L’inevitabile addio al fondatore 90enne si avvicina. È un’opportunità e un rischio per la più feroce delle Tigri asiatiche.


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Cinquant’anni fa, Singapore era poco più di un villaggio di pescatori appena abbandonato dagli inglesi e sulla via dell’espulsione dalla Malaysia. L’esponenziale crescita da minuscolo territorio equatoriale a “Svizzera asiatica” è il prodotto di mezzo secolo di guida dell’ex Premier Lee Kuan Yew e del suo autoritarismo improntato all’efficienza. Il “padre di Singapore” ha però appena compiuto 90 anni, evidenziando un progressivo indebolimento. E mentre un dibattito nazionale sulla sua eredità ancora manca, la ricca città-stato si sta scoprendo sempre più insicura.

Un Pil che cresce del 3% e il settimo più alto Pil pro capite al mondo (61mila dollari) sono dati illusori. Molti dei 5,3 milioni di abitanti (per tre quarti di etnia cinese) sentono che la direzione non è più quella giusta. Parte di quest’angoscia è la stessa di altre società sviluppate, alle prese con l’impoverimento relativo della classe media e l’aumento del costo della vita. Ma a Singapore, un’isola grande come la metà del comune di Roma e senza risorse naturali, il malcontento popolare porta con sé mille dubbi sulla sostenibilità del “modello Lee” da parte del suo “Partito di azione popolare” (Pap), al potere dall’indipendenza.  

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