Gli Stati Uniti hanno ridimensionato la loro presenza sul palcoscenico mediorientale. La débâcle siriana e l’intervento russo.

Sin dallo scoppio delle rivolte in Siria, la Russia si è attenuta al solito copione, fornendo armi ed esperti militari e di logistica agli alleati arabi. I Russi hanno potenziato l’assistenza al regime di Assad man mano che questi perdeva terreno. Recentemente il “Cesare russo” ha deciso di intervenire direttamente contro i nemici del regime siriano. Per quanto riguarda il ruolo della Russia in Medio Oriente si tratta di una svolta che lascia presagire profondi cambiamenti nella regione.


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L’obiettivo dichiarato dell’intervento russo è quello di sbaragliare l’Isis in seguito al “totale fallimento” della campagna americana. Si potrebbe pensare che Mosca, ormai esperta di terrorismo, stia intraprendendo una guerra preventiva contro il gruppo jihadista. Ma c’è chi collega l’intervento alla crisi ucraina e al desiderio russo di assumere una posizione di maggior rilievo in Medio Oriente e al tavolo negoziale.

Pertanto le dichiarazioni russe sono state accolte con scetticismo e hanno alimentato speculazioni circa il vero movente dell’intervento diretto. Secondo un’opinione diffusa la Russia vorrebbe rafforzare la sua presenza militare nel Mediterraneo. Sebbene sia un’ipotesi plausibile, il Paese dispone già da tempo di un avamposto sul Mare nostrum. Cosa si cela veramente dietro a questa importante svolta nella politica estera russa?

Alcuni anni fa Richard N. Haass, Presidente del Consiglio per le relazioni con l’estero (CFR) degli Usa, scriveva che l’era del dominio americano in Medio Oriente stava volgendo al termine e che gli Usa in futuro avrebbero esercitato un’influenza ridotta nella regione. Sebbene molti osservatori escludano la possibilità che gli Usa rinuncino al proprio ruolo nella regione, l’operato delle altre nazioni e i piani russi in Siria puntano chiaramente in questa direzione.

Sotto lo slogan “Lotta al terrorismo” la Cina ha ormeggiato una portaerei a Tartus. Di concerto con Teheran e Baghdad, Pechino intende consolidare questa iniziativa con l’aggiunta di aerei ed elicotteri da pattugliamento marittimo.

La Francia e la Gran Bretagna fanno lo stesso: il Regno Unito promette rinforzi nel Mediterraneo, mentre Parigi intende inviare una portaerei per le operazioni contro l’Isis e dispiegare 6 caccia Rafale negli Uae e altrettanti Mirage in Giordania.

Gli Usa, le cui portaerei non figurano nella regione sin dal 2007, hanno previsto l’invio di appena una cinquantina di soldati delle forze speciali a sostegno delle forze di terra “locali” nel nord della Siria. Obama ha condannato la strategia russa dell’intervento diretto dichiarandola “destinata a fallire”, anche se in una conferenza stampa dell’agosto 2014 il Presidente ammetteva che gli Usa “non hanno una strategia” per la Siria.

Al contrario di quanto sostenuto da alcuni, Washington non è stata colta di sorpresa dalle operazioni russe in Siria. Gli Usa sapevano della visita del maggior generale iraniano Qassem Soleimani a Mosca lo scorso luglio. La visita era stata preceduta da contatti ad alto livello tra i due Paesi e da vari incontri per il coordinamento delle strategie militari. Due mesi più tardi la Russia, l’Iraq, l’Iran e la Siria hanno deciso di istituire una commissione a Baghdad per coniugare le rispettive attività d’intelligence nella lotta contro l’Isis.

Lo scorso 18 settembre un alto funzionario Usa ha confermato che oltre 20 aerei da trasporto Condor hanno depositato carri armati, armi, vari tipi di equipaggiamento e ufficiali della Marina nella nuova base russa vicino a Latakia, nell’ovest della Siria, seguiti da 16 caccia Su-27, 12 aerei da appoggio tattico, 4 grandi elicotteri Hip per il trasporto delle truppe e 4 elicotteri d’assalto Hind. Sembra che gli Usa si accontentino di una presenza minima in Siria per ottenere un vantaggio strategico all’interno della tradizionale sfera d’influenza russa.

Secondo gli esperti le motivazioni addotte dalla Russia non coincidono con i fatti. La lotta contro l’Isis, che non dispone né di aerei da combattimento né di un sistema di difesa missilistico, non spiega l’installazione di sofisticate difese aeree presso la base aerea russa di Humaimam e neanche l’annuncio di 40 esercitazioni navali nel Mediterraneo orientale, con tanto di missili, fuoco d’artiglieria e bersagli aerei.

L’intervento della Russia si può ricondurre alla nuova strategia marittima russa, varata il 26 luglio 2015. Si tratta di un dettagliato piano statale per l’amministrazione di tutte le risorse marittime, delle flotte militari e civili, della marina mercantile e delle infrastrutture navali fino al 2020.

Non si esclude che la Russia stia cercando di prendere più piccioni con una fava. Per citare degli esempi: Mosca imporrà la propria volontà politica sul futuro regime siriano; Iran e Russia sono stati invitati alla conferenza di pace a Vienna; Usa, Germania e Regno Unito hanno dichiarato che Assad potrebbe rimanere in carica.

La Russia è intervenuta allorché il regime siriano era sul punto di crollare – al momento Assad controlla solo il 18 % del Paese e il suo esercito ha consumato il 93 % delle risorse. Anche se Assad venisse destituito, il nuovo regime dovrebbe fare i conti con la presenza della Russia. E benché Russia e Iran sembrino avere un obiettivo condiviso in Siria, il crescente coinvolgimento dei Russi ha infranto il monopolio iraniano sul futuro del Paese.

Intanto la Russia espande la sua presenza militare e rilancia il suo mercato bellico. Il ministro della Difesa russo sta trattando affari importanti con gli Stati arabi del Golfo per lo sviluppo di corpi della Marina, sistemi di difesa aerea, droni, veicoli corazzati e sistemi di segnalazione. La Russia sta anche costruendo due impianti nucleari nel sud dell’Iran e negoziando accordi con l’Arabia Saudita, gli Emirati, il Kuwait e la Giordania per lo sviluppo del nucleare.

Il recente intervento in Siria non è il primo passo dell’espansione russa in Medio Oriente, e le potenze locali ne sono consapevoli da tempo. Le visite dei leader mediorientali a Mosca non sono che un riflesso del ruolo sempre più importante che il Paese gioca in questa regione.

In breve, la Russia si colloca oggi tra gli attori principali in Medio Oriente.

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