L'aula del Senato italiano. Roma, Italia. REUTERS/Alessandro Bianchi
L'aula del Senato italiano. Roma, Italia. REUTERS/Alessandro Bianchi

8 - 15 maggio 2017 - Il punto sulle notizie politiche della settimana in Italia.


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In Italia fatichiamo prevedibilmente a darci nuove regole elettorali.

Grandi manovre per la legge elettorale

Per quanto si ragioni sulle modifiche da apportare alla legge elettorale, la possibilità di costituire una maggioranza che comprenda Pd e Forza Italia appare comunque aleatoria. L'eventuale premio potrebbe non andare al Partito democratico, ma all'M5s: un'eventualità che impedirebbe a Renzi e Berlusconi di avere la maggioranza dei seggi, e che anzi aprirebbe la strada ad un governo Grillo-Salvini. Una soglia di sbarramento piuttosto bassa, magari al 3 per cento, inoltre, consentirebbe ai centristi di entrare in parlamento, ma assegnerebbe una corposa pattuglia anche alla sinistra del Pd. Quanto al Mattarellum, formalmente preferito da Renzi, esso avrebbe come effetto la probabile scomparsa dal Pd dalla Sicilia e da quasi tutto il Lombardo-Veneto. In teoria il sistema migliore, per Renzi, sarebbe un proporzionale senza premio, e con una soglia di sbarramento alta, al 6 e magari anche all'8 per cento: in questo modo i piccoli partiti sarebbero spazzati via, il voto si concentrerebbe sulle 4 forze rimaste - M5s, Pd, FI e Lega - e Renzi potrebbe facilmente avere, insieme a Berlusconi, la maggioranza dei voti. L'adozione di un simile sistema, tuttavia, farebbe insorgere i rappresentanti dei partiti minori, e richiederebbe molto coraggio politico. Sta di fatto che il Pd non riesce a trovare un’intesa né con Forza Italia, né con il Movimento 5 stelle, e presenta dunque alla Camera, in commissione Affari costituzionali, un testo macchinoso e dagli effetti imprevedibili, che viene attaccato da quasi tutti i partiti.

D’altra parte, il Pd non ha una maggioranza in commissione Affari costituzionali e non è in grado d’imporre un proprio testo, come base per il dibattito. Renzi si rende conto, infine, di non poter raggiungere al momento alcun accordo, né con Berlusconi, né con i grillini. Il capogruppo del Pd in commissione Affari costituzionali, Emanuele Fiano, fa infatti sapere che il partito si rimette alle valutazioni del presidente della commissione, Andrea Mazziotti di Celso, il quale deposita un testo su cui aprire la discussione. La sua proposta prevede di estendere al Senato la legge attualmente in vigore per la Camera: sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento al 3 per cento e un premio di governabilità alla lista più votata che superi il 40 per cento. Un sistema che, aldilà delle prevedibili polemiche, che infatti esplodono, potrebbe trovare l’assenso di Pd, Forza Italia ed M5s. I nodi su cui si concentrerà la discussione saranno certamente tre: la soglia di sbarramento, che al 3 per cento consentirebbe l’entrata in parlamento di centristi, Fd’I e sinistre; la consistenza del premio di maggioranza, e la sua attribuzione al primo partito o alla coalizione vincente. Le polemiche si concentrano sulle preferenze, che né Berlusconi, né Renzi, né i grillini vogliono. Se però il presidente di Forza Italia non si perita di esplicitarlo, il segretario del Pd teme gli strali di grillini e sinistre, che tuonano contro il “parlamento dei nominati”.

PD: Renzi non fa prigionieri

Domenica 7 maggio Renzi, rieletto con schiacciante maggioranza alla segreteria del Pd, convoca l’assemblea del partito per ricevere formalmente l’incarico e procedere alla nomina della nuova direzione. Composta di mille membri, l’assemblea vede 700 renziani, 212 esponenti della corrente di Andrea Orlando ed 88 seguaci di Michele Emiliano. Il leader del partito sottolinea di voler mantenere la guida del Pd fino al 2021, alla scadenza naturale del suo mandato, e garantisce pieno sostegno al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Il segretario estromette però dalla direzione del partito Ermete Realacci, deputato, fondatore di Legambiente, oltre che intimo amico di gioventù di Gentiloni. E’ nella scelta dei componenti la direzione, infatti, che Renzi mostra tutta la sua determinazione.

Dei 208 componenti, sono membri di diritto 68 tra sindaci, presidenti di regione ed ex segretari del Pd. Si salvano dalla falcidia due ex pesi massimi come Walter Veltroni e Piero Fassino, mentre Romano Prodi ed Enrico Letta vengono esclusi, non avendo rinnovato la tessera. Altri 20 vengono nominati direttamente da Renzi, che sceglie un plotone di ventenni. Degli ultimi 120 membri, 24 vanno ad Orlando, 12 ad Emiliano ed 84 a Renzi. Oltre a Realacci vengono estromessi esponenti di peso come l’ex presidente del partito Gianni Cuperlo; l’ex ministro della Difesa Beppe Fioroni; il viceministro degli Esteri Vincenzo Amendola; l’ex ministro delle Pari opportunità Cécilie Kyenge, l’ex presidente del Senato Franco Marini; il viceministro dello Sviluppo economico Ivan Scalfarotto e molti altri. Con particolare attenzione, il segretario sembra accanirsi contro i seguaci del ministro della Cultura, Dario Franceschini, il quale tace ma ottiene la nomina della propria compagna, Michela di Biase, dettaglio che gli procura il rancore di molti esponenti della sua corrente. Presidente del partito viene confermato l’opaco ma fedelissimo Matteo Orfini, mentre vice segretario unico è il ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina. Viene così esautorato anche Lorenzo Guerini, molto stimato nel partito, ma forse troppo vicino al Quirinale. La determinazione mostrata dal segretario nell’eliminare oppositori e dubbiosi, lascia intendere quali criteri potrebbero essere utilizzati nella composizione delle liste dei candidati alle prossime elezioni politiche.

Berlusconi alla riconquista del centro

Anche Silvio Berlusconi, passate le primarie del Pd e le elezioni presidenziali francesi, prende posizione con maggiore decisione, rilasciando un paio d’importanti interviste. Il presidente di Forza Italia nega la possibilità di un nuovo “patto del Nazareno” con Matteo Renzi, teso ad impedire l’arrivo al governo del Movimento 5 stelle. Egli afferma anzi di voler ricostituire il centrodestra assieme alla Lega e a Fratelli d’Italia, ma sottolinea che la sconfitta di Marine Le Pen in Francia mette in evidenza l’inadeguatezza della destra nel formulare proposte di governo credibili. La leader del Fronte nazionale, sostiene, si è fatta portatrice d’istanze reali che devono trovare spazio nell’offerta politica del centrodestra, ma solo i moderati possono guadagnare il consenso della maggioranza degli elettori, portando così la coalizione alla vittoria. Una posizione aspramente contestata dal leader della Lega, Matteo Salvini, ma condivisa sia dal presidente della Lombardia, il leghista Roberto Maroni, sia dal segretario di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Quest’ultima sostiene infatti la necessità di cambiare, almeno in parte, l’offerta politica della destra, ricevendo ancora una volta i complimenti del leader di Forza Italia. Berlusconi, tutto sommato, non chiude all’ipotesi di un governo di larghe intese, anzi, rinvia ogni decisione a dopo le elezioni. Assicura però il proprio impegno in campagna elettorale, anche in assenza di una decisione in suo favore da parte della Corte di giustizia di Strasburgo, nel ricorso a suo tempo avviato contro l’applicazione della legge Severino.

@GiuScognamiglio

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