La politica iraniana, che a molti pare bloccata se non immobile, è al contrario percorsa senza sosta da spinte e controspinte che tengono le sue acque perennemente increspate. L’ultimo caso è stato quello di Hossein Fereydoun, fratello del presidente Hassan Rouhani, finito in carcere (poi in ospedale e da lì, dopo pochi giorni, rilasciato sulla base di una cauzione da 15 milioni di dollari) a causa di non meglio precisate “questioni finanziarie”, un modo curioso ma non inedito per alludere ad accuse di corruzione.

Il Presidente iraniano Hassan Rouhani. REUTERS/Charles Platiau
Il Presidente iraniano Hassan Rouhani. REUTERS/Charles Platiau

Hessein Fereydoun dal 2013 ha la carica di “assistente speciale” del fratello presidente ma è un diplomatico di lungo corso (è stato ambasciator in Malesia e membro della delegazione iraniana all’Onu) e ha respirato l’aria fine dell’alta politica sin da quando, nel 1979, accompagnò l’ayatollah Khomeini nel trionfale ritorno in Iran come responsabile della sua sicurezza. Ha giocato, inoltre, un ruolo discreto ma cruciale durante le lunghe trattative che hanno portato, nel 2015, all’accordo con gli Usa, la Russia, la Ue e l’Onu sul nucleare iraniano.


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Si era capito che una qualche tempesta si stava addensando sul suo capo perché, subito dopo la rielezione, il presidente Rouhani aveva allontanato il prima onnipresente fratello. Più si susseguivano le indiscrezioni dei giornali vicini agli ambienti conservatori (Fereydo un era di volta in volta accusato di speculare sulla valuta iraniana, di pretendere mazzette in cambio di nomine importanti come quelle ai vertici di banche e aziende statali, di cercare di piazzare amici e parenti in posti-chiave dei ministeri economici e così via), meno il fratello-ombra partecipava a incontri politici e meeting internazionali cui prima non mancava mai. Una precauzione che non è bastata: gli attacchi sono continuati fino allo show down di luglio, con l’arresto e tutto il resto.

È chiaro che questa specie di scandalo a corte è un “messaggio” inviato al Presidente. Ed è anche evidente quale sia la colpa di Hassan Rouhani: essersi trasformato da moderato, qual è stato per tutto il primo mandato, a riformista, con l’intento apertamente dichiarato per tutta la campagna elettorale di metter mano ai privilegi politici ed economici delle forze che formano lo Stato profondo iraniano: guardiani della rivoluzione, magistratura, polizia. Durante i suoi comizi Rouhani ha parlato chiaro, attaccando coloro che “per 38 anni non hanno saputo produrre che arresti ed esecuzioni” (il suo rivale per la presidenza, Ebrahim Raisi, è appunto un magistrato) e anche quelli che “controllano l’economia con il fucile in mano”, cosa che gli ha garantito l’imperitura inimicizia dei pasdaran.

Il punto vero della questione, però, è: perché i conservatori possono permettersi di colpire così vicino al Presidente appena rieletto? Il fatto è che in maggio Rouhani ha ottenuto una bella vittoria, ma forse non la vittoria che lui si aspettava e certo non la vittoria che è stata descritta in Occidente.

Lo ha spiegato bene Shahid Shaidsaless su Middle East Eye: dei 41 milioni di voti espressi nell’elezione, Rouhani ne ha avuti 23 e il contendente Raisi solo 16. Un grande distacco, certo, ma non una vittoria a valanga. Nel 2001, il riformista Khatami vinse ottenendo 22 milioni di voti su 28 milioni di voti espressi, eppure fu ugualmente imbrigliato nell’azione di governo. Tra il 2001 e oggi, inoltre, l’Iran ha acquisito 20 milioni in più di cittadini aventi diritto di voto che il fonte riformista, come si vede, non è riuscito a portare dalla propria parte.

Schierata con Rouhani, inoltre, c’è la stessa parte di società che animò le proteste per la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad nel 2009: giovani della media e alta borghesia. Sono i settori più intraprendenti e dinamici, quelli più ricchi di competenze e prospettive. Ma i conservatori sono annidati in un sistema politico e sociale che è stato costruito per favorirli e per assegnare loro consistenti privilegi, economici e non solo. Perché degli stessi privilegi godono anche i corpi speciali come la Guardie della Rivoluzione e i tutori dell’ordine pubblico, che quindi sono per natura, oltre che per affinità ideologico-religiosa, loro fedeli alleati.

Per non finire come le proteste del 2009, quindi, lo schieramento pro-Rouhani deve osare, senza però dimenticare di avere limiti ben precisi che, al momento almeno, non può superare. L’arresto di Hossein Fereydoun è appunto questo. Un richiamo al senso del limite all’interno di un confronto politico che magari poco traspare ma in realtà non si ferma mai.

@fulvioscaglione

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