Barzani ha indetto il 25 settembre un referendum per l'indipendenza del Kurdistan. Molte sono le parti coinvolte e gli attori che temono l'inizio del processo di creazione del Grande Kurdistan da sempre promesso e sognato.

Persone camminano davanti ad un cartello che invita a votare il 25 settembre per il referendum sull'indipendenza. Kirkuk, Iraq. 10 settembre 2017. REUTERS / Ako Rasheed
Persone camminano davanti ad un cartello che invita a votare il 25 settembre per il referendum sull'indipendenza. Kirkuk, Iraq. 10 settembre 2017. REUTERS / Ako Rasheed

Non tutti i beni vengono per giovare. Così, l’imminente sconfitta militare dell’Isis, cacciato da Mosul e sul punto di fare la stessa fine nel bastione siriano di Deir Ezzour, ha fatto tirare un sospiro di sollievo ma nello stesso tempo ha riaperto in Iraq la mai risolta “questione curda”. Massud Barzani, presidente del Governo regionale del Kurdistan, ha indetto per il 25 settembre un referendum che dovrebbe sancire l’indipendenza della regione e, di fatto, trasformarla nel primo nucleo di quel Grande Kurdistan che da un secolo è nei sogni dei curdi. Per solennizzare la decisione, Barzani ha persino riunito il Parlamento, che da molti anni ormai non teneva una seduta degna di tal nome.


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Nei sogni dei curdi, si diceva, ma negli incubi degli altri popoli del Medio Oriente, perché per farlo sorgere si dovrebbero aprire dispute territoriali con tutti i Paesi dove sono presenti i curdi stessi, ovvero Iran, Turchia e Siria, oltre allo stesso Iraq. Non a caso l’Iran ha già minacciato di interrompere i rapporti e chiudere le frontiere se il referendum dovesse aver luogo e la Turchia, che da decenni combatte le ambizioni dei “suoi” curdi, ha parlato apertamente di rischio di guerra. In Siria, poi, le scaramucce tra le truppe lealiste e le milizie curde del Rojava appoggiate dagli americani sono quasi quotidiane.

Persino gli Stati Uniti, che del Kurdistan iracheno sono da sempre i grandi protettori, hanno mobilitato il segretario di Stato Rex Tillerson e il segretario alla Difesa John Mattis per convincere Barzani a desistere e hanno fatto pubbliche e ufficiali dichiarazioni a favore di un rinvio. Per parte sua, il Parlamento iracheno (con l’ovvia astensione dei deputati curdi, che sono usciti dall’aula al momento del voto) ha dichiarato “incostituzionale” il referendum e ha dato al premier Haidar al-‘Abadi mandato affinché “prenda tutte le misure necessarie per difendere l’integrità territoriale del Paese”. A buon intenditor…

Il desiderio di indipendenza del Kurdistan, o meglio di un Kurdistan, ha una lunga storia. E non meno clamorosa è la delusione che lo accompagna, incorniciata tra due date e due trattati. 1920, Trattato di Sévres: Francia, Regno Unito e Usa, potenze vincitrici della prima guerra mondiale, siglano la pace con lo sconfitto impero ottomano e promettono la nascita di uno Stato curdo indipendente. Non si trova però un accordo sui confini (appunto) e già in quel momento si fa l’ipotesi di un referendum. 1923, Trattato di Losanna: la Turchia di Kemal Atatuk, che aveva rigettato il Trattato di Sevres, ottiene dalle stesse potenze la cancellazione dell’impegno preso con i curdi solo tre anni prima.

La questione specifica del referendum del Kurdistan iracheno, poi, viene discussa almeno dal 2003, cioè dall’arrivo in Iraq delle truppe mobilitate da George Bush e Tony Blair. L’amministrazione provvisoria americana, con una mossa che ricorda certe disastrose astuzie inglesi degli inizi del Novecento, fece la mezza promessa di “risolvere le questioni territoriali” rimaste in sospeso tra Erbil (capoluogo appunto del Kurdistan) e Baghdad (capitale dell’Iraq e sede del Governo centrale). I curdi la interpretarono come un via libera all’indipendenza, gli americani come un “chissà, vedremo”, gli sciiti come un “sì, figurati…” e gli arabi sunniti come una delle tante punizioni in arrivo per aver espresso e sostenuto Saddam. In questi anni, quindi, il famoso referendum è stato di volta in volta annunciato, minacciato, indetto e poi posposto (l’ultima volta nel 2014 a causa proprio dell’arrivo dell’Isis), recuperato e riaccantonato (nel 2016), insomma usato come uno strumento dell’accidentato dialogo tra le componenti etnico-religiose della nazione irachena, una pedina della partita politica giocata in particolare tra il Governo centrale dominato dai partiti sciiti e la minoranza curda, a sua volta controllata come in un feudo dalle due storiche famiglie dei Talabani (con la relativa Unione patriottica del Kurdistan) e dei Barzani (Partito democratico curdo).

Volente o nolente, è stato proprio l’Isis a far saltare il già precario equilibrio. Nel 2014-2015, quando l’avanzata delle milizie con la bandiera nera pareva inarrestabile, furono i peshmerga curdi (che peraltro erano scappati a gambe levate da Mosul, che a loro interessava poco) a fare da barriera davanti al Califfato, guadagnando così al Kurdistan il credito politico internazionale che ora cercano di portare all’incasso. Ma non solo. Proprio le operazioni militari anti-Isis hanno consentito ai curdi di completare la “ri-curdizzazione” della regione che ha per capoluogo Kirkuk, cioè di un’area cruciale per la riuscita del loro progetto autonomista.  

Fin dal 2014, infatti, sia l’Unione patriottica del Kurdistan sia il Partito democratico curdo hanno dispiegato i propri reparti a protezione dei campi petroliferi vicini alla città, che sono i più importanti e redditizi del Paese, e da lì non si sono più mossi. Nel frattempo sono arrivate al punto critico due azioni opposte ma complementari. Da un lato quella del Governo centrale (ma lanciata già dall’Amministrazione provvisoria americana del 2003) per spostare altrove (con un complicato sistema di resettlement e indennizzi) gli arabi sunniti che negli anni Ottanta Saddam Hussein aveva trasferito qui prima per annacquare e poi per intimidire la componente curda. Dall’altro quella dello stesso Governo del Kurdistan, che ha spinto molti curdi a spostarsi verso Kirkuk per cambiare i rapporti di potere tra i gruppi etnici e aumentare la pressione a favore dell’annessione della provincia al Kurdistan stesso.

Parlavamo di punto critico perché a fine agosto il Consiglio del Governatorato, presieduto dal curdo Najmuddin Kareem, ha votato perché la popolazione di Kirkuk partecipi al referendum del 25 settembre sull’indipendenza del Kurdistan, come se la città rientrasse nel territorio del Kurdistan e non fosse più parte dell’Iraq governato da Baghdad. Il Consiglio ha 41 membri ma solo 24 hanno partecipato al voto. Questo perché i consiglieri espressi dalle componenti araba e turkmena (questa cara al presidente turco Erdogan) hanno lasciato l’aula prima del voto, da loro definito “incostituzionale”. D’altra parte questa è una partita decisiva perché senza il petrolio dell’area di Kirkuk difficilmente un Kurdistan indipendente, e quindi privo dei finanziamenti che comunque arrivano da Baghdad, avrebbe di che sostenersi e prosperare.

Siamo insomma davanti a una mina che potrebbe scagliare schegge taglientissime per gran parte del Medio Oriente. Bisogna ora vedere se Barzani ha davvero intenzione di andare fino in fondo oppure se, avendo fatto prendere un grande spavento a tutti, è disposto ad accontentarsi di altre promesse e di qualche concessione. Il tempo è poco, ormai, il 25 è vicinissimo e le milizie del Rojava avanzano.

Le azioni delle truppe curde dell’enclave del Nord della Siria, che combattono l’Isis con l’appoggio degli americani, esercitano infatti un’influenza non da poco sulle decisioni politiche di Barzani. Tra Kurdistan e Rojava non corre buon sangue e si può capire perché. Con tutti i suoi limiti, il modello di autogoverno dal basso dei curdi siriani è l’esatto opposto dell’autocrazia familista che da decenni vige tra i curdi iracheni. Sarebbe inoltre uno smacco per i vari Barzani e Talabani se il Rojava arrivasse a una qualche forma di indipendenza prima del Kurdistan, perché ciò servirebbe da esempio e sposterebbe gli equilibri politici tra i quasi 40 milioni di curdi, dei quali ormai 5 vivono fuori dal Medio Oriente come emigrati o profughi. Come sempre da queste parti, insomma, la scintilla di un conflitto potrebbe partire da una lite tra fratelli.

@fulvioscaglione

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