Si capisce facilmente che portare l’Ambasciata Usa a Gerusalemme senza fare passi avanti in un contesto negoziale complesso equivale a tirare un pugno in faccia a freddo alla tua controparte, con le conseguenze alle quali stiamo assistendo.


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È per questo motivo che i nostri lettori (ben il 40%) hanno deciso che è stato Donald Trump il leader che ha più condizionato le nostre vite nel 2017, certamente influenzati anche da altre crisi nel mondo, aggravate dallo scarso equilibrio politico della risposta americana.

Un anno di presidenza di “The Donald” ci ha consegnato tre certezze:

- i “check and balance” del sistema stanno funzionando in politica interna: si è rivelato impossibile ad esempio abrogare il più grande successo politico del suo predecessore, l’Obamacare, così come nessuno ha visto cominciare la costruzione del controverso muro con il Messico. Dove il Presidente è riuscito a incidere è con la riforma fiscale, nella misura in cui si è inserito pienamente nel solco della tradizione repubblicana ottenendo l’approvazione dal Congresso di un taglio tasse di 1.400 mld di dollari, il maggiore della storia americana;

- In politica estera, invece, l’alleato americano non è più un interlocutore affidabile. Da quando Trump si è insediato, ha smantellato la politica multilaterale Usa: via dal Ttip con l’UE e dal Global Compact ONU sulle migrazioni; ritiro da UNESCO, da accordo sul clima e forse anche dall’OMC; rimessa in discussione del Nuclear Deal con Teheran e del NAFTA con Canada e Messico). In questi 300 giorni, anche il quadro della sicurezza sembra deteriorato: il rischio guerra con la Corea del Nord non è mai stato così alto, grazie anche ai tweet trumpiani. E la contrapposizione tra gli assi Egitto-Arabia Saudita-Emirati, da un lato, e Iran-Quatar-Turchia, dall’altro, sembra fuori controllo, dopo l’eloquente visita del Presidente Usa a Riad;

- l’Europa sta prendendo consapevolezza di dover fare un salto di qualità nel suo processo di integrazione, per potersi ritagliare un protagonismo autonomo dagli Usa sugli scenari internazionali. Non è quindi casuale che quest’anno, per la prima volta dal fallimento dell’Unione per la Difesa, 23 paesi dell’Ue hanno deciso di avviare una struttura di cooperazione rafforzata in ambito di difesa (Pesco), costruita per avere chance importanti di successo.

Non ci tranquillizza il fatto che - nella storia degli Stati Uniti - mai un Presidente sia stato così poco popolare: a più di 300 giorni dal suo insediamento, solo il 37% degli Americani lo approva, contro il 48% di Obama e l’85% di G. W. Bush.

Insistiamo nel sottolineare - alla vigilia di un cruciale voto in Italia e della possibile ripetizione di elezioni in Germania - che fenomeni come Trump nascono soprattutto per un difetto strutturale di un sistema che non riesce a produrre alternative credibili: il voto per Trump è stato anche un voto contro la dinastia Clinton e potrebbe essere riconfermato fra tre anni, se si continuasse a sbagliare concorrente. Laddove si è avuto il coraggio, come in Francia, di presentare una forza consistente e innovativa, non populista e dalle facili soluzioni, i populismi si sono disintegrati.