REUTERS/Mohammed Azakir

Si chiama come il biblico mostro sottomarino e contiene risorse di gas e petrolio che fanno gola a tutti i paesi del Mediterraneo Orientale, che per il suo controllo sono pronti a combattere.


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Leviathan è il più grande giacimento di gas e petrolio mai scoperto nel Mediterraneo e potrebbe innescare una pericolosa escalation tra Beirut e Tel Aviv. Le reciproche accuse tra i due governi non sono segnali incoraggianti, per diversi osservatori, di questo passo, il giacimento conteso potrebbe anche trasformarsi nel casus belli di un nuovo conflitto con Hezbollah.

“Israele sta apertamente rubando le risorse di petrolio e di gas sottomarine del Libano nel mare al largo della nostra costa.” La denuncia rovente arriva da Nabil Berri, il Presidente del Parlamento libanese e uno degli uomini politici più influenti del Paese dei Cedri.

Berri ha dichiarato di aver avuto la conferma dell’attività illegale di Israele sulle risorse di Leviathan, da un non precisato scienziato internazionale. Secondo queste informazioni Tel Aviv “ha avviato le trivellazioni in un’area vicina al confine meridionale del Libano.” Berri non ha risparmiato critiche all’immobilismo del governo libanese che sembra non dare abbastanza attenzione a una questione vitale per il futuro del Paese e dell’intera regione.

Le dimensioni stimate di Leviathan sono impressionanti, le previsioni più accreditate parlano di una ricchezza che dovrebbe arrivare fino a 96 miliardi di metri cubi di gas e 850 milioni di barili di petrolio. Da quando è stata ufficializzata la sua scoperta, nel 2009, Leviathan ha alimentato più discordie che speranze. Su questa ricchezza inaspettata vogliono mettere le mani tutti. Israele, che ne rivendica la proprietà ed ha già concesso le licenze di perforazione, e che vede nel suo sfruttamento la soluzione alla sua dipendenza energetica. Lo rivendica anche il governo libanese affossato da un ingombrante debito pubblico sul quale pesa fortemente la voce energia. Più timidamente, anche Cipro vuole entrare nella partita, mentre la Turchia ha annunciato che non accetterà l’istituzione di nuove zone economiche esclusive nel Mediterraneo orientale senza il coinvolgimento dell’autoproclamata Repubblica di Cipro del Nord. Per ora tace la Siria, sconvolta da quattro anni di guerra civile, ma tutti si aspettano che prima o poi anche la repubblica araba avanzerà le sue richieste, probabilmente spalleggiate dal suo storico alleato: la Russia, sempre attenta al mercato mondiale del gas.

Per ora la tensione cresce soprattutto tra Libano e Israele. Due stati che non hanno mai siglato un accordo di pace e che, dall’invasione israeliana del 1982, non sono ancora giunti alla definizione dei confini di terraferma. Elemento indispensabile per arrivare a stabilire quelli marini e delle piattaforme continentali in acque internazionali. A surriscaldare la questione il fatto che il Libano del sud, dove si trova il giacimento, è saldamente nelle mani di Hezbollah. Il movimento sciita, attraverso i suoi esponenti, continua a dichiarare “non permetteremo a Israele di saccheggiare le risorse di gas libanesi”.

Dall’altra parte del confine politici e militari israeliani hanno sempre affermato con decisione che l’opzione militare per la difesa della proprietà del giacimento è sul tavolo.

La posta in gioco, d’altronde, è altissima. Il governo israeliano è consapevole che il fabbisogno energetico del Paese registrerà un’impennata verticale nei prossimi anni. Lo afferma l’Autorità israeliana del gas, secondo cui la domanda interna di gas dovrebbe raddoppiare dagli attuali 5 miliardi di metri cubi a 10 nel 2020 e salire a 15 nel 2029.

Anche per il Libano lo sfruttamento del giacimento rappresenterebbe la soluzione di molti problemi. Prima di tutto di quello energetico, ogni anno il Paese spende circa tre miliardi di dollari per importare gas e petrolio. Gli introiti derivanti dall’esportazione potrebbero risanare il debito pubblico di 62,4 miliardi di dollari, pari 145,3% del PIL.

Di fronte a quest’opportunità, però, le autorità libanesi appaiono paralizzate dalle profonde divisioni che da sempre caratterizzano la scena politica del Paese. Lo stallo politico ha finora bloccato anche l’emanazione dei decreti per affidare a imprese internazionali le trivellazioni di studio.

L’impasse politica ha un impatto negativo sull'intero processo, le imprese petrolifere internazionali stanno per rendersi conto che il “rischio paese” è troppo alto per i loro investimenti. Tra le 46 imprese che hanno avanzato offerte per lo sfruttamento ci sono tutti i colossi mondiali degli idrocarburi (Exxon Mobil, Chevron, Total, ecc.) e naturalmente l’ENI. Recentemente, però, alcune di queste, tra cui l’ENI, hanno informato il governo libanese che stanno perdendo interesse per l’asta.

La paralisi del governo libanese è la cartina tornasole delle divisioni che caratterizzano il Paese. La scelta dei partner per l’estrazione non è un elemento legato solo alla tecnologia e alla finanza, si accompagna alla scelta di alleanze economiche e politiche internazionali in un momento di grande instabilità dell’intera regione mediorientale. Non è un caso che i ritardi per la formazione del nuovo governo, un anno fa, fossero legati soprattutto alla scelta del Ministro dell’Energia.

All’immobilismo libanese si contrappone l’attivismo israeliano, che sembra puntare molto oltre lo sfruttamento a uso interno. Tel Aviv è alla ricerca dell’indipendenza energetica, l’instabilità in Egitto, gli attentati al gasdotto tra i due paesi e il raddoppio del prezzo del gas voluto dal Cairo preoccupano molto i dirigenti dello Stato ebraico.

Secondo alcuni analisti la ricerca di una soluzione alla questione energia sarebbe anche la sola spiegazione possibile per alcune importanti decisioni politiche e militari del Paese. Infatti, oltre a Leviathan sono stati individuati vari ed estesi giacimenti di gas, alcuni situati a largo della Striscia di Gaza. L’Autorità Nazionale Palestinese ne ha già rivendicato la sovranità, contestando il diritto di Israele allo sfruttamento. Puntare al possesso esclusivo di queste riserve offshore potrebbe essere la ragione principale dei ripetuti attacchi militari e politici alla Striscia di Gaza e a Hamas.

Israele, inoltre, potrebbe mirare a garantirsi il ruolo di nuovo fornitore energetico dell’Unione Europea. Una situazione che modificherebbe radicalmente gli equilibri politici europei e mediorientali. Fantapolitica? Forse no. Leviathan e gli altri giacimenti misurano dimensioni tali da poter concorrere a soddisfare gran parte del fabbisogno europeo. Il ricco offshore lascia dunque intravedere la costruzione di gasdotti verso l’Europa attraverso Cipro e Grecia, con quest’ultima Israele avrebbe già avviato colloqui informali.

In questo angolo del Medio Oriente, dove le dispute sui confini non sono appianate, un ricco giacimento d’idrocarburi può rivelarsi un'arma a doppio taglio e aprire scenari inquietanti per gli equilibri della regione, e non solo.

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