Il Presidente turco Tayyip Erdogan. REUTERS/Umit Bektas
Il Presidente turco Tayyip Erdogan. REUTERS/Umit Bektas

10 - 17 aprile 2017 - Il punto sulle notizie politiche della settimana nel mondo. 


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Il referendum in Turchia: una vittoria di misura

Dopo i tanti referendum di riforma costituzionale in questi anni, domenica anche in Turchia si è votato per un referendum che potrebbe cambiare radicalmente la struttura dello stato turco, da sistema parlamentare a presidenziale. Un voto sul filo di lana, il 7° referendum costituzionale turco ha visto prevalere il campo del "sì" con una maggioranza di 51,4% contro il 48,6% del "no". L'affluenza è stimata intorno all'86%.

Molti considerano le modifiche alla costituzione turca uno strumento che in ultima analisi dovrebbe abbassare il livello di democrazia del paese. Detto questo, un osservatore imparziale della realtà contemporanea turca non può non ammettere che il referendum è molto più complesso della semplificazione dualistica tra il bene e il male, la democrazia e il dispotismo offerta dall'Occidente e da buona parte dei media locali. Un'analisi più dettagliata dei cambiamenti introdotti da questo referendum ci permette invece di cogliere le sfumature che questo voto referendario comporta.

1. L'autorità di Erdogan sarà ancora soggetta a pesi e contrappesi. I critici sostengono che la riforma costituzionale permetterà a Erdogan di regnare fino al 2029 senza vincoli al suo potere.  Va detto però che nonostante le modifiche i meccanismi di vigilanza che prevedono pesi e contrappesi esistenti nel sistema precedente rimangono: il presidente dovrà rendere conto a 'inchieste parlamentari' allargate, 'indagini parlamentari' e 'ricorsi parlamentari'.

2. Le 18 modifiche costituzionali dovrebbero trasformare la governance del parlamento turco in un sistema presidenziale, una via di mezzo tra i sistemi parlamentari francese e statunitense. D'ora in avanti il presidente potrà nominare i propri ministri, i funzionari di altro rango e i più alti membri del sistema giudiziario, come in ogni altro paese con un sistema presidenziale. Inoltre, uno sguardo più attento alle proposte di modifica rivela che il vero obiettivo è rimuovere le ambiguità esistenti nella costituzione del 1982 in relazione ai conflitti tra poteri e le sovrapposizioni delle autorità garantite al capo dello stato e al capo di governo. La costituzione turca è stata modificata 17 volte da quando è stata approvata la prima volta. Perciò non deve sorprendere che quasi tutti in Turchia convenissero che la costituzione attuale, varata dai militari nel 1982, andasse riformata.

3. Ancora una volta Erdogan sfrutta un profondo sentimento popolare: il presidenzialismo ha sempre attratto e trovato riscontro nell'animo degli elettori turchi che hanno spesso apprezzato un leader più 'muscolare' e 'forte. Da Ataturk in avanti, il ruolo del presidente è stato esercitato con sempre maggior personalità di quello di primo ministro. I media occidentali hanno preso sempre più di mira Erdogan spesso dimenticando ciò che il popolo turco ha dovuto sopportare in questi ultimi anni in termini di polarizzazione sociale, attacchi terroristici e in ultimo un tentato golpe. Di conseguenza, non deve destare sorpresa se una maggioranza dei votanti ha preferito la stabilità e un sistema che avalla una presidenza forte e che può agire rapidamente per risolvere contrattempi e crisi.

4. La vera questione rimane fino a che punto Erdogan si limiterà ad implementare i suoi nuovi potere e se il voto così risicato per il "Sì" lo porterà ad adottare toni più conciliatori in un tentativo di riparare i rapporti in una società fortemente polarizzata. Una prima analisi dei risultati rivela che la stragrande maggioranza delle città occidentali del paese, incluse le tre metropoli – Istanbul, Ankara e Izmir – e anche la quarta e quinta città, Adana e Antalya, hanno votato contro i cambiamenti al sistema parlamentare turco. In questo contesto, il prossimi passi del presidente saranno vagliati attentamente. Lo stato di emergenza dovrebbe cessare il 20 aprile ma se la estende, si porrà la questione se intende mantenerlo ad oltranza. Erdogan è in ogni caso un uomo politico navigato, e grazie alla sua esperienza si renderà forse conto che con questa vittoria di misura le opposizioni e la società civile saranno molto più attive nel contestare l'operato del governo.

Attendiamo sviluppi…. 

Domenica prossima, 23 aprile, si svolgono le presidenziali francesi. Dedichiamo però la prima scheggia ad una possibile interpretazione delle ultime mosse di Trump in politica internazionale.

La politica estera "pasquale" di Trump

In poco meno di una settimana, Trump si è reso protagonista di un cambio repentino su quasi tutti i maggiori dossier di politica internazionale: 1) Putin non sembra più l’uomo con cui si può andare d’accordo. “Le relazioni tra USA e Russia non sono mai state così difficili”: una frase forte con cui il Presidente Trump ha commentato il difficoltoso incontro tra il Segretario di Stato Tillerson con Putin e il Ministro degli Esteri russo, Lavrov. Effetto indiretto dell’inasprirsi delle relazioni tra Washington e Mosca: la Siria di Assad. La visita a Mosca, difatti, arriva ad una settimana dall’attacco con armi chimiche presumibilmente sferrato da Assad, al quale gli Stati Uniti hanno risposto con il lancio di missili contro una base aerea siriana. L’incontro, nelle intenzioni di Tillerson, era volto a fare pressioni su Mosca per convincerla a ritirare il sostegno ad Assad. Ma il livello di fiducia tra Casa Bianca e Cremlino secondo le parole usate dallo stesso Tillerson è “al minimo”. Intanto, mentre al Consiglio di Sicurezza dell’Onu si registrava un nuovo veto, l'ottavo, della Russia sulla Siria, che ha bloccato la risoluzione per verificare le responsabilità dell’attacco chimico, in Italia, i Ministri degli Esteri dei paesi del G7, non sono riusciti a raggiungere un accordo su nuove sanzioni a Mosca e Damasco. 2) La Cina non è più un currency manipulator. Forse positivamente impressionato dal recente incontro con il Presidente cinese, forse in cerca di alleati per le sue posizioni contro la Corea del Nord, Trump ha detto di aver cambiato idea sulla Cina, di non considerarla più uno scorretto avversario economico, capace di manipolare la propria valuta, contraddicendo una delle più famose promesse fatte in campagna elettorale. 3) “La Nato non è poi così obsoleta”. Complice il riacutizzarsi della tensione con la Russia, il Presidente ha usato parole rassicuranti sulla Nato. Dopo aver criticato per mesi la Nato di obsolescenza, accusando il suo sistema di finanziamento, Trump ha ammesso: “E’ stato il baluardo della pace e della sicurezza. Molto tempo fa mi sono lamentato di questo. Non è più obsoleta”. 4) Il leader nord coreano non è più l’uomo da incontrare. Da immagini satellitari sembra che la Corea del Nord si stia preparando ad un test nucleare, il sesto dal 2006. Trump ha inviato una portaerei americana, dicendosi pronto ad agire da solo, se non dovesse avere supporto dalla Cina, la quale, tramite il suo Presidente, riluttante a sanzioni contro la Corea del Nord, spinge invece, in queste ore di alta tensione, per una soluzione politica.

La verità è che contro la Corea del Nord non è possibile alcun attacco: né preventivo, né dimostrativo. Seul, la capitale della Corea del Sud, si trova infatti a soli 50 chilometri dalla frontiera, a tiro delle migliaia di pezzi d’artiglieria del Nord, in buona parte armati di proiettili chimici. Nel raggio di 65 chilometri dal centro di Seul vivono 20 milioni di persone: il 40 per cento della popolazione totale della Corea del Sud. In caso di guerra, secondo i calcoli del dipartimento della Difesa Usa, i dodicimila pezzi nord-coreani potrebbero vomitare sugli avversari del Sud mezzo milione di proiettili l’ora, per diverse ore. Le vittime si conterebbero a milioni. Solo una congiura di palazzo potrebbe modificare la situazione, ponendo fine al regno di Kim Jong-un, e solo la Cina potrebbe essere in grado di favorirla, grazie alle strette relazioni che mantiene con i militari del regime. Trump ne è ben consapevole, e cerca quindi di premere su Pechino, affinché collabori allo scopo. Mercoledì 12 aprile, non a caso, torna sull’argomento via Twitter, lasciando capire che se la Cina risolvesse il problema, avrebbe benefici sul piano del commercio.

Francia, in quattro per il secondo turno

Domina l’incertezza a pochi giorni dal primo turno delle elezioni presidenziali francesi del prossimo 23 aprile, con quattro candidati racchiusi in una manciata di punti, nelle intenzioni di voto. Secondo gli ultimi sondaggi, Emmanuel Macron si conferma in testa con il 23,5 per cento, davanti alla seconda grande favorita Marine Le Pen (22,5 per cento). Subito dietro, si troverebbero il candidato di centrodestra François Fillon (20 per cento) e in grande ascesa il candidato della sinistra Jean-Luc Mélenchon (18,5 per cento). Con cinque punti di scarto tra i primi quattro candidati si rimane nel margine di errore e non possono escludersi sorprese,, considerato inoltre che un terzo degli elettori è ancora indeciso. Senza speranza invece il candidato socialista Hamon, fermo al 9 per cento, a conferma delle più ampie difficoltà dei partiti di centrosinistra in Europa. Il trend dovrebbe inoltre sorridere a Macron e preoccupare la Le Pen. L’ex ministro di Hollande inverte la tendenza al ribasso e recupera mezzo punto rispetto alla rilevazione precedente, mentre la leader del Fronte nazionale continua ad arretrare a vantaggio di Fillon, in risalita nonostante le inchieste. Inoltre, secondo le proiezioni,q Macron vincerebbe il ballottaggio contro qualunque sfidante; al contrario, la Le Pen sarebbe sempre sconfitta. Una buona notizia per la Francia e per l'Europa, ma prima bisogna superare lo scoglio del primo turno.

 @GiuScognamiglio

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