L’equilibrio interno e i buoni rapporti regionali, sono frutto della politica del non-intervento, che regge da quando Qaboos governa. Senza eredi né successori, che ne sarà dopo di lui?.


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In una regione suscettibile, instabile e che pullula di conflitti, un solo Paese sembra immune al caos. L'Oman è riuscito ad arginare le ramificazioni della Primavera Araba e si è anche tenuto alla larga dal teso clima di polarizzazione che sta investendo la regione. A differenza delle altre monarchie del Golfo, il suo atteggiamento sulle questioni regionali finora è stato pacifico. Ma dietro questa posizione unica si cela un ruolo attivo di cui molti sono all'oscuro.

In concomitanza con l'ondata rivoluzionaria l'Oman ha assistito a una serie di manifestazioni popolari. Le masse chiedevano migliori condizioni di vita, l'aumento degli stipendi, un costo della vita più basso, più posti di lavoro, meno corruzione e una migliore rappresentazione democratica. Si è trattato di proteste pacifiche e rispettose nei confronti del Sultano Qaboos, che in cambio ha accolto le istanze e avviato alcune iniziative per contenere i disordini.

Innanzitutto ha proceduto a un rimpasto di governo e promesso di conferire maggiori poteri al consiglio legislativo. Tra le varie misure adottate per stemperare la frustrazione dei giovani, il Diwan della Corte reale ha deciso di istituire un’autorità indipendente per la protezione del consumatore. Il Sultano si è impegnato anche a creare 50.000 posti di lavoro statali e ad assegnare un sussidio mensile di 390 dollari (351 euro) ai disoccupati. Qaboos è riuscito così a scampare ai tumulti della Primavera araba. Ma un’altra sfida ben più minacciosa è emersa nella regione: la polarizzazione.

Sullo sfondo delle profonde trasformazioni che interessano l’area, si è instaurato un clima di crescente polarizzazione (sostanzialmente settaria) intorno a due gruppi: l’Iran e i suoi alleati sciiti (tra cui il regime siriano e Hezbollah), e l’Arabia Saudita con le altre nazioni sunnite (tra cui la Turchia). Gli Stati del Golfo vedono nell’Iran una minaccia ideologica, mentre quest’ultimo sostiene che i suoi detrattori stiano alimentando conflitti faziosi e distogliendo l’attenzione dal vero pericolo: Israele.

Questa dinamica si è inasprita e rischia di degenerare in un enorme conflitto settario. In seguito all’esecuzione saudita del religioso sciita Nimir al-Nimir all’inizio del 2016, l’ambasciata e il consolato sauditi in Iran sono finiti sotto attacco. Riyad e i suoi alleati hanno risposto tagliando i rapporti diplomatici con Teheran. Il 9 marzo l’Iran ha testato due missili balistici, ultima di una serie di dimostrazioni di potere militare. Poche ore dopo l’Arabia Saudita ha dato il via a un’enorme esercitazione militare che ha coinvolto truppe di 20 nazioni islamiche e arabe (Arabia Saudita, Giordania, Bahrein, Senegal, Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Sudan, Kuwait, Maldive, Marocco, Pakistan, Ciad, Tunisia, Unione delle Comore, Gibuti, Malesia, Egitto, Mauritania e Mauritius).

L’Oman si è tenuto fuori dalla rissa, diventando un’oasi serena. Mentre gli altri Stati del Golfo si sono opposti all’accordo Usa-Iran, l’Oman l’ha sostenuto e ha addirittura ospitato trattative segrete tra i due governi. Data la sua posizione neutrale, il Paese può fungere da mediatore nelle questioni internazionali. Ha giocato un ruolo determinante nella liberazione dei tre escursionisti americani arrestati in Iran con l’accusa di spionaggio nel 2011. Così facendo, il Sultano Qaboos ha conquistato la fiducia sia degli Americani che degli Iraniani ed è riuscito a farli incontrare a porte chiuse.

L’Oman ha ospitato il primo incontro tra Americani e Iraniani a luglio 2012. Nove mesi dopo il sottosegretario di Stato William Burns ha incontrato segretamente il suo omologo iraniano Majid Ravanchi a Mascate. Mentre gli incontri clandestini proseguivano, i delegati omaniti riportavano messaggi importanti tra Usa e Iran, contenenti i termini delle trattative. La conclusione dell’accordo sul nucleare si deve anche al ruolo latente dell’Oman.

Questo ruolo non è nuovo. Da anni l’Oman attua una politica indipendente e si trova in una posizione unica rispetto agli altri Paesi del Golfo. Si sono svolti a Mascate i colloqui segreti tra le due fazioni opposte della guerra tra Iran e Iraq negli anni Ottanta. E oggi l’Oman è l’unico Paese del Golfo la cui ambasciata è rimasta aperta nella capitale dello Yemen, Sana’a, caduta nelle mani degli Houthi. L’Oman non ha aderito a “Tempesta decisiva”, campagna militare guidata dai Sauditi contro gli Houthi e i sostenitori di Saleh. Al contrario, mantiene aperti i canali di comunicazione con questi gruppi. Il Paese ha giocato anche un ruolo chiave nel rimpatrio del corpo del pilota marocchino il cui jet si era schiantato nel territorio controllato dagli Houthi.

Non sorprende, quindi, che Mascate sia diventata la destinazione logica per qualsiasi negoziazione tra parti in guerra.

L’Oman ha cercato di sfruttare la propria neutralità per costruire relazioni di fiducia con tutte le parti coinvolte nella crisi siriana. Questo ha permesso al sultanato di fare da mediatore, svolgendo un ruolo che nessun altro Paese arabo o del Golfo potrebbe ricoprire. Mentre quasi tutti questi Paesi boicottavano e attaccavano Assad, l’Oman manteneva rapporti col regime siriano. Nell’agosto 2015 il ministro degli Esteri siriano ha incontrato il suo omologo a Mascate. Nell’ottobre dello stesso anno il ministro degli Esteri omanita, Yusuf bin Alawi, ha incontrato Assad a Damasco.

Nel 2015 il sultanato è intervenuto come mediatore per aiutare a contenere la poco pubblicizzata crisi tra gli Ibadi Amazigh e i seguaci arabi della scuola malikita in Algeria. La posizione unica dell’Oman deriva dalla peculiarità dei suoi interessi nazionali.

Benché appartenga al CCG, l’Oman condivide con l’Iran il controllo strategico dello Stretto di Hormuz. Inoltre, visto il calo dei prezzi del petrolio, i rapporti con un grande fornitore di gas naturale rappresentano un vantaggio strategico, soprattutto perché l’Oman è meno ricco di petrolio degli altri Stati del CCG. Infatti i rapporti strategici tra Oman e Iran si sono intensificati. I due Paesi sono in procinto di costruire un condotto sottomarino di gas naturale e hanno svolto un’esercitazione militare congiunta lo scorso gennaio.

L’Oman ha ampiamente compromesso l’egemonia assoluta dell’Arabia Saudita nel CCG. Una rottura dei rapporti non sembra però un’opzione per i Sauditi, che per una serie di ragioni devono essere tolleranti con l’Oman. Innanzitutto la politica estera omanita non è del tutto pro Iran, ma piuttosto neutrale. Il Paese evita di schierarsi. Inoltre l’Arabia Saudita non può abbandonare l’Oman in quanto componente naturale della struttura araba del Golfo, con intricati interessi e legami sia regionali che globali. Infine, se i Sauditi dovessero perdere l’Oman, sarebbero terrorizzati dalla prospettiva di un’alleanza tra il sultanato e l’Iran.

Vale la pena menzionare che l’identità religiosa ufficiale nell’Oman è ibadita (quasi il 70% della popolazione), tra le più tolleranti dell’islam. Secondo i precetti ibaditi, l’Oman tende a perseguire un equilibrio tra gli interessi di tutte le parti e a evitare rivendicazioni di superiorità di una setta sulle altre. L’Oman considera l’acutizzazione del conflitto settario tra sciiti e sunniti una catastrofe per il mondo islamico.

Ma l’approccio pacifico omanita non è sempre ben accolto dagli altri Stati del Golfo. Molti Yemeniti accusano Mascate di appoggiare gli Houthi e di fare il tirapiedi dell’Iran. Anche l’Arabia Saudita è da tempo seccata dai rapporti tra Oman e Iran, che vede come un intralcio ai suoi tentativi di isolare gli Iraniani. Inoltre il futuro di questa oasi di pace è estremamente incerto. Il Sultano Qaboos, salito al potere nel 1970, non ha figli né fratelli, e non ha ancora nominato un successore. L’assenza di questo pezzo grosso potrebbe lasciare un enorme vuoto di potere. 

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