L'ex primo ministro Matteo Renzi tiene un discorso durante l'incontro del Pd al Lingotto di Torino, il 12 marzo 2017. REUTERS / Giorgio Perottino
L'ex primo ministro Matteo Renzi tiene un discorso durante l'incontro del Pd al Lingotto di Torino, il 12 marzo 2017. REUTERS / Giorgio Perottino

13 - 20 marzo 2017 - Il punto sulle notizie politiche della settimana in Italia.


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Siamo in pieno riposizionamento politico, per assecondare il nuovo schema proporzionale delle prossime politiche.

Renzi apre la campagna per le primarie

Nei tre giorni di conferenza a Torino, Matteo Renzi cerca di rilanciare l’iniziativa politica, dopo i colpi subiti dai magistrati di Roma e di Napoli che indagano su suo padre e sul ministro dello Sport, il suo amico Luca Lotti. Sul palco della conferenza si alternano tutti i dirigenti renziani, oltre a diversi ministri e alla leader radicale Emma Bonino, ma nessuno esprime idee nuove. Lo stesso Renzi non riesce a lanciare alcuna iniziativa politica, nemmeno una parola d’ordine nuova. La presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, arriva anzi a polemizzare con la Bonino, che chiede una politica d’accoglienza nei confronti degli immigrati. Tra i collaboratori di Renzi inizia a diffondersi il timore che un’alta affluenza alle primarie potrebbe stavolta penalizzare il segretario uscente e non invece premiarlo, come accadde nel 2013.

Forza Italia salva Lotti, il Pd Minzolini

Il passaggio politico più importante della settimana si svolge mercoledì 15 marzo in Senato, in occasione della votazione sulla mozione di sfiducia nei confronti del ministro Lotti, presentata dal Movimento 5 stelle. Forza Italia conferma la sua opposizione di principio alla sfiducia ad personam, e i suoi senatori, pur partecipando al dibattito, abbandonano l’aula prima della votazione. In favore della sfiducia, oltre ai grillini, votano dunque Lega e Sinistra e libertà, per un totale di 52 voti. I voti contrari sono invece 161 e gli astenuti 2. Un risultato scontato, tenendo conto di due elementi: la posizione di Forza Italia, e la volontà di scissionisti e dissidenti del Pd di preservare il governo da ogni scossone. L’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni supera dunque in modo indolore un passaggio delicato, soprattutto grazie al sempre più evidente sostegno di Silvio Berlusconi al presidente del Consiglio. Un sostegno che potrebbe prefigurare un governo di larghe intese nella prossima legislatura, e che inizia ad essere ripagato. Il giorno dopo la bocciatura della mozione di sfiducia a Lotti, giovedì 16 marzo, viene infatti respinta in Senato la decadenza di Augusto Minzolini, parlamentare di Forza Italia, molto vicino a Berlusconi, condannato in via definitiva per peculato. Una ventina di senatori del Pd si allontanano dall’aula, facendo così abbassare il quorum, e 19 votano contro la decadenza: dal renziano Tonini al dalemiano Ugo Sposetti, dall’indipendente Massimo Mucchetti all’operaista Mario Tronti.

Il Senato approva la riforma penale

Martedì 14 marzo il Senato approva in seconda lettura, con un voto di fiducia, il disegno di legge sulla riforma del processo penale. Il testo, approdato alla Camera alta già il 23 settembre 2015, limita la divulgazione delle intercettazioni e prevede un notevole allungamento dei tempi di prescrizione. Quest’ultima misura, molto controversa, vista la già eccezionale lunghezza dei processi in Italia, è stata fortemente osteggiata dai centristi della maggioranza, ed in particolare dai senatori di Ala, il gruppo guidato da Denis Verdini. Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni commentatori, non è Renzi a chiedere il voto di fiducia, nel tentativo di dare una spallata al governo Gentiloni. Nessuno, tra i centristi o tra i berlusconiani, intende infatti mettere in difficoltà l’esecutivo, ed un simile piano avrebbe quindi avuto scarsissime possibilità di successo. A chiedere la fiducia è in vece Andrea Orlando, ministro della Giustizia e candidato alla segreteria del Pd, per dimostrare di aver portato avanti un suo provvedimento legislativo. E per marcare una differenza con Renzi, il quale non ne aveva fatto una priorità, pur di preservare l’alleanza con Verdini. Il testo passa ora alla Camera, dove molto probabilmente subirà nuove modifiche che costringeranno ad un nuovo passaggio in Senato.

Il governo, intimorito dal referendum, cancella i voucher

Il governo cerca di eliminare dall’agenda politica il problema del referendum sui voucher, proposto dalla Cgil. La consultazione prevede un secondo quesito, che prevede la responsabilità congiunta di appaltante ed appaltatore nei confronti dei lavoratori. In un primo tempo, l’esecutivo pensa d’imporre un tetto massimo di cinquemila euro lordi l’anno alle imprese che utilizzino i voucher, lasciando invece inalterato il limite per le famiglie. L’ipotesi viene però bocciata dalla segretaria confederale della Cgil, Susanna Camusso, e nel governo si fa strada, quindi, l’idea di abolire del tutto i voucher. Si arriva quindi ad un accordo in tal senso all’interno della commissione Lavoro della Camera, presieduta da Cesare Damiano, egli stesso ex dirigente della Fiom, la federazione più radicale della Cgil. Viene così approvato un emendamento ad una proposta di legge di riforma del lavoro accessorio. L’emendamento abolisce i voucher dal 31 dicembre 2018, in modo da consentire d’incassare i voucher a chi ne possiede. Il governo fissa dunque la data del referendum al 28 maggio prossimo, ma venerdì scorso vara un decreto che non solo cancella completamente i voucher, ma ripristina anche la responsabilità congiunta di appaltante e appaltatore nei confronti dei lavoratori, rendendo così del tutto inutile il referendum. L’esito della vicenda rappresenta un successo per la sinistra ed un arretramento netto per l'impianto voluto da Matteo Renzi, il quale aveva cancellato, con la riforma del lavoro, la responsabilità solidale, salutato a suo tempo con favore dalle associazioni imprenditoriali.

Il partito di Alfano si scioglie, nella speranza di un'alleanza più ampia

La caduta di Matteo Renzi ha gettato nello sconforto i centristi della maggioranza, ed in particolare i parlamentari del Nuovo centrodestra, formazione che rischia il disfacimento. Molti si sono rivolti a Silvio Berlusconi, offrendosi anche di far cadere il governo, senza tuttavia trovare sponde, ma solo inviti alla prudenza. Nel tentativo di trovare una zattera di salvataggio, il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, si rivolge allora al presidente della Lombardia, Roberto Maroni, con il quale ha rapporti amichevoli sin dai tempi dell’ultimo governo Berlusconi. Il leader dell’Ncd ha trovato così una sponda nell’ala della Lega più critica nei confronti di Matteo Salvini, il quale ha posto il veto ad ogni accordo con Alfano. Sabato 18 marzo, L’Ncd ha tenuto dunque a Roma il suo congresso di scioglimento, nella speranza che si possano verificare le condizioni per un’alleanza ampia – il vecchio progetto di una sezione italiana del Partito popolare europeo – o quanto meno per dar vita ad una nuova aggregazione centrista, capace di raccogliere le sparse truppe che vanno da Raffaele Fitto al sindaco di Verona Flavio Tosi, da Gaetano Quagliariello a Mario Mauro, dal ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, all’ex commissario di Forza Italia, Stefano Parisi. Il documento programmatico approvato prevede la permanenza al governo fino a fine legislatura, ma, subito dopo, il distacco netto dal centrosinistra. La nuova formazione avrebbe infatti davanti a sé due prospettive: andare alle elezioni da sola o in alleanza con il centrodestra. Sarebbe inoltre sancita l’incompatibilità tra incarichi di partito e di governo, in modo da far compiere un passo indietro ad Alfano, consapevole di costituire un ostacolo alla ricostruzione del centrodestra. Possibile leader della nuova formazione potrebbe essere Maurizio Lupi, ritenuto in grado di tessere le fila con l’ala moderata della Lega, ma anche con numerosi esponenti della galassia centrista oggi in cerca di una casa. Da sempre vicino alla Compagnia delle opere, intelligente, abile nei dibattiti, molto ambizioso, Lupi deve però risalire la china reputazionale dopo l'incidente di un regalo ricevuto dal figlio, che lo costrinse alle dimissioni dal Governo qualche anno fa.

@GiuScognamiglio

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