Il presidente della Bundesbank Jens Weidmann e il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble in una conferenza stampa in occasione del G20 dei Ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali a Baden-Baden, Germania, 18 marzo 2017. REUTERS / Kai Pfaffenbach
Il presidente della Bundesbank Jens Weidmann e il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble in una conferenza stampa in occasione del G20 dei Ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali a Baden-Baden, Germania, 18 marzo 2017. REUTERS / Kai Pfaffenbach

13 - 20 marzo 2017 - Il punto sulle notizie politiche della settimana nel mondo.


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Il mondo torna soprendentemente a crescere a tassi decenti, mentre in Francia la campagna elettorale viene funestata da episodi esogeni che possono condizionarne l'esito. Anche se dall'Olanda riceviamo un segnale di responsabilità e di maturità democratica filo-europea.

FMI e G20: finalmente il mondo torna a crescere

“Crescente ottimismo” sullo stato di salute dell’economia globale, che “potrebbe finalmente uscire da una convalescenza durata diversi anni”. Lo ha affermato Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, nello studio che l’Fmi ha preparato in occasione del G20, che si è svolto questo fine settimana in Germania e che ha riunito i ministri delle Finanze e i governatori delle Banche centrali delle 20 più grandi economie al mondo. L’Fmi scommette in una ripresa della crescita globale prevista in accelerazione a un ritmo su base annua del 3,4% nel 2017 rispetto al 3,1% del 2016 ed in ulteriore aumento al 3,6% nel 2018. "Il miglioramento dell'outlook riflette in parte una ripresa attesa nell'attività economica dei paesi avanzati. Nelle sue previsioni, infatti, l'Fmi  delinea uno scenario che tiene conto delle misure di politica fiscale  che l'Amministrazione Trump vuole introdurre per sostenere l’economia, e che prevedono sia un aumento delle spese per le infrastrutture sia una riduzione della pressione fiscale. Secondo il Fondo, le politiche espansive degli Usa potrebbero infatti creare effetti importanti a cascata su altri paesi. Tra i presupposti dello scenario del Fondo, figurano anche le misure di politica monetaria che la Fed sta attuando verso una sostanziale normalizzazione dei tassi di interesse ed anche l'assenza di turbolenze nel commercio e negli investimenti. Lagarde però lancia anche un avvertimento, mettendo in guardia sui rischi politici e sulle minacce protezionistiche che potrebbero penalizzare i flussi commerciali internazionali, affermando che l'imposizione di "restrizioni rallenterebbe i progressi tecnologici e la crescita della produttività, danneggiando tutti".

I tagli di Trump

Trump spera di riprendere l’iniziativa politica con il suo primo progetto di bilancio federale, presentato giovedì 16 marzo. Il giorno prima, però, la presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, alza i tassi d’interesse di mezzo punto, annunciando due rialzi entro quest’anno ed altri tre nel prossimo. Un percorso ampiamente previsto, ma che inevitabilmente ridurrà l’incisività delle misure di crescita auspicate dal presidente. Appare insomma evidente che Trump non è ancora in grado di guidare la macchina amministrativa e tuttavia i sondaggi gli attribuiscono ancora un buon 40 per cento di consensi: una percentuale pari a quella dei voti ottenuti alle elezioni. L’impressione è che chi ha votato per Trump consideri con irritazione l’ostruzionismo opposto alle sue iniziative, per quanto discutibili esse possano essere, e che esso anzi allontani ancor più i bianchi delle classi basse dalle istituzioni federali. E’ su queste fasce che il presidente punta, ancora una volta, nel disegnare il suo primo bilancio federale. Un documento che aumenta le spese per i trasporti (13,3 per cento), la difesa (10 per cento), la sicurezza interna (7 per cento) e i veterani (10,2 per cento). E che invece riduce drasticamente, o cancella, gli stanziamenti per la diplomazia e gli aiuti ai paesi stranieri (-28,5 per cento); arte e tv (azzerati); edilizia e sviluppo urbano (-15 per cento), sussidi all’istruzione (con un taglio al dicastero del -13,6 per cento); lavoro (-21 per cento, attraverso l’eliminazione di molti programmi di riqualificazione); sussidi agli agricoltori (con una riduzione al dicastero del 29 per cento dei fondi); sanità (-23 per cento); l’ambiente (-30 per cento), il commercio internazionale (-17 per cento) e le energie alternative (fondi azzerati, con una riduzione dei fondi al relativo dicastero del 5,4 per cento). Nel mirino finiscono, dunque, soprattutto i programmi contestati dai conservatori, mentre non vengono toccati i fondi per l’industria, né quelli per l’assistenza sanitaria agli anziani. Nel complesso, la manovra prevede una ferrea dieta dimagrante per l’amministrazione federale, peraltro utile a ridurre il debito pubblico, cresciuto bruscamente negli anni di Barack Obama, fino a raggiungere il 106 per cento del Pil (secondo i criteri Usa, che sono meno stringenti di quelli Ue). Un livello mai toccato dal dopoguerra. Fortemente criticata dai democratici, la legge di bilancio viene invece salutata con favore dai commentatori conservatori, ma anche da diversi indipendenti. L’editorialista Dan Baltz la definisce “il più ambizioso tentativo di taglio della spesa pubblica e di contenimento” delle spese federali, “da quando l’ex presidente Ronald Reagan giunse a Washington, nel 1981”. John Samples, del Cato Institute, scrive che se Trump “dovesse davvero riuscire in quanto promesso durante la campagna elettorale, potremmo d’ora in avanti assistere a un nuovo ciclo, basato su una riduzione delle dimensioni del governo” federale.

Francia: inchieste giudiziarie e attentati segnano le presidenziali

In Francia non si ricorda una campagna elettorale le presidenziali tanto influenzata dalle inchieste giudiziarie come quella attualmente in corso. Gli interventi della magistratura, anticipati o cavalcati da alcuni media, colpiscono con tempismo chirurgico il candidato gollista, François Fillon, e la leader del Fronte nazionale, Marine Le Pen, dettando il ritmo della campagna e determinando l’ascesa di Emmanuel Macron, ex ministro dell’Economia, formatosi alla scuola della banca Edmond Rothschild. Recuperato un certo spazio grazie a un’imponente manifestazione di piazza, Fillon riesce a non farsi disarcionare dal suo proprio partito, ma viene subito dopo colpito da una formale incriminazione, che determina un nuovo, immediato calo nei sondaggi. Mercoledì 15 marzo, la procura di Parigi annuncia di aver aperto un’indagine anche su Macron, sospettato di aver attribuito un appalto senza gara ad Havas, il colosso pubblicitario controllato da Vincent Bolloré. In verità, però, tutti gli istituti di ricerca indicano Macron quasi alla pari con la Le Pen al primo turno, tra il 25 ed il 26 per cento delle preferenze. L’ex ministro dell’Economia appare di gran lunga favorito al secondo turno, con percentuali fino al 65 per cento delle preferenze. Giovedì 16 marzo, però, due eventi drammatici turbano la campagna elettorale. A Grasse, cittadina della Francia meridionale vicina a Cannes, uno studente di 17 anni apre il fuoco nel suo liceo, ferendo almeno 8 persone prima di essere arrestato. Le autorità smentiscono ogni possibile legame con il terrorismo, ma diversi dettagli sollevano interrogativi. Il giovane ha infatti un fucile a pompa, una pistola e due granate. All’interno dell’istituto la polizia disinnesca inoltre un ordigno esplosivo. Ammesso che anch’esso sia stato piazzato dallo studente, dove mai il ragazzo può essersi procurato un simile arsenale? Nelle stesse ore, a Parigi, una lettera-bomba viene consegnata alla sede del Fondo monetario. Aperta da un impiegato, esplode, ferendolo. Le indagini si orientano immediatamente verso gli anarchici insurrezionalisti, indiziati anche per una lettera simile, inviata al ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schauble. Infine, Il tentativo di attentato di sabato all'aeroporto di Orly, di matrice Isis/foreign fighters. I tre episodi accrescono il clima d’insicurezza avvertito da buona parte dell’opinione pubblica francese e potrebbero in qualche modo favorire la candidata del Fronte nazionale. Mancano però ancora cinque settimane al primo turno elettorale, che si terrà il 23 aprile prossimo, e sette settimane al secondo, previsto per il 7 maggio. Non è quindi detto che i colpi di scena siano finiti.

Regno Unito: la Scozia torna a chiedere l’indipendenza

Per diversi mesi, molti autorevoli commentatori hanno sostenuto che l’uscita dall’Unione Europea non avrebbe causato seri problemi al Regno Unito. Ma le difficoltà cui il paese va incontro iniziano a mostrarsi sempre più nitidamente. Già le elezioni per l’Assemblea dell’Irlanda del Nord, il 2 marzo scorso, erano state un brutto segnale per il governo guidato da Theresa May. I nazionalisti del Sinn Fein e del Partito socialdemocratico e laborista avevano guadagnato 5 seggi e i partiti unionisti ne avevano persi altrettanti. La distanza tra i due schieramenti, nell’Assemblea regionale che conta 90 seggi, era quindi ridotta a 40 per gli unionisti, contro i 39 dei nazionalisti irlandesi. Determinanti, per qualsiasi maggioranza, sono quindi Alleanza e i Verdi: due partiti non settari, ma fortemente europeisti. Anche i segnali provenienti dall’economia non sono buoni, con un calo dei consumi interni, l’impennata dell’inflazione e l’alto deficit commerciale. Non sorprende che i mercati finanziari registrino con inquietudine questi segnali, penalizzando ulteriormente la sterlina. Ciononostante, il governo della May procede con grande determinazione verso l’uscita dall’Ue, superando agevolmente i deboli ostacoli frapposti dalla Camera dei Lord, grazie a un doppio voto alla Camera dei comuni. Accade così che Nicola Sturgeon, leader del Partito nazionale scozzese e primo ministro della regione, rompa gli indugi e lanci la richiesta di un nuovo referendum indipendentista, da tenere a fine 2018. Prima, dunque, della fine dei negoziati tra Londra e Bruxelles per la Brexit. Giovedì 16 marzo, in un’intervista televisiva, la May fa sapere che “non è il momento” per una nuova consultazione e, pur senza indicare una data possibile, esclude che il referendum sull’indipendenza scozzese possa essere celebrato prima della fine dei negoziati con l’Ue. “Un oltraggio alla democrazia”, risponde la Sturgeon, che certamente porterà avanti con maggiore determinazione la sua battaglia per la secessione. Nel settembre del 2014 i voti favorevoli alla separazione da Londra furono il 44,7 per cento, e quelli contrari il 55,3. L’ultima ricerca pubblicata da ScotsCen’s, tuttavia, fissa al record storico del 46 per cento i favorevoli alla secessione: esattamente il doppio della percentuale riscontrata all’inizio della precedente campagna referendaria. La Brexit si conferma, cioè, un pericolosissimo azzardo il cui esito finale potrebbe essere la dissoluzione del Regno Unito.

UNIONE EUROPEA - Dopo il voto olandese, battuta d’arresto per tutti gli euroscettici

Il Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia (VVD) del primo ministro uscente Mark Rutte ha vinto le elezioni politiche nei Paesi Bassi. Il VVD ha ottenuto il 21 per cento dei consensi (in calo rispetto al 26), mantenendo un ampio vantaggio sul Partito per la Libertà (PVV), il movimento xenofobo e anti-Ue di Geert Wilders che, durante la campagna elettorale, era dato tra i favoriti (in ascesa di soli 3 punti, passando dal 10 al 13%). Rutte, in carica dall’ottobre del 2010, ha detto che i Paesi Bassi “hanno respinto il populismo”, facendo riferimento al partito di Wilders, che aveva promesso di far uscire i Paesi Bassi dall’Unione Europea, di chiudere tutte le moschee nel paese e di bandire il Corano. Il PVV è andato peggio del previsto, da possibile primo partito a lontano secondo, sebbene Wilders possa rivendicare di aver spostato più a destra il premier Rutte. In forte crescita invece i liberali (12%) e i verdi (9%), accomunati da posizioni europeiste e di apertura sul tema dell’immigrazione. Non facilissimo comunque formare una maggioranza con meno di 4 partiti. In seguito al voto, l’euro si è apprezzato raggiungendo 1,07 sul dollaro, il livello più alto delle ultime sei settimane. Il voto olandese è stato seguito con attenzione in Europa come primo difficile test dell’anno. Un risultato importante per Wilders avrebbe dato ulteriore slancio alla corsa di Marine Le Pen, in Francia, ed alla crescita della AfD in Germania. L’avanzata populista sembra invece incepparsi, un segnale emerso già dalle elezioni presidenziali austriache dello scorso dicembre. In Francia, si profila un ballottaggio tra Le Pen e Macron da cui quest’ultimo, secondo i sondaggi, uscirebbe largamente vittorioso. In Germania, l’Afd di Frauke Petry è in calo di consensi e si attesta ora intorno al 9 percento.

@GiuScognamiglio

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