Così la mostra “The Japanese House. Architettura e vita dal 1945 a oggi” al MAXXI di Roma dal 9 novembre racconta il modo di abitare nel Paese del Sol Levante.


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Guida d’eccezione per Eastonline l’Arch. Pippo Ciorra, senior curator del MAXXI Architettura e curatore della mostra con Kenjiro Hosaka (National Museum of Modern Art, Tokyo) e Florence Ostende (Barbican Centre, Londra).

Come nasce l’idea di questa mostra?

È un incrocio di volontà. In occasione dei 150 anni di collaborazione diplomatica Italia-Giappone sono stati proprio i Giapponesi a proporcela. L’idea iniziale era un po’ strana, ossia sul rapporto tra le case e la città viste attraverso l’automobile, forse sarebbe stata interessante ma un po’ troppo di nicchia. Così si è deciso insieme di lavorare su questo tema della casa e poi sono subentrati anche gli Inglesi del Barbican dove la mostra verrà successivamente esposta.

Perché la casa?

La casa è interessante perché raccoglie un po’ tutto ed è un ottimo modo per connettere il tema dell’architettura giapponese alla nostra e a quella del resto del mondo. Le persone in Giappone abitano in case individuali, soprattutto dagli anni ’70 in poi quando la donna inizia a lavorare e comincia la crisi della famiglia. Lo spazio domestico è un luogo dove si sperimenta il punto d’incontro tra modernità e tradizione. È il simbolo del rapporto tra architetto e committente: le case sono fatte su misura. E quindi attraverso le abitazioni si comprende meglio la città giapponese. Basti pensare che queste case in media vivono per 26 anni (una generazione) e in questo modo la città si rinnova continuamente come una specie di “metabolismo”.

Office di Ryue Nishizawa. Photo credits: www.fondazionemaxxi.itOffice di Ryue Nishizawa. Photo credits: www.fondazionemaxxi.it

Perché si è scelto il Giappone?

Nonostante secondo Le Corbusier i popoli negati per l’architettura erano gli svizzeri, gli olandesi e i giapponesi, il Giappone rappresenta uno dei grandi poli dell’architettura e anche un posto dove si guarda il mondo da un angolo particolare. Questo concetto lo spiega molto bene Isozaki nel suo saggio “Japan-ness” : dall’esotismo dell’800 si passa al ‘900, quando il Giappone partecipa alla modernità ma sempre con un atteggiamento insulare, rimanendo un luogo staccato. Il Giappone del dopoguerra è un Paese distrutto, sconfitto e devastato, ma a differenza dell’Italia dove lo Stato costruisce le case e anche bene, lì invece lo Stato, non avendo soldi, ha lasciato ai singoli la ricostruzione mettendo a loro disposizione soltanto mutui agevolati. Dagli anni ’90 in poi diventa uno dei grandi poli: non è più vicino o più lontano di niente. È indicativo che tre degli ultimi sei Pritzker, il più importante premio internazionale di settore, siano stati vinti da Giapponesi.

Come è strutturata la mostra?

L'idea è quella di raccontare una sorta di loro ossessione, quella della genealogia. Infatti a differenza della nostra idea di architettura, cioè noi andiamo avanti per “crisi” ragionando per “parricidi”, i Giapponesi pensano con continuità, per genealogia. Nel lavoro un architetto tiene sempre presente da dove arriva e a chi insegnerà, come per esempio Toyo Ito e il maestro Shinohara.

Questa lunga storia di genealogie (dal 1945 ad oggi) è raccolta in 14 stanze ognuna delle quali affronta un tema, come il Giappone degli anni ’40, l’utilizzo del cemento armato, il tema della famiglia e delle case solo da una persona.

Quanto e come ha influito il costruire antisismico sull’estetica di queste case?

Per loro è talmente scontato che non lo affrontano come un problema, ma piuttosto come un tema. L’antisismico influisce sicuramente sull’uso dei materiali, sul passaggio dal legno al cemento armato. Per tutti gli anni Trenta si costruiva solo di legno perché il ferro serviva per la guerra. Dopo il ’45 piano piano si usa il cemento come fosse legno. Addirittura fanno lavorare i carpentieri del legno sul cemento. Nella mostra si trovano lavori a cavallo tra architettura e arte che polemizzano contro l’usanza di buttare giù e ricostruire appena c’è una crepa.

A quale pubblico intendete rivolgervi?

Le mostre di architettura del MAXXI hanno sempre trovato un pubblico abbastanza vario. Per noi il tema dell’abitare la casa è transdisciplinare. L’idea di saper assorbire la tradizione senza esserne schiavi. La casa è un punto di contatto tra l’architetto e le persone. Il ruolo che ha l’abitazione nella vita della persona, della città, del Paese e del paesaggio è un tema caro ad ogni essere umano. Le case sono talmente disegnate a forma delle persone che trascendono il settarismo dell’architettura.

La mostra, allestita da Atelier Bow-Wow, è molto vasta, ma senz’altro colpiscono una "tatami room" ricostruita e una casa di Toyo Ito, chiamata "White U": una specie di U senza finestre costruita per la sorella che doveva elaborare un lutto e non voleva più vivere al quindicesimo piano di un grattacielo. E dopo esserci vissuta vent’anni ed elaborato il lutto, l’abitazione è stata demolita. Destino "metabolico" della casa giapponese.

@LaviniaPelosi

"The Japanese House. Architettura e vita dal 1945 a oggi" al MAXXI di Roma

Dal 9 novembre 2016 al 26 febbraio 2017.

http://www.fondazionemaxxi.it/events/the-japanese-house/

House di Mitsutaka Kitamura. Photo credits: www.fondazionemaxxi.itHouse di Mitsutaka Kitamura. Photo credits: www.fondazionemaxxi.it

 

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