REUTERS/Alkis Konstantinidis

L’esecuzione dell’imam sciita Al Nimri in Arabia Saudita. L’assalto all’ambasciata saudita a Teheran e al suo consolato di Mashad, in Iran. La rottura delle relazioni diplomatiche con l’Iran da parte dei sauditi, che hanno poi spinto Emirati Arabi Uniti, Sudan, Somalia, Bahrain, Gibuti, Qatar e Isole Comore a fare altrettanto. Il blocco ai pellegrinaggi alla Mecca da parte dell’Iran e, ora, l’annuncio da parte del Governo iraniano di una serie di attentati “wahabiti” (il wahabismo è religione di Stato in Arabia Saudita) che sarebbero stati sventati all’ultimo minuto. Per non parlare, ovviamente, delle guerre per procura che i due Paesi si fanno in Iraq, in Siria e nello Yemen.


LEGGI ANCHE : Il vuoto politico in Medio Oriente nella lotta fra vincitori e perdenti


La tensione tra Arabia Saudita e Iran non accenna a placarsi, anzi. Di fronte a questa rivalità, le spiegazioni sono le solite: l’ambizione dell’una e dell’altra a giocare un ruolo da potenza regionale e la storica inimicizia tra il sunnismo (radicale) dei sauditi e lo sciismo (radicale anch’esso) degli iraniani. Possiamo però provare a introdurne un’altra, non politica né culturale ma economica. E cioè: entrambi i Paesi dipendono dal petrolio ed entrambi hanno dichiarato di voler porre rimedio a tale dipendenza. Hanno cioè lo stesso problema e le stesse difficoltà nel cercare di risolverlo.

Il petrolio conta per il 90% delle esportazioni saudite e per l’80% di quelle iraniane. E conta per il 100% della legittimità dei rispettivi regimi. È con i denari del petrolio che i reali sauditi e gli ayatollah hanno tenuto in piedi alleanze e privilegi, ammortizzato gli uni gli sprechi della sterminata famiglia reale (7 mila persone, pare) e gli altri le inefficienze e la corruzione. Da un lato una dinastia che possiede il Paese, dall’altro una casta politico-religiosa che controlla l’economia e dispensa prebende e privilegi che l’aiutano a restare al potere.

Tutto andava più o meno bene finché i tempi non sono cambiati. Il mondo è stato inondato dallo shaleoil e le rendite di posizione sono finite. E tanto per cambiare i due grandi rivali si sono ritrovati sullo stesso lato della barricata. È colpa loro, per dire, se l’Opec non è riuscito a mettere un tetto alla produzione globale di greggio: l’Iran estrae a più non posso (è già risalito oltre i livelli del 2011) perché vuole approfittare della fine delle sanzioni per recuperare quote di mercato, anche con una politica molto aggressiva di sconti sul prezzo; l’Arabia Saudita sfrutta i pozzi a livelli record per non perdere quote di mercato e per creare condizioni difficili agli esportatori non Opec come la Russia, che hanno costi di estrazione maggiori.

È significativo, e anche buffo, che Arabia Saudita e Iran abbiano affidato le loro speranze a programmi dal titolo simile: Vision 2030 per i sauditi, Vision 2025 per gli iraniani. Il piano saudita, annunciato solo un paio di mesi fa, è assai più che ambizioso. Si propone di costruire “un’economia fiorente” e di sconfiggere la dipendenza dal petrolio entro il 2020 e arrivare entro il 2030 a creare 450 mila nuovi posti di lavoro nel settore privato (l’Arabia Saudita ha 28 milioni di abitanti) grazie anche agli investimenti resi possibili dalla costituzione del più grande fondo sovrano del mondo. A questo risultato si arriverebbe cedendo sul libero mercato il 5% di Aramco, l’azienda petrolifera di Stato, il cui valore secondo alcuni raggiunge i 10 trilioni di dollari.

Sulla carta tutto funziona. Nella realtà, per ottenere quel risultato l’Arabia Saudita dovrebbe sottoporsi a una vera rivoluzione. Oggi i due terzi della forza lavoro saudita sono impiegati dello Stato, mentre l’80% dei posti di lavoro nel settore privato sono occupati da stranieri. La transizione comporterebbe tensioni sul piano internazionale e ancor più sul piano interno: la forza lavoro saudita dovrebbe affrontare in pochissimi anni un drammatico upgrading delle competenze professionali e il lavoro delle donne (che oggi costituiscono il 50% dei laureati ma sono occupate solo al 22% e in settori ben delimitati) dovrebbe essere incentivato in misura poco credibile. Per non parlare delle conseguenze politiche: il tutto richiederebbe un grado di dinamismo culturale e sociale che ben poco si concilia con le abitudini della casa reale.

E di nuovo troviamo una situazione assai simile in Iran. Anche qui il mercato del lavoro è poco aperto alle donne (al 16% la quote delle occupate) e la mano dei vertici influenza pesantemente il corso dell’economia. Se l’Arabia Saudita deve formare molti dei suoi cervelli, l’Iran soffre invece di un brain drain che si è fatto acuti soprattutto nei lunghi anni delle sanzioni. Il problema dei problemi, però, è l’apertura del mercato. Quello che servirebbe è una robusta iniezione di investimenti esteri, resa però assai difficile da due condizioni. La prima: il protezionismo “familista” interno. Si dice che i pasdaran controllino circa il 40% dell’economia iraniana. Sono per esempio monopolisti nel settore della telefonia cellulare. Chi, dall’estero, rischierebbe ipropri capitali in una situazione come questa? La seconda: la diffidenza dei vertici verso ciò che è intervento economico dall’esterno. La Guida Suprema Alì Khameney si è più volte pronunciata contro la globalizzazione. D’altra parte la Costituzione iraniana, approvata nel 1979 ed emendata nel 1989, rifiuta i modelli stranieri e ribadisce che lo sviluppo economico può essere raggiunto solo attraverso un modello “nazionale e islamico” compatibile con la storia, la cultura e la geografia dell’Iran.

Per concludere, resta da notare che Arabia Saudita e Iran si somigliano anche nell’ottimismo. Del piano saudita abbiamo detto: enormi cambiamenti entro il 2020, tutto nuovo entro il 2030. Quello iraniano prevede che l’Iran sia la prima economia del Medio Oriente entro il 2025. Auguri a tutti.

@fulvioscaglione

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE