Tra le tante alleanze in crisi in Medio Oriente c’è, adesso, anche quella tra Arabia Saudita ed Egitto. Stiamo parlando di una relazione più che consolidata, di una comunanza di interessi sperimentata nei decenni. Quando i sauditi avevano bisogno di mandare armi ai mujaheddin in Afghanistan, era (anche) Hosni Mubarak a provvederle. Furono sempre gli egiziani ad avvertire i sauditi dell’improbabile complotto ordito dal colonnello Gheddafi per eliminare Abdallah, erede al trono ma di fatto allora già investito dei pieni poteri.

Ombre di persone che camminano davanti ad un muro con un graffito raffigurante i rapporti tra Egitto e Arabia Saudita. Il Cairo, 12 ottobre 2016. REUTERS / Amr Abdallah Dalsh
Ombre di persone che camminano davanti ad un muro con un graffito raffigurante i rapporti tra Egitto e Arabia Saudita. Il Cairo, 12 ottobre 2016. REUTERS / Amr Abdallah Dalsh

L’alleanza si è consolidata quando i generali di Al Sisi si sono incaricati di sovvertire il presidente Morsi e sbandare i Fratelli Musulmani che l’avevano portato al potere al Cairo, facendo un piacere a sè stessi ma anche al regime saudita, storico nemico delle ambizioni politiche della Fratellanza. Il sospirone di sollievo saudita si era tradotto, subito dopo il colpo di Stato dei militari egiziani, in un finanziamento di 12 miliardi di dollari (erogato insieme con gli Emirati Arabi Uniti) che aveva consentito al regime di Al Sisi di prendere l’abbrivio. Per dare un’idea dell’importanza di quei soldi: la somma era quadrupla rispetto all’aiuto offerto all’Egitto da Usa e Unione Europea messi insieme.


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L’Egitto, d’altra parte, ha nella memoria storica anche l’esperienza della Repubblica araba unita formata con la Siria. Un tentativo durato poco (1958-1961), ma significativo dei rapporti intensi tra i due Paesi.

E’ stata proprio la Siria, anche se non quella storica ma quella coperta di sangue di Bashar al-Assad e del jihadismo, a mandare in crisi egiziani e sauditi. Emblematiche le dichiarazioni del presidente egiziano Al Sisi: “E’ meglio appoggiare lo sforzo degli eserciti nazionali per assumere il controllo dei territori e garantire la stabilità. E questo vale per gli eserciti nazionali di Siria, Libia e Iraq”. Per i sauditi, fermi sostenitori della teoria che Assad deve andarsene e tenaci finanziatori e armatori di molti gruppi di ribelli siriani più o meno “moderati”, la dichiarazione è stata come una pugnalata.

 A dire il vero, l’Egitto di Al Sisi non ha mai nascosto di preferire, per la guerra, una soluzione politica comprendente Assad che non il rovesciamento delle attuali, anche se disastrate, istituzioni statali siriane. E il ministero degli Esteri siriano non ha mai lesinato il proprio apprezzamento per quella posizione. Soprattutto dopo il voto espresso dall’Egitto all’Onu, a metà ottobre, su due risoluzioni sulla Siria in aperto conflitto: una presentata da Francia e Spagna che chiedeva la dichiarazione di una “no fly zone” su Aleppo, bloccata dal veto russo; l’altra proposta dalla Russia, che chiedeva il ritiro dei miliziani di Al Nusra da Aleppo Est con le mediazione dell’Onu, bloccata dal veto di Regno Unito, Usa e Francia. Ma dietro il contrasto saudo-egiziano, inevitabilmente destinati a complicare la situazione e inasprire gli animi, s’intravvedono i grandi maneggi delle diplomazie, per esempio le mosse russe per avvicinarsi all’Egitto e quelle di Israele per un dopo-Isis e un anti-Iran concordato con i sauditi, e gli sforzi di tutti per posizionarsi in vista della presidenza Trump. Quindi non c’è da stupirsi che volino un po’ di stracci anche tra vecchi amici.

A Ryad non hanno preso bene lo smarcamento di Al Sisi. Anzi, l’hanno preso così male che ai primi di novembre il ministro egiziano del Petrolio, Tariq al-Mulla, ha dovuto mestamente annunciare che, a dispetto di un accordo quinquennale siglato in aprile, l’Arabia Saudita aveva interrotto le forniture di petrolio. Dopo di che sono partite le missioni dei pontieri incaricati di riannodare quei fili che sembravano sul punto di spezzarsi. In particolare quella di Ahmed Aboul Gheit, ex ministro degli Esteri dell’Egitto e attuale segretario della Lega araba, che ha visitato sia Riad sia il Cairo continuando a sottolineare l’importanza dell’unità tra i Paesi arabi.       

La crisi tra Egitto e Arabia Saudita sembra ora congelata. Ma l’elezione di Donald Trump e le notizie che arrivano da Aleppo, con i ribelli costretti all’ultima disperata resistenza, non sembrano fatte per rallegrare la casa reale saudita, che sul crollo del regime di Assad aveva puntato molte delle sue carte.

@fulvioscaglione

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