Un po’ di giorni ad Aleppo. Il tempo per raccogliere le testimonianze di chi ha vissuto i quattro anni di guerra sui due lati del fronte: quello di Aleppo Ovest, più vasto e colpito duramente da migliaia di missili e dalle incursioni dei ribelli e dei jihadisti; e quello di Aleppo Est, la parte storica della città, ora ridotta in macerie dai bombardamenti e dai combattimenti casa per casa.

Un ribelle gioca con una palla a al-Rai town, a nord di Aleppo. REUTERS/Khalil Ashawi
Un ribelle gioca con una palla a al-Rai town, a nord di Aleppo. REUTERS/Khalil Ashawi

C’è un capitale enorme di sofferenza umana sepolto in quella città. La guerra non è ancora finita ma, se pure finisse domani, ci vorranno anni per capire se i semi dell’odio e della divisione, così abbondantemente seminati, sono stati davvero sradicati. Per ora trionfano diffidenze, sospetti, vendette.


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Ma tra le rovine di Aleppo giace anche una novità politica, non meno enorme, anch’essa destinata a dare in futuro frutti gustosi o avvelenati. La riconquista della città ha avuto un significato politico preciso: la Siria di Bashar al-Assad  è rimasta a lungo sulla soglia dell’estinzione ma ora è salva. In questo senso: anche nel prossimo futuro esisterà una Siria assadiana. Ridotta nelle dimensioni, quasi azzerata dal punto di vista economico, sfrangiata nel tessuto sociale, con una popolazione stremata, dipendente dalla protezione della Russia ma esisterà. E sarà un interlocutore di cui bisognerà tener conto.

Il che significa che per la prima volta dal 1989, cioè da quando il presidente George Bush senior, subito dopo il crollo del Muro di Berlino, lanciò la strategia della “esportazione della democrazia”, una operazione di “regime change” non è andata a buon fine. Non è riuscita. A differenza di tanti altri leader (Milosevic, Saddam Hussein, Gheddafi, per fare solo qualche esempio) Assad è ancora là, a Damasco, al potere. E pare destinato a restarci, qualunque sia il giudizio che possiamo o vogliamo dare del suo regime.

Se non è un caso, è una svolta epocale. Che può avere conseguenze anche molto diverse. Può spingere gli Stati Uniti verso una politica di disimpegno verso le grandi questioni del Medio Oriente. L’irresolutezza di Barack Obama, nei confronti della questione palestinese ma non solo, è già stata un problema. L’isolazionismo di Donald Trump (concetto su cui bisognerebbe discutere, ma prendiamolo per buono) potrebbe lasciar mano libera alle ambizioni di Paesi che, come la crisi siriana ha dimostrato, non hanno né la cultura politica né la freddezza per impegnarsi ad alto livello su certi fronti di crisi: penso alla Turchia, all’Arabia Saudita… Nemmeno la Russia di Vladimir Putin, il più freddo tra coloro che partecipano all’attuale poker della politica internazionale, vuole accollarsi un simile impegno e infatti lancia continui appelli affinché il nuovo Presidente Usa partecipi ai colloqui di pace sulla Siria che si svolgeranno in Kazakhstan. Il vuoto, riempito da aspiranti stregoni, avrebbe le sembianze del disastro.

Il mancato “regime change” in Siria, che è sostanzialmente una sconfitta per gli Usa e il loro sistema di alleanze, potrebbe però generare anche un altro effetto. Gli Usa potrebbero prendere atto di ciò che la Russia già riconosce, e cioè che nessun Paese, nel mondo d’oggi, nemmeno la superpotenza americana, può sempre regolare a proprio piacimento le sorti del mondo. Potrebbe insomma nascerne una nuova distensione, quel reset nei rapporti tra Est e Ovest che fu a suo tempo tentato da George Bush junior e da Barack Obama e che ha avuto solo sporadiche e molto provvisorie realizzazioni. Altre situazioni invitano a considerare questa ipotesi. In Medio Oriente la Libia, dove il Governo sponsorizzato dall’Occidente non riesce ad affermarsi e, al contrario, è sempre più insidiato dalle ambizioni del generale Haftar appoggiato dal Cremlino. In Europa l’Ucraina, dove il “regime change” è sfociato in una guerra e in uno stallo pericoloso per tutti.

Così le macerie di Aleppo diventano un possibile crinale tra la fine di un mondo “vecchio” e la nascita di uno “nuovo”. Tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, non si potrebbe per una volta scegliere il realismo della necessità?

@fulvioscaglione

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