Un dettaglio dalla copertina del libro " Mi chiamavano piccolo fallimento" di Gary Shteyngart. Editore: Guanda. Collana: Narratori della Fenice. Anno edizione: 2014
Un dettaglio dalla copertina del libro " Mi chiamavano piccolo fallimento" di Gary Shteyngart. Editore: Guanda. Collana: Narratori della Fenice. Anno edizione: 2014

«L'America non ha mai fallito in maniera grandiosa – è un Paese troppo giovane – ma sta fallendo ora: Trump potrebbe essere il nostro primo grande fallimento. Forse rappresenta uno stadio della nostra maturazione». Considerato dal New Yorker «uno dei migliori scrittori americani under 40», autore di libri come Il manuale del debuttante russo (2003), Absurdistan (2006), Storia d'amore vera e super triste (2010) e Mi chiamavano piccolo fallimento (2014) – tradotti in 28 lingue e tutti pubblicati in Italia da Guanda) –, Gary Shteyngart commenta così il nuovo corso dell'amministrazione americana.


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In un mondo governato da uomini come Trump e Putin, c'è ancora posto per l'ironia?

Certo, ora più che mai. Dobbiamo concepire l'ironia in maniera più intelligente rispetto a prima. Oggi facciamo dell'ironia molto debole, noiosa, arriva dalla mente alla bocca in tre secondi. Possiamo modellare la nostra ironia per renderla migliore.

Lei è nato in Russia ed è emigrato negli Stati Uniti all'età di sette anni. Adesso Trump e alcuni Paesi europei sono intenzionati a erigere muri. Ritiene che valori come il cosmopolitismo e l'integrazione siano in pericolo?

Sì, lo sono. Credo che questo sia un problema annoso, questa competizione fra le città, dove non si è turbati dalla necessaria presenza di persone provenienti da ogni altra parte del mondo al fine di costruire una società migliore, e poi aree più remote dove la tradizione è la cosa più importante. Per un pò si direbbe che la prima tendenza si stesse imponendo all'interno del nostro stile di vita, e lo stava facendo a tal punto da esigere una reazione di enorme portata: la Brexit e Trump sono appunto reazioni a ciò. Non possiamo essere arroganti in merito: solo perché viviamo in città dove tutto è disponibile non possiamo guardare dall'alto in basso questa gente che arriva da posti dove l'unica cosa disponibile è il tormento.

A suo avviso, quanto è determinante oggi la manipolazione dell'informazione operata da Trump e dai suoi uomini – come Steve Bannon con Breitbart News?

È una tecnica compiutamente russa, la disinformazione: non solo raccontare alle persone un'informazione sbagliata ma alterare i fatti in modo così efficace da farli sembrare credibili. La popolazione non sa, continua a scambiare una fonte con un'altra: non vi sono una, due, tre fonti su cui poter fare affidamento, ma milioni. A quali credere? Quante sono state prodotte in Macedonia e quante negli Stati Uniti? È una campagna davvero molto intelligente per rendere la gente disorientata riguardo le notizie.

Quanto può essere utile la distanza permessa da una storia distopica per descrivere la realtà intorno a noi?

Il problema di scrivere libri sul presente è che non vi è più un presente per noi. Stiamo vivendo tutti nel futuro. Direi che il distopico è ora contemporaneo.

Nei suoi libri vi sono spesso elementi autobiografici. Quanto è importante l'aspetto biografico per la sua scrittura?

Molto. I primi quattro libri sono incentrati su un piccolo, peloso ebreo russo. Il mio nuovo libro è il primo che non avrà come protagonista un russo. Per il mio ultimo romanzo, la mia intenzione era di trovare un modo per sgombrare il tavolo e sbarazzarmi di tutto questo.

Potrebbe parlarci del suo nuovo lavoro?

Certo. Si tratta di un libro ambientato durante l'estate del 2016. Racconta di una coppia che sta cadendo a pezzi ma, al contempo, l'ambito privato e quello pubblico sono collegati: stanno avendo luogo elezioni che hanno condizionato la vita di tutti. Riguarda anche il viaggio che uno dei personaggi intraprende a bordo di un Greyhound bus da New York a San Diego, attraverso l'intero Paese.

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