Syrian New Waves è una rassegna artistica che propone di guardare il Paese attraverso lo sguardo dei suoi nuovi artisti, da Avo Kaprealian a Sara Fattah. Una proposta che restituisce una visione nuova e molto diversa da quella che tutti i giorni i media lasciano nei nostri occhi.

Lost Images series: Eternal Recurrence, Ammar al-Beik, 2013. Photo credits www.eyefilm.nl
Lost Images series: Eternal Recurrence, Ammar al-Beik, 2013. Photo credits www.eyefilm.nl

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Lo scorso week end l’EYE Filmmuseum di Amsterdam, avveniristico contenitore inaugurato nel 2012 per ospitare esposizioni temporanee, eventi, festival e programmazioni cinematografiche 24 ore su 24, ha presentato un programma in tre giornate studiato per andare oltre la cortina di fumo e violenza che avvolge l’argomento Siria, e che inibisce anche le migliori intenzioni di approfondimento sulla situazione politica e sociale del paese. Quando si dice che siamo sovraesposti ad immagini e testimonianze di violenza ed orrore, dolore e sofferenza, quando sospettiamo di essere ormai abituati al bombardamento visivo di più reali attacchi mortali, e di trovarci al limite dell’azzeramento di emozioni e all’incapacità di empatizzare con il prossimo, diciamo il vero. Purtroppo, è l’effetto congiunto di troppe sollecitazioni unilaterali e quotidiane, che dopo oltre sei anni di guerra civile in Medio Oriente sfiorano, ma non toccano, le nostre esistenze.

Donatella Della Ratta – ricercatrice italiana specializzata sui media e televisioni arabe, quattro anni di vita in Siria per conseguire un dottorato, all’attivo diverse monografie pubblicate su tematiche sociali nel nuovo millennio arabo – ha curato e presentato una rassegna che propone di prendere la giusta distanza dalle immagini che tutti abbiamo avuto modo di vedere su social, televisioni e quotidiani, e di osservare invece quelle proposte da alcuni artisti siriani, per un confronto differente, più autentico e partecipato.

Il programma ha messo in campo le opere di Ammar al-Beik, Avo Kaprealian e Sara Fattahi, in dialogo con la lingua, i tempi e l'estetica dei registi Jean-Luc Godard, Bernardo Bertolucci, Sergej Parajanov e Chantal Akerman. Diverse generazioni e nazionalità che negli anni hanno voluto trattare tematiche sempre attuali, utilizzando spunti e agganci differenti. Quali risultano più efficaci? Ce ne parla Donatella Della Ratta, al termine di quello che conferma essere stato un evento molto partecipato, che ha fatto il tutto esaurito.

Com’è nata l’idea di Syrian New Waves?

“Dal 2011 lavoro alla curatela di eventi legati alla produzione artistica siriana, e l’anno scorso in particolare ho approfondito i tratti caratteristici di una nuova generazione di registi siriani (nda articolo 16.09.2016 per la rivista Hyperallergic) e la loro volontà di raccontare il conflitto in termini soggettivi, lasciando quindi da parte i cliché legati ad immagini violente ed all’idea di siriano come vittima della guerra. Ho trovato nel loro lavoro un approccio visivo interessante, molto sperimentale, che mi ha portata a rilanciare l’argomento – oggi molto sentito – proponendo ai tre registi Ammar al-Beik, Avo Kaprealian e Sara Fattahi di presentare le loro opere ad Amsterdam. Dall’immediata ricezione dell’idea – anche da parte delle istituzioni olandesi - è nato Syrian New Waves.”

Come sono nati i confronti con i film ad esempio di Bertolucci, dove hai individuato i punti di contatto?

“L’idea era di aprire nuovi orizzonti a livello linguistico, proponendo contenuti diversi dal solito e mettendoli in collegamento con film “tradizionali”, come quello di Bertolucci (Io e Te). Non che i registi siriani siano stati ispirati da questi film nello specifico, la mia è stata una scelta arbitraria dettata dall’idea che vi fossero delle analogie interessanti da sottolineare. Ad esempio, per quanto riguarda i lavori di Sara Fattahi (Coma) e Chantal Akerman (No home Movie) il primo punto di contatto risiede nella loro femminilità e dal punto di vista che ne deriva. Entrambe hanno infatti filmato la propria madre e la propria casa, uno spazio intimo in cui sono cresciute, ed entrambe hanno scelto di riversare i loro ricordi, la memoria del conflitto in un set cinematografico, cercando una contaminazione tra spazio pubblico e privato non facile.”

Un altro punto di contatto tra diverse regie potrebbe essere la nazionalità degli artisti?

“Il film di Avo Kaprealian, che ha vinto il festival di Torino dell’anno scorso (Houses Without Doors), è stato abbinato al lavoro di Sergej Parajanov (Il colore del melograno) non solo perché entrambi sono armeni, ma soprattutto perché sono entrambi dei visionari, dotati di un tratto linguistico in qualche modo unico. Parajanov in teoria per la sua opera si è ispirato alla biografia di un poeta armeno, però il suo è un viaggio nel concetto stesso di creazione, non è una documentazione oggettiva ma al contrario molto personale. Allo stesso modo Kaprealian avrebbe potuto raccontare il conflitto ad Aleppo dando un taglio meno soggettivo, invece ha ripreso tutte le immagini dal balcone della propria casa, utilizzando una lente rotta, simbolo della sua incapacità di mettere a fuoco, di comprendere quello che sta capitando, anche se si trova preso in mezzo.”

Mentre nel caso di Ammar al-Beik e Bertolucci, cos’hai avvertito, in termini di affinità, nelle loro opere?

“In entrambi ho trovato la capacità di raccontare fatti e persone con semplicità ed immediatezza, facendo cinema con quello che c’è a disposizione e facendolo bene. Intendo lavori realizzati anche e soprattutto in spazi piccoli, in ambienti poveri e con pochi personaggi, in entrambi i casi parenti oppure amici.”

Che tipo di pubblico ha richiamato questo programma? Rientrava nelle vostre aspettative, nel target immaginato?

“Il pubblico è stato molto vario, alcuni siriani, giovani olandesi… e le sale erano piene, abbiamo fatto il tutto esaurito. La discussione è stata portata da subito ad un livello più alto della media, perché il pubblico ha colto l’occasione di dialogo con artisti molto comunicativi evitando le classiche domande sulla condizione della vita in Siria o sulla questione islamica. Si è invece parlato molto di cinema, del ruolo dell’immagine al tempo di internet pensando all’utilizzo improprio che viene fatto – non a caso - delle testimonianze che circolano in rete a proposito del conflitto siriano. I film invitavano ad una riflessione che andasse al di là di ciò che succede in tempo di guerra, ed il messaggio è stato recepito oltre le aspettative, di questo siamo contenti al punto che abbiamo già discusso di una seconda edizione. Potrà coinvolgere gli stessi artisti invitati quest’anno, che sono al lavoro su nuove opere, oppure vedremo se estendere ad altri registi, e guardo nuovamente all’EYE Filmmuseum di Amsterdam perché è difficile trovare una sede più adatta e al contempo prestigiosa, anche per evitare che un programma di questo tipo venga “ghettizzato”, ed in qualche modo ridotto solo a cinema politico.”

@benedettabodo

Syrian New Waves

8-10 settembre 2017

EYE Filmmuseum, Amsterdam

https://www.eyefilm.nl/en/themes/syrian-new-waves

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