Dalla Palestina all’Iraq, è boom di visualizzazioni per i video di “People of the Book", nei quali un quasi rabbino israeliano spiega l’ebraismo in arabo. E sfrutta i social come una grande opportunità di dialogo. "Ora vorrei che un musulmano spiegasse l'islam agli ebrei", dice Elhanan Miller

Un fotogramma da uno dei video di "People of the book".
Un fotogramma da uno dei video di "People of the book".

Gerusalemme - Elhanan Miller ha 36 anni, è israeliano, nato a Gerusalemme da genitori canadesi, ebreo religioso del mondo ortodosso moderno e sta studiando in yeshiva per diventare rabbino. A 13 anni si appassiona al mondo arabo, a cui dedica la carriera scolastica - fino al master in studi islamici alla Hebrew University - e professionale, come reporter per media israeliani ed ebraici in lingua inglese. Grazie a intuizione, empatia, dimestichezza con i mezzi di comunicazione e un arabo fluente, otto mesi fa Miller ha aperto il canale YouTube e la pagina facebook People of the Book per promuovere i video in cui spiega, in arabo, l’ebraismo ai musulmani. I primi due – sulla kasherut (le regole dell’alimentazione ebraica) e sulle preghiere – hanno registrato centinaia di migliaia di visualizzazioni.


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Hai dedicato la prima parte della tua vita a studiare il mondo islamico, ora cerchi di interessare i musulmani a quello ebraico?

«Ho sempre avuto un piede nell’ebraismo e l’altro negli studi islamici. Questi due mondi hanno convissuto fianco a fianco per la maggior parte della mia vita. Poco più di un anno fa un'organizzazione che lavora sulla convivenza tra palestinesi e coloni israeliani nella regione del Gush Etzion in Cisgiordania mi ha chiamato a insegnare le basi di ebraismo e islam a gruppi misti. Dal lato palestinese sono venute una decina di persone, con domande semplici su cose visibili come l’abbigliamento e le pratiche religiose. Ho pensato che queste curiosità fossero comuni al miliardo e più di musulmani nel mondo. Allora perché non provare a rispondere in modo accessibile a tutti?

Attraverso i social media, nascono i video di “People of the Book”… All’inizio non avevo le idee chiare ma poi ho contattato alcuni studi di animazione e ho scelto il cartoon come mezzo. Per il nome ho voluto un’espressione neutrale, che i musulmani potessero usare per riferirsi agli ebrei senza accezioni negative né positive».

Chi è la voce femminile dei video?

«Suha Halifa, responsabile dell'edizione araba di Times of Israel. Ho bisogno della sua competenza quando traduco i testi in arabo letterario. Voglio che il risultato sia perfetto, anche se il pubblico sa che io non sono un nativo parlante arabo. È giusto che sia una voce araba che pone le domande al ragazzo ebreo ed è meglio contrapporre una voce femminile a quella maschile. È una dinamica che funziona».

Il successo è stato immediato e con le visualizzazioni è arrivata anche l’attenzione dei media tradizionali...

«Sì, la copertura dei media israeliani ed ebraici in lingua inglese è stata ottima e ci sono state reazioni positive anche dal mondo arabo. Un canale televisivo americano in arabo ha mandato una troupe a casa mia per girare un servizio. Il mio sogno è di essere invitato in Arabia Saudita, o in qualche altro Paese islamico che di solito non accoglie ebrei, e parlare in pubblico. Prima mi serve una maggiore esposizione nei media arabi, magari un servizio su Al Jazeera. Sono loro il mio vero pubblico».

Ti aspetti che lo facciano?

«Credo sia un problema di agenda politica…».

Qual è l’obiettivo di “People of the Book”?

«Uno è lo scopo educativo. Non esistono risorse online che spieghino metodicamente l’ebraismo ad arabi e musulmani. Prima di tutto, perché gli ebrei non vivono più nel mondo arabo ormai e, quei pochi ebrei che parlano arabo oggi, o sono laici o non sono particolarmente interessati alla religione. Sono più orientati alla politica e ritengono la religione qualcosa da licenziare. Io non sono d’accordo, penso che la religione sia molto importante come canale di comunicazione».

La consideri un elemento di unione, invece che di separazione, tra i due mondi?

«Esattamente. E questo si allaccia al secondo scopo: fare qualcosa per la costruzione della pace. Nel processo di riconciliazione politica, dagli accordi di Oslo in poi, per 25 anni la religione è stata evitata da entrambe le leadership, israeliana e palestinese. Specialmente in Israele, dove le persone impegnate nei processi di pace sono per lo più laici che vedono la religione come un ostacolo piuttosto che un mezzo per avvicinare le persone. Hanno agito pensando che, se fossero riusciti a confinare in un angolo la questione religiosa, sarebbe stato più facile risolvere il conflitto ma… direi che non ha funzionato! Forse è arrivato il momento di riesaminare questo assunto. Non ho la presunzione, con i miei video, di fare una rivoluzione ma le reazioni positive che ricevo dai miei spettatori potrebbero essere considerate, quanto meno, un indicatore. La religione è essenziale nella vita delle persone».

Di quelle religiose…

«Giusto, ma entrambe le parti in conflitto, secondo me, lo sono. Di sicuro lo è il lato palestinese ma anche in Israele le persone sono molto tradizionali. Finché la religione sarà relegata sullo sfondo invece di essere considerata parte del processo di riconciliazione, continuerà a essere un ostacolo. Non puoi semplicemente escluderla, questo intendo».

La tua posizione, non comune tra i laici, non lo è nemmeno tra i religiosi. Hai riscontrato opposizione al tuo progetto da parte della comunità ortodossa?

«Non nel mio ambiente. L’istituzione dove studio mi supporta, condivide i video nelle newsletter e tra i gruppi. Alcuni sono scettici, semmai, ma non contrari. Il gradimento è trasversale alla politica, questo mi ha sorpreso. Mi sarei aspettato opposizione dalla destra israeliana, invece hanno apprezzato tutti».

Quali sono i prossimi argomenti in programma?

«Ho completato lo script sull’abbigliamento e la modestia, per spiegare perché gli uomini indossano la kippah - il copricapo - e il talled - lo scialle - quando pregano e le donne sposate coprono la testa. Poi passerò al calendario e alle feste, forse alla concezione di Dio…».

Secondo le statistiche, il tuo primo video è stato visualizzato da una popolazione per ¾ maschile, tra i 20 e i 40 anni, residenti in Israele (23%), Egitto (19%), Cisgiordania (14%), Giordania (6%), Iraq e Marocco (4% ciascuno), Tunisia, Arabia Saudita e Algeria (3% ciascuno). Come hai costruito la tua comunità e come interagisci con loro?

«Dopo l’uscita di un video arrivano valanghe di domande, così ho iniziato a tenere dirette facebook ogni venerdì mattina. Questa è la sede in cui mi chiedono più facilmente di sionismo e politica. In linea di massima cerco di evitare ma faccio eccezione e rispondo se i temi sono a metà strada tra politica e religione o dalle domande emerge una versione un po' distorta, unilaterale e “islamica” di ciò che è l'ebraismo. Se c’è l’idea sbagliata che gli ebrei vogliano tornare ai confini biblici originari cerco di spiegare che non è realistico, che magari lo dice la Bibbia ma la gente non lo pensa. Arrivano tante domande anche sulla conversione, perché l’idea che l’ebraismo non si consideri una religione universale è un concetto molto estraneo ai musulmani. E poi ci sono argomenti sensibili e di attualità, come la posizione ebraica rispetto all’omosessualità».

Nelle dirette facebook, è chiaro che parli da Israele?

«Ogni volta inizio presentandomi e spiegando che mi trovo a Gerusalemme, a casa mia. Questo è il punto: non parlo di politica o di Israele ma nemmeno nascondo i fatti. Voglio dare una percezione di normalità e questo vale anche all’interno del mondo ebraico. È molto importante per me far vedere che si può parlare con gli arabi, direttamente. Passiamo tanto tempo a discutere di loro ma non ne investiamo per parlare con loro. Uno dei vantaggi dei social è che si possono aggirare i media convenzionali. Quando mai gli israeliani, nella storia, hanno potuto parlare direttamente con qualcuno in Iraq o in Siria, come faccio io? È una novità assoluta, un’opportunità fantastica».

Nell’utilizzo dell’umorismo nei tuoi video, trovi differenze culturali?

«Penso che gli ebrei esprimano un maggiore senso dell’umorismo verso la propria religione di quanto facciano i musulmani. Ci sono certi tabù nell’islam su cui non si scherza, come Maometto e i profeti. Sono stato bacchettato per la scena, nel video sulle preghiere, in cui un gatto salta su, spaventato, per l’improvviso canto del muezzin. Hanno pensato che giudicassi il canto come un elemento di disturbo, anche perché in Israele il tema del volume dei muezzin suscita spesso polemiche».

Come vedi l’evoluzione di People of the Book?

«Il vero potenziale di crescita è nel processo inverso: se un musulmano, cioè, volesse spiegare l’islam in ebraico agli ebrei. Me lo chiedono spesso ma la mia risposta è che non è il mio compito».

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