L’ambasciatore italiano Marco Carnelos con il leader delle milizie Qais al-Khazali a Baghdad.

Puntuale come l’avvicendarsi delle stagioni, arriva dall’Iraq l’annuncio di una prossima offensiva per liberare Mosul dall’Isis. Questa volta potrebbe esserci del vero, però, a giudicare dalle discussioni intorno a un tema in Medio Oriente decisivo: chi prenderà parte alla spedizione? Pochi giorni fa, infatti, il Consiglio di Sicurezza del Governo iracheno ha dato via libera alla partecipazione delle Forze popolari di mobilitazione, ovvero a quella quarantina di milizie (per un totale ufficiale, ma forse sopravvalutato, di circa 100 mila uomini) che si formarono due anni fa per combattere l’Isis. Ci sono gruppi di cristiani, yazidi e sunniti ma se le Forze hanno una spina dorsale è senza dubbio grazie al contributo degli sciiti.


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E proprio questo per i sunniti è un problema. A livello della base e della popolazione, i timori sono evidenti, quasi primordiali. Nelle regioni sunnite la gestione del potere da parte degli sciiti, soprattutto ai tempi dei Governi di Nur al-Maliki, è parsa degna di un regime di occupazione più che di un Governo nazionale. Il che ha fatto sì che l’arrivo del feroce ma sunnita Isis, nell’estate del 2014, sia stato accolto dai sunniti iracheni con sentimenti che sono andati dall’indifferenza alla benevolenza alla complicità. Cosa che a sua volta ha provocato, proprio da parte delle milizie delle Forze popolari di mobilitazione, un’ulteriore ondata di violenze sui civili quando le stesse hanno partecipato alla liberazione di città occupate dall’Isis come Fallujah o Salahuddin.   

E poi, naturalmente, ci sono le preoccupazioni dei politici. I primi a farsi vivi sono stati i partiti sunniti raccolti nella coalizione Mutahidun, che hanno spedito il loro portavoce, Osama al-Nujaifi, a protestare presso il Governo e anche a chiedere un incontro d’urgenza con Stuart E. Jones, l’ambasciatore Usa in Iraq. Al Nujaifi ha poi avuto occasione di esprimere la propria contrarietà anche incontrando altri ambasciatori di Paesi interessati agli eventi, per esempio quello del Kuwait. Sullo sfondo, l’obiettivo politico che Mutahidun si è dato sin della fondazione nel 2012: ottenere la trasformazione dell’Iraq in uno Stato federale che comprenda una regione autonoma sunnita. E la Piana di Niniveh, con le sue terre più fertili e una grande città come Mosul, sarebbe per quella ipotetica regione una base molto migliore dei deserti del cosiddetto “triangolo sunnita” che ha i vertici, grosso modo, in Baghdad, Ramadi e Bayji.

Facendo un altro passo si arriva al livello della politica internazionale. E qui, per la causa degli iracheni sunniti, si aprono pochi spiragli. L’ambasciatore americano Jones ha detto che far partecipare o no le milizie alla battaglia per Mosul è una decisione che spetta solo al Governo iracheno. Alì Shamkhani, segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale dell’Iran, ha espresso parere favorevole durante un incontro con Salim al-Jabouri, presidente del Parlamento iracheno. E Qais al-Khazali, segretario generale della Lega dei giusti e uno dei leader politico-religiosi principali all’interno delle Forze popolari di mobilitazione, ha fatto a sua volta mostra di buone relazioni politiche incontrando l’ambasciatore russo Elijah Morgunov (e dal Cremlino alleato di Teheran, ovviamente, via libera) e l’ambasciatore italiano Marco Carnelos, che sull’account Twitter dell’ambasciata d’Italia ha pubblicato una foto dell’incontro con un “apprezzamento per il ruolo significativo delle Forze nella guerra contro l’Isis”. Incontro che, allo stesso tempo, rappresenta un dovuto omaggio politico al nostro Paese, impegnato con le truppe anche nella difesa della diga di Mosul.

Se si andrà all’assalto di Mosul, quindi, le tanto criticate Forze (anche  Human Rights Watch, l’organizzazione umanitaria americana, ha chiesto di escluderle e di “risparmiare alla popolazione civile l’impatto di milizie che hanno una lunga storia di violenze”) saranno della partita. Con un occhio chiaramente rivolto al futuro, al destino dell’Iraq liberato dall’Isis.

Qui diventa necessario risalire alla fondazione delle Forze, il 15 giugno 2014, in seguito alla promulgazione da parte dell’ayatollah Alì al-Sistani di una fatwa che invitava i “cittadini dell’Iraq a difendere il Paese, la popolazione, l’onore dei cittadini stessi e i luoghi santi”. In altre parole, Al Sistani chiamava gli sciiti iracheni al jihad contro l’Isis. Le milizie nate da quella mobilitazione sono appunto le odierne Forze e tutti sanno che esse, pur ricadendo sotto l’autorità del ministero degli Interni iracheno, sono state armate, addestrate, organizzate e in alcune fasi anche dirette da emissari e generali iraniani.

I timori di molti, in Iraq, in Medio Oriente e anche in Occidente, sono appunto legati all’esempio che viene dall’Iran. Le Forze irachene combattono accanto all’esercito ma non sono nell’esercito. Dipendono dallo Stato ma solo in  teoria, perché in realtà hanno un’organizzazione autonoma. E hanno un fondamento religioso sciita. Cominciano cioè a somigliare molto ai pasdaran, ovvero al corpo para-militare dell’Iran, fondato nel 1979 subito dopo la rivoluzione di Khomeini allo scopo specifico di difendere la natura islamica sciita del sistema di Governo del Paese. Con le milizie popolari irachene non siamo ancora a quel punto. Ma che potrebbe succedere domani, una volta eliminato l’Isis, con le Forze circonfuse dall’alone di gloria del jihad condotto in difesa della patria e dei valori sciiti contro la perversione dell’estremismo sunnita?

@fulvioscaglione

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