Una ragazza sventola bandiere libanesi durante una manifestazione di protesta. Beirut, Libano, il 19 marzo 2017. REUTERS / Alia Haju
Una ragazza sventola bandiere libanesi durante una manifestazione di protesta. Beirut, Libano, il 19 marzo 2017. REUTERS / Alia Haju

Paese eccezionale da sempre, il Libano continua a stupire e a farsi paragonare al calabrone, l’insetto che in base alle leggi dell’aerodinamica non potrebbe volare ma, non essendo lui al corrente di tali leggi, vola lo stesso. Basta dare un’occhiata alla sua vita politica.


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A fine ottobre del 2016 Michel Aoun, ex generale, è stato eletto Presidente dopo due anni e mezzo di discussioni e di stallo che avevano lasciata vuota la massina poltrona dello Stato. E ora, ancora all’inizio del suo mandato, Aoun sta cercando di realizzare due vere imprese. La prima è di portare all’approvazione la legge di Bilancio, cosa che negli altri Paesi è normale ma qui no. La precedente legge finanziaria del Libano, infatti, fu approvata nel 2005, quando primo ministro era Fouad Siniora, che rimase in carica fino al 2009. Siniora era un intimo amico e collaboratore di Rafik Hariri ed era appoggiato dalla Coalizione 14 Marzo. Finì sotto il fuoco delle opposizioni per aver speso 11 miliardi di dollari più di quanto previsto dal budget stabilito per legge e senza rispondere agli organismi statali di controllo.

Da allora i veti incrociati hanno bloccato ogni altro tentativo di dotare lo Stato di una vera legge di bilancio e il Libano è andato avanti applicando la norma prevista dalla Costituzione: “Il bilancio dell’anno precedente sarà adottato come base” fino a quando un nuovo bilancio sarà approvato. E così per dodici anni.

Come se non bastasse, Aoun ha dovuto affrontare un’altra grossa grana politica, applicando l’articolo 59 della Costituzione che permette al Presidente, per una sola volta in ogni mandato parlamentare, di rinviare per un mese una sessione del Parlamento. Aoun si è deciso a quella mossa perché l’attuale Parlamento dovrebbe concludere il proprio mandato il 21 giugno, ma nel frattempo non è stato trovato alcun accordo sulla nuova legge elettorale che dovrebbe sostituire quella in vigore dal 1960, basata su un sistema rigorosamente maggioritario. Lo stesso Presidente, insieme con Hezbollah e Amal, vorrebbe invece passare a un sistema totalmente proporzionale, incontrando però l’opposizione della Coalizione 14 marzo.

Lo stallo poteva avere gravi conseguenze. Molti osservatori temevano addirittura scontri di piazza, se non una vera guerra civile. In ogni caso, il Parlamento, che da quattro anni lavora in regime di proroga del proprio mandato, avrebbe potuto decidere di mantenersi ulteriormente in carica chiamando in causa il dissidio sulla legge elettorale. Il rinvio di Aoun è una specie di rinvio in calcio d’angolo, nella speranza di guadagnare tempo per raggiungere in extremis un accordo politico che porti alle elezioni e a un Parlamento più “regolare”.

Pur scontando una situazione politica così precaria e intricata, il Libano mostra una straordinaria resistenza alle nuove crisi. Il 25% della sua popolazione, oggi, è formato da rifugiati siriani che, pur nella diffidenza della popolazione autoctona (il gruppo etnico-religioso più consistente in Libano è quello sciita, i siriani sono quasi tutti sunniti) e tra le oggettive difficoltà (ci sono più ragazzi siriani che libanesi nelle scuole del Libano, l’improvviso aumento della popolazione ha fatto impennare gli affitti, la disponibilità di mano d’opera disposta a lavorare in nero ha fatto crescere la disoccupazione, i sistemi sanitari sono sovraccarichi…) hanno comunque trovato un rifugio di fonte alla guerra.

Se a questo aggiungiamo l’irrisolta questione dei profughi palestinesi (circa 300 mila quelli “storici”, più altri 50 mila usciti dalla Siria), possiamo concludere che un abitante su tre, in Libano, è un rifugiato. Il che vuol dire che in Libano ci sono 6 volte più rifugiati che in Germania e 20 volte più rifugiati che in Italia. A quanto pare, quindi, un assetto politico stabile e chiaro non è sempre così necessario.

@fulvioscaglione

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