Peri. Shirin. Mona. Tre personaggi femminili, tre diversi modi di intendere la cultura e la religiosità islamica. Il nuovo libro di Elif Shafak, Tre figlie di Eva (Rizzoli) fin dal titolo identifica, nei caratteri e costumi delle tre donne, categorie che le inglobano e sopravanzano.


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Shirin, Mona e Peri: la Peccatrice, la Credente e la Dubbiosa. Scrittrice di grande richiamo – il suo La bastarda di Istanbul è stato un bestseller internazionale, nonché oggetto di un'azione penale per via dell'accenno al genocidio armeno, cui seguì l'assoluzione –, autrice di 14 romanzi tradotti in oltre trenta lingue, la Shafak ci regala con questo suo ultimo romanzo un'opera complessa e ben strutturata, connotata da uno stile agile e spiccatamente introspettivo.

Tutto verte su polarità contrapposte, a partire dal dispiegamento temporale dell'intreccio. Presente e passato, attraverso un sapiente montaggio alternato, si arrichiscono e completano vicendevolmente. L'attacco, ambientato nella Istanbul del 2016, vede la protagonista Nazperi Nalbantoğlu – da tutti chiamata Peri – ai giorni nostri, in procinto di recarsi con la figlia presso una festa a casa di un ricco uomo d'affari dove la attende il marito Adnan; un imprevisto – il tentativo di rapina da parte di un accattone – la porta a raccogliere da terra una fotografia, che la raffigura insieme alle amiche Shirin e Mona e al loro professore Azur. Il presente ripiomba nel passato, negli anni dell'infanzia e dell'adolescenza, fino al periodo universitario trascorso a Oxford. L'alternanza passato/presente non rappresenta tuttavia l'unico dualismo racchiuso dal romanzo.

Agente di equilibrio e comunicazione fra opposti, la protagonista Peri è spesso tratteggiata nella sua insicurezza e incapacità di risolversi a favore dell'uno o dell'altro termine con la necessaria determinazione, in particolar modo in relazione alla propria identità islamica: «Che ne osservasse o meno i precetti, lei non aveva divorziato dall'Islam; il suo rapporto con quella fede era confuso ma vivo, ininterrotto, perpetuo. Se un posto per lei c'era, era tra le file dei perplessi». Attorno a lei gravitano personaggi antitetici come l'amato padre Mensur, ateo e dedito al bere, e la madre Selma, religiosa convinta e fervente. Alle figure genitoriali corrisponderanno, attraverso un assetto paradigmatico adattato al caso, quelle amicali incontrate a Oxford: Shirin, audace e intollerante verso ogni sorta di precetto, e Mona, credente combattiva e assertiva. Un contrasto che incarna quello fra le due anime dell'Islam moderno, di cui Peri è al contempo testimone e custode, mal disposta a diventare oggetto di proselitismo di una delle due parti in gioco: « […] che fosse in nome di Dio o della scienza, per l'ego non c'era soddisfazione paragonabile a quella di trascinare qualcuno dalla propria parte. Solo che essere oggetto di proselitismo era l'ultima cosa che Peri desiderava: lo capiva o no, tutta questa gente, che lei non voleva decidersi per nessun codice religioso? Voleva rimanere in movimento. Scegliendo una fazione oppure l'altra temeva di diventare una persona diversa, e quella sarebbe stata la sua fine».

L'anelato superamento del dualismo e la possibilità di un nuovo modo di relazionarsi con il divino – la cosiddetta Terza Via – sono gli aspetti che maggiormente legano la protagonista al carismatico professor Azur, personaggio-chiave del romanzo cui a vario titolo si saldano anche le sorti delle deuteragoniste Shririn e Mona: «Nelle parole di Azur intravedeva una via per uscire dal faticoso dualismo di casa Nalbantoğlu, in mezzo al quale era cresciuta; accanto ad Azur poteva riconoscere le molte sfaccettature della propria personalità e sentirsi comunque accolta. Non doveva più dissimulare, dominare o nascondere nulla; l'universo di Azur si trovava al di fuori delle rigide dicotomie di bene e male, Dio e Satana, luce e buio, superstizione e raziocinio, teismo e ateismo, e lui stesso era al di sopra di tutte le diatribe che Mensur e Selma avevano avuto nel corso degli anni e, chissà come, trasmesso alla figliola». Saranno le sue aspettative ben risposte?

Sullo sfondo una Turchia inquieta, colta nella diffidenza verso la democrazia che alligna in certi ambienti – «“[...] nel mondo musulmano la democrazia è ridondante. Persino in Occidente è una seccatura, diciamocelo, ma dalle nostre parti non ha proprio senso!”» –, percorsa da istanze conservatrici, sopraffazioni e molestie maschili nei confronti delle donne, riflesso tipico di una società a vocazione patriarcale – denunciate con veemenza anche da un'altra scrittrice e giornalista turca, Esmahan Aykol – e il rinnovamento di forti antagonismi sociali tra credenti e atei: «I colori si erano fissati in bianco e nero. Erano sempre meno i matrimoni in cui – come in quello dei suoi genitori – un coniuge era devoto e l'altro no. Ormai la società era divisa in ghetti invisibili; Istanbul somigliava, più che a una metropoli, a un mosaico urbano di comunità separate. La gente era “fortemente religiosa” o “fortemente laica”, e quelli che riuscivano a tenere un piede in entrambe le fazioni, affrontando con lo stesso fervore l'Onnipotente e il secolo, erano scomparsi o mantenevano un inquietante silenzio». Una delle caratteristiche del personaggio di Peri – conforme in ciò alla stessa Shafak – è quella di essere un'accanita lettrice, anche di testi mal tollerati in patria, in quanto «i suoi veri compagni restavano i libri, la fantasia la sua casa, la sua patria, il suo rifugio e il suo esilio». La forza della conoscenza e della fantasia che sconfina dai limiti territoriali e culturali e scardina le angustie della stasi. Tradizione e modernità. Nell'ultimo scorcio dell'anno trascorso la Turchia di Erdogan liberò, dopo quattro mesi e mezzo di detenzione, oltre a una linguista e sette giornalisti anche la scrittrice Asli Erdogan (cui Elif Shafak dedicò una lettera accorata e partecipe). Ogni equilibrio necessita di adeguati contrappesi.

 

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