Paolo Gentiloni passa la guardia d'onore al fianco di al-Sarraj a Palazzo Chigi durante un incontro a Roma. 26 luglio 2017. REUTERS / Max Rossi
Paolo Gentiloni passa la guardia d'onore al fianco di al-Sarraj a Palazzo Chigi durante un incontro a Roma. 26 luglio 2017. REUTERS / Max Rossi

4-11 settembre 2017 - Le notizie della settimana in Italia.


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Nel contesto europeo l'Italia è ripiegata su sè stessa...

Libia: anche l’Italia apre il dialogo con Haftar

Negli ultimi giorni d’agosto, il ministro dell’Interno, Marco Minniti, compie una visita riservata a Bengasi, dove incontra il generale Khalifa Haftar, fiero avversario del Consiglio presidenziale di Tripoli, sostenuto invece dalla comunità internazionale ed in particolare dalla Francia. L’incontro – il primo di un esponente governativo italiano con l’uomo forte di Bengasi – viene rivelato dal quotidiano libico Al Wasat, vicino ad Haftar, che pubblica una foto dei due. Si viene poi a sapere che Minniti ha chiesto al generale di abbandonare i toni bellicosi nei confronti dell’Italia, assicurando, da parte sua, che il nostro paese non immagina alcuna soluzione politica al conflitto in corso nel paese, che non preveda un ruolo per lo stesso Haftar. L’episodio è significativo per diversi motivi. Esso dimostra, innanzitutto, come Minniti svolga ormai una funzione di “supporto” del ministro degli Esteri Angelino Alfano, per tutto ciò che riguarda la Libia, e non solo le questioni migratorie. D’altra parte, appare evidente l’intenzione del governo di Roma di contrastare l’azione diplomatica del presidente francese, Emmanuel Macron, che il 25 luglio scorso ha ospitato un incontro tra Haftar ed il leader del Consiglio presidenziale di Tripoli, Fayez al Sarraj. La decisa azione di Minniti ha rafforzato Sarraj, che ora può contare su una Guardia costiera abbastanza efficiente, su una limitata presenza militare italiana a Tripoli, e sul sostegno di almeno 14 municipalità: tutte quelle della fascia costiera della Tripolitania, più El Gatrun e Cufra, centri del Fezzan situati al crocevia delle carovaniere provenienti da Niger, Ciad ed Egitto. Rafforzato così il proprio alleato, l’Italia può aprire il confronto diretto con il comandante delle milizie di Bengasi, in vista delle elezioni politiche della primavera prossima.

Renzi solo contro tutti in Sicilia

Il dibattito politico, in quest’ultimo scorcio d’estate, è dominato a) dai temi legati all’immigrazione, b) dalle elezioni in Sicilia e c) dalla preparazione della prossima legge di bilancio. Alla Camera, intanto, sono appena ripresi in commissione Affari costituzionali i lavori sulla riforma della legge elettorale. L’appuntamento cruciale, in vista del quale tutti i leader politici hanno fissato le proprie agende, è quello con il voto siciliano, che potrebbe determinare bruschi cambiamenti, in particolare all’interno del Partito democratico. I risultati del voto non avranno conseguenze significative per il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, il cui futuro politico dipenderà, semmai, dalla riforma elettorale e, dunque, dai risultati delle prossime consultazioni politiche. Il Movimento 5 stelle punta moltissimo sulla vittoria nelle urne siciliane, sperando che essa possa gonfiare le vele del partito, in vista delle elezioni politiche. Un’eventuale sconfitta rallenterebbe certamente la corsa dei grillini, ma non ne comprometterebbe irrimediabilmente le possibilità di successo e meno ancora quelle di sopravvivenza politica. Allo stesso modo, il centrodestra, tornato unito, spera di poter vincere le regionali in Sicilia ma, se sconfitto, non perderebbe la possibilità di partecipare ad un futuro governo nazionale, dopo le elezioni politiche. C’è un solo attore che ha tutto da perdere dalle consultazioni siciliane: Matteo Renzi. Il segretario del Partito democratico è riuscito finora a raggiungere accordi elettorali solo con Angelino Alfano, ministro degli Esteri e leader di Alternativa popolare, e con il presidente uscente della regione Sicilia, Rosario Crocetta. E’ con questi “alleati” che il Pd si presenterà all’appuntamento con le urne in Sicilia. A sinistra, infatti, solo Giuliano Pisapia sostiene il candidato renziano alla presidenza della giunta siciliana, il rettore dell’università di Palermo Fabrizio Micari, ma l’ex sindaco di Milano non gode di alcun seguito nell’isola. Le forti frizioni con le altre componenti di sinistra, del resto, potrebbero persino spingerlo a ritirarsi dalla politica attiva. Il Movimento democratici e progressisti, Sinistra italiana e le altre componenti dell’estrema sinistra, infine, sosterranno unite Claudio Fava, sottraendo così preziosi punti percentuali ad un Pd già ridotto ai minimi termini.

Riforma elettorale dopo le elezioni in Sicilia?

La situazione del Partito democratico in Sicilia è talmente precaria che, secondo nostri interlocutori interni al PD, Renzi starebbe considerando la possibilità di non far apparire il simbolo nella scheda elettorale. Secondo un sondaggio realizzato da Euromedia, se si votasse oggi, il Pd otterrebbe solo il 12,4 per cento dei voti, mentre Forza Italia raccoglierebbe il 22,9 ed il Movimento 5 stelle il 33,7 per cento. E’ certamente ancora presto per fare previsioni, ma una pesante sconfitta elettorale in Sicilia potrebbe anche spingere molti, nel Pd, a rimettere in discussione la leadership di Renzi. Gli equilibri stabiliti dopo l’ultimo congresso del partito sono in parte già mutati, tanto nell’assemblea quanto nella direzione. Quel che forse è più importante, però, è che all’interno dei gruppi parlamentari il ministro della Cultura, Dario Franceschini, può ancora contare su un seguito determinante. Un’eventuale vittoria del centrodestra in Sicilia, e ancor più un trionfo dei grillini, riaprirebbe immediatamente il dibattito all’interno del Partito democratico sulle alleanze e, dunque, sulla legge elettorale. Renzi finirebbe subito sotto attacco e la sua prospettiva di un’alleanza con Alfano e Pisapia sarebbe pesantemente contestata. L’eventuale spostamento delle truppe di Franceschini potrebbe dunque risultare decisivo per l’approvazione di una legge elettorale che preveda un premio di maggioranza alla coalizione vincente, e che consenta dunque la ricomposizione del centrosinistra storico. Una sorta di “nuovo Ulivo” comprendente le sinistre ed una componente centrista non screditata. Uno schieramento che Renzi, tuttavia, non sembra avere le caratteristiche comportamentali e politiche per guidare.

L’immigrazione resta al centro del dibattito politico

Nonostante il forte calo degli sbarchi, ottenuto grazie all’azione del Ministro dell’Interno, la questione dell’immigrazione resta al centro dell’attenzione dei media, soprattutto per via di alcuni fatti di cronaca anche gravi, come il brutale stupro di una giovane polacca a Rimini. Giovedì 7 settembre, l’organizzazione Medici senza frontiere pubblica un rapporto sui campi di detenzione degli immigrati clandestini in Libia, che descrive stupri e torture ai danni dei migranti. I dirigenti dell’organizzazione accusano i governi europei, ed in particolare quello italiano, di essere responsabili della situazione, per aver chiuso la rotta mediterranea. Nel mondo politico italiano, le accuse sono rilanciate soprattutto da Emma Bonino, la quale attacca direttamente il ministro dell’Interno, Marco Minniti. È purtroppo anche vero che l’insofferenza nei confronti degli immigrati, in Italia, ha raggiunto livelli mai toccati prima, come dimostrano le polemiche scattate in seguito alla morte di una bambina infettata dalla malaria all’ospedale di Trento.

Gentiloni uber alles

E’ in questo clima che Matteo Renzi ripropone l’introduzione dello “ius soli”, ventilando la possibilità che il governo ponga la fiducia per far approvare la riforma del diritto di cittadinanza. La proposta del segretario del Pd è politicamente così lesionistica da sembrare dettata dalla frustrazione. L’ex premier, secondo nostri interlocutori interni al PD, segue con estrema irritazione le crescenti dimostrazioni di apprezzamento che leader politici e capitani dell’industria italiani e stranieri attribuiscono al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Questi, seppure con i toni dimessi che lo distinguono, si mostra sempre più emancipato dalla tutela del segretario del suo partito e, nel discorso pronunciato sabato 2 settembre al forum di Cernobbio, afferma: “Io non sono un presidente del Consiglio che promette miracoli”. Di fronte alla crescita degli occupati, sbandierata da Renzi come un successo della sua riforma del lavoro, Gentiloni definisce invece “scandalosamente insufficiente la ripresa del lavoro”. Anche il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, prende nettamente le distanze dall’ex premier, rifiutando tutte le sue proposte di spesa in vista della prossima Manovra finanziaria. Pur sottolineando la necessità di misure che favoriscano la crescita, Padoan auspica infatti “una legge di bilancio che non faccia danni”. Il governo italiano sembra del resto godere di un inedito sostegno da parte della Germania e dei suoi alleati. Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schauble, approva pubblicamente il salvataggio delle banche venete. Il vicepresidente della Commissione Europea, l’olandese Frans Timmermans, plaude alla politica di Roma in Libia, giustificando in pieno i limiti imposti alle Ong che trasportavano migranti attraverso il Mediterraneo. Jeroen Dijsselbloem, ministro delle Finanze olandese e presidente dell’Eurogruppo, si lancia in apprezzamenti quanto meno insoliti per quanto l’Italia ha fatto e fa nell’affrontare le crisi bancarie e il debito pubblico. Ed infine la Corte di giustizia europea boccia il ricorso di Ungheria e Slovacchia, avverso l’obbligo di accogliere una quota di rifugiati, aprendo la strada alla revisione dell’accordo di Dublino: un risultato importantissimo per il nostro paese.

Lega: a Cernobbio spunta il Salvini di governo

Domenica 3 settembre il leader della Lega, Matteo Salvini, e quello del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, prendono la parola, separatamente, al forum economico di Cernobbio. L’invito ai due esponenti politici manifesta l’interesse – e probabilmente il timore – delle élite industriali e finanziarie del paese nei confronti delle due forze percepite come “anti-sistema”. Così, almeno, la maggior parte dei media nazionali annunciano la presenza al forum dei due leader, che pure hanno fra loro profonde differenze. Salvini si mostra a suo agio nell’affrontare la platea di capitani dell’industria e della finanza e rivendica il fatto che buona parte delle sue parole d’ordine siano ormai ampiamente condivise – dalla riduzione del peso fiscale al blocco dei flussi migratori. Il suo partito, del resto, ha partecipato per anni al governo del paese e attualmente amministra – piuttosto bene – la Lombardia e il Veneto, due regioni che insieme contano quasi 15 milioni d’abitanti ed oltre 500 miliardi di Pil: quasi un terzo del prodotto interno lordo dell’Italia intera. Nelle ultime settimane Salvini ha significativamente attenuato i toni polemici; ha raggiunto un accordo con Silvio Berlusconi per la ricostituzione del centrodestra, in vista delle elezioni in Sicilia ma anche di quelle nazionali; e ha trasformato il suo partito in Lega nazionale, superando il regionalismo padano. E’ in questo contesto che egli lancia, proprio a Cernobbio, un programma per la realizzazione di alcune importanti infrastrutture nel Mezzogiorno d’Italia: la linea ferroviaria ad alta velocità Salerno-Palermo ed il potenziamento dei porti di Taranto e di Augusta. Un programma che comporterebbe investimenti per 22 miliardi in 6-8 anni, teso a portare da 6 a 25-30 milioni di Teu la capacità di trasporto da e verso “il continente chiave per il futuro della logistica in Italia: l’Africa”.

M5s: le ambizioni di Di Maio e la suggestione Gabanelli

Nel corso della sua visita a Cernobbio, Luigi Di Maio si mostra preoccupato soprattutto di conquistare una patente di leader affidabile, e tuttavia conferma tutti i suoi limiti. Egli rinnega le vecchie posizioni contrarie alla moneta unica europea e fa professione di fede europeista, ma l’unico suo guizzo riguarda la dichiarata volontà di fare dell’Italia una “smart nation” – un paese all’avanguardia nelle nuove tecnologie informatiche – senza tuttavia dettagliare alcun programma concreto. Il movimento terrà la sua conferenza nazionale dal 22 al 24 settembre a Rimini, dove sarà presentato il programma del partito, e in quell’occasione dovrebbe anche essere annunciato il nome del candidato alla presidenza del Consiglio. Di Maio viene unanimemente considerato come il più probabile vincitore del contesto interno, seguito dal deputato romano Alessandro Di Battista. Entrambi, tuttavia, appaiono del tutto inadeguati a guidare una nazione ad economia matura con sessanta milioni d’abitanti. Nessuno dei due, del resto, sembra poter dare all’M5s la spinta necessaria a raggiungere il 40 per cento dei voti che, con l’attuale legge elettorale, garantirebbe la maggioranza dei seggi della Camera. E’ per questo che suscita interesse una vicenda apparentemente del tutto slegata dal contesto per la leadership grillina. Giovedì 7 settembre, infatti, la conduttrice televisiva Milena Gabanelli rifiuta la vice direzione di Rai News 24 che le viene offerta dal Cda dell’emittente pubblica. La giornalista dichiara di non volersi impegnare per un prodotto che non porta la sua firma, e chiede al direttore generale dell’azienda, Mario Orfeo, l’aspettativa non retribuita. La sua decisione può essere certamente dettata dalla frustrazione per non aver ottenuto la direzione della nuova struttura informativa, che a suo tempo le era stata proposta dall’ex Dg dell’azienda, Antonio Campo Dall’Orto. La Gabanelli, tuttavia, ha da tempo rapporti strettissimi con la dirigenza del Movimento 5 stelle che aveva inserito il suo nome nella rosa dei candidati alla presidenza della Repubblica. Popolarissima tra i simpatizzanti grillini, la conduttrice ha fama d’incorruttibile accusatrice del malaffare e potrebbe ricevere dal movimento un invito ad accettare la candidatura a Palazzo Chigi.

Economia e politica - la saga Fincantieri continua…

A Cernobbio, in occasione del forum economico, si assiste ad una sfilata senza precedenti di personalità di spicco del mondo politico e imprenditoriale francese. Tra gli oratori spiccano il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, l’ex presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, l’amministratore delegato di Generali, Philippe Donnet, e quello di UniCredit, Jean-Pierre Mustier. Diserta il forum, invece, Arnaud de Puyfontaine, presidente di Vivendi e vice Ad di Tim, pur atteso. Il responsabile dell’Economia annuncia che domani, lunedì 11 settembre, sarà a Roma, per presentare al governo italiano e al management di Fincantieri una nuova proposta riguardo i cantieri di Stx France. L’idea di Le Maire, a quanto risulta, è quella di creare una nuova compagnia partecipata da Fincantieri e da Naval Group – società pubblica transalpina forte soprattutto nella cantieristica navale militare – cui sarebbe conferita anche Stx France. L’idea sembra non dispiacere a molti che pure avevano condannato la decisione del governo di Parigi di bloccare l’acquisizione di Stx France da parte di Fincantieri.

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