Benjamin Netanyahu e Donald Trump durante il loro incontro a New York, il 25 settembre 2016. Kobi Gideon / Government Press Office (GPO) / Handout tramite REUTERS / File Foto
Benjamin Netanyahu e Donald Trump durante il loro incontro a New York, il 25 settembre 2016. Kobi Gideon / Government Press Office (GPO) / Handout tramite REUTERS / File Foto

L’imminente visita del premier israeliano Benjamin Bibi Netanyahu negli Usa, con relativo incontro con il presidente Trump il 15 febbraio, cade nel momento peggiore per la nuova amministrazione americana, che di tutto avrebbe bisogno, in questo periodo, tranne che di doversi schierare su una questione così delicata come quella dei rapporti tra israeliani e palestinesi.


LEGGI ANCHE : Periscopio, le notizie dal mondo nella settimana dal 20 al 27 marzo 2017


Perché prendersela, in maniera peraltro finora teorica con l’Iran è un conto. Mettere le mani nel più antico e spinoso pasticcio del Medio Oriente è ben altra cosa e Trump e i suoi, che procedono ancora a tentoni, se ne sono subito accorti. Trump fin dalla campagna elettorale: dopo aver incontrato Netanyahu a New York in settembre, il tycoon con aspirazioni presidenziali aveva annullato una visita in Israele, prevista per dicembre, in seguito a dichiarazioni non proprio cordiali da parte del premier israeliano. Poi, da fresco Presidente, Trump prima ha accennato alla possibilità di spostare l’ambasciata Usa da Tel Aviv (dove hanno sede tutte le rappresentanze diplomatiche straniere) a Gerusalemme, per fare quasi subito marcia indietro.

Quando Obama, negli ultimi giorni del suo secondo mandato, lasciò passare la risoluzione Onu che criticava gli insediamenti israeliani in Cisgiordania come un ostacolo alla pace, Trump lo attaccò con asprezza, annunciando che “dopo il 20 gennaio tutto sarebbe stato diverso”. Il 20 gennaio è venuto, Trump è diventato Presidente ma pochi giorni fa ha espresso, sia pure in termini meno netti, lo stesso concetto. Non che Trump sia stato o sia il solo a muoversi con ambiguità: al di là delle frizioni personali con Netanyahu, Obama ha concesso tutto ciò che Israele gli ha chiesto nel corso degli anni, fino a garantire allo Stato ebraico, nel 2016, il più succoso pacchetto di aiuti militari mai siglato tra i due Paesi: 38 milioni di dollari dagli Usa a Israele nei prossimi dieci anni.

Ma ora il presidente è Trump, la grana è sua e i politici israeliani, che queste partite sanno giocarle da maestri, gli sono già entrati in area di rigore. La Knesset ha appena approvato una legge che “regolarizza” la posizione di 4 mila abitazioni costruite illegalmente dai coloni su terreni della Cisgiordania appartenenti a palestinesi. Questi ultimi saranno “indennizzati” ricevendo un pagamento annuale pari al 125% del valore del terreno per i prossimi vent’anni oppure, ma solo dove è possibile, altri terreni a loro scelta.

In questa situazione, qualunque cosa dica Trump è destinata a ritorcersi contro di lui. Se approverà la politica di Israele e del suo Governo, avrà contro il resto del mondo, visto che Onu e Ue si sono già espressi in termini netti contro la nuova legge sugli insediamenti. Se invece la criticherà, comprometterà i rapporti con Israele e con le potenti lobby degli americani di origine ebraica, e manderà un inequivocabile segnale anche ai Paesi del Golfo Persico che in questi anni sono diventati (sulla Siria, l’Iran, il Libano, lo Yemen…) la principale sponda mediorientale della strategia israeliana.

Come si diceva, è una grana che arriva nel momento peggiore per Trump, che a proposito di Medio Oriente già deve conciliare un’ambiguità di fondo non da poco: come si può considerare l’Isis la principale minaccia globale alla sicurezza e nello stesso tempo prendersela con un Paese, l’Iran, che ha combattuto e combatte l’Isis, e che in quel ruolo si porta dietro alleati importanti?

La politica degli insediamenti, peraltro è “la” politica di Israele da decenni, l’architrave della sua strategia. Altrimenti come si spiegherebbe che oggi nei “settlements” viva il 10% della popolazione israeliana, che il Governo accordi continui privilegi a chi vuole trasferirsi nelle “colonie”, che il costo per il mantenimento delle colonie sia uno dei segreti meglio custoditi di Israele, che lo Stato ebraico ancora rifiuti di darsi un confine?

Come disse Samantha Power, ambasciatrice Usa all’Onu, in occasione del voto sulla risoluzione che fece infuriare Israele, non è possibile essere nello stesso tempo a favore  degli insediamenti e della soluzione “a due Stati”. Barack Obama lo scoprì all’ultimo minuto, dopo otto ani di presidenza. Trump lo scopre fin da subito e sembra, come il suo predecessore, del tutto impotente.

@fulvioscaglione

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE