Kim Jong Un applaude durante una celebrazione per gli scienziati e ingegneri nucleari che hanno contribuito alla bomba a idrogeno. Fotografia non datata rilasciata dalla Korean Central News Agency. KCNA via REUTERS
Kim Jong Un applaude durante una celebrazione per gli scienziati e ingegneri nucleari che hanno contribuito alla bomba a idrogeno. Fotografia non datata rilasciata dalla Korean Central News Agency. KCNA via REUTERS

 4-11 settembre 2017 - Il punto sulle notizie politiche della settimana nel mondo.


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Kim Jong-un ci toglie il sonno, insieme a tornado e piogge torrenziali sempre più frequenti e invadenti, segno di cambiamenti climatici da non sottovalutare. In Europa, Francia e Germania disegnano il futuro.

Corea: Kim è pazzo ma è gestito da Pechino

Un nuovo test nucleare, effettuato a quanto pare con una bomba all’idrogeno, crea maggiore allarme attorno alla crisi internazionale provocata dalla Corea del Nord. Il giovane leader di Pyongyang, Kim Jong-un, viene presentato dalla stampa internazionale come uno squilibrato che si trastulla con missili ed armi atomiche come se fossero giocattoli, mentre la stragrande maggioranza dei commentatori attribuisce buona parte delle responsabilità al presidente Usa, Donald Trump, colpevole di alzare la tensione con dichiarazioni bellicose e irresponsabili. La crisi spaventa, in particolare, le opinioni pubbliche di Corea del Sud e Giappone, ma provoca dichiarazioni allarmistiche anche a migliaia di chilometri di distanza, come dimostra il presidente francese Emmanuel Macron, secondo cui i missili nucleari di Pyongyang sarebbero in grado di raggiungere anche l’Europa.

Per capire gli sviluppi in corso, conviene aver presenti alcuni pochi punti fermi:

  1. per il leader nord-coreano, l’arma nucleare è la garanzia di sopravvivenza per il suo regime. Del resto, un attacco militare preventivo alla Corea del Nord da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati è irrealistico. Aldilà di un possibile lancio di missili atomici – che resta quanto meno dubbio – Kim Young-un ha a disposizione una potenza di fuoco convenzionale talmente formidabile, da poter distruggere la capitale sudcoreana in pochi giorni e provocare milioni di morti nell’arco di un paio di settimane;
  2. Trump ed i suoi generali non hanno alcuna intenzione di scatenare un conflitto e, semmai l’avessero avuta, i cinesi hanno fatto capir loro che non difenderebbero un attacco di Pyongyang agli Usa, ma reagirebbero invece in caso di offensiva statunitense contro la Corea del Nord. La diplomazia, i servizi d’intelligence ed il “soft power” Usa sono impotenti nel determinare gli sviluppi interni alla Corea del Nord, un paese che mantiene relazioni diplomatiche con gran parte delle nazioni del globo, ma che resta sostanzialmente blindato nei confronti di quasi tutto il mondo estero;
  3. Quasi, perché il paese è strettamente legato alla Cina, da cui dipende completamente. Secondo i dati dell’agenzia Onu Comtrade relativi al 2015, la Cina assorbe infatti l’85 per cento dell’export di Pyongyang – in gran parte carbone – e rappresenta da sola l’82 per cento delle importazioni della Corea del Nord, cui fornisce il 60 per cento del fabbisogno di petrolio. Appare cioè evidente che, nonostante la tanto reclamizzata “irritazione” della leadership cinese nei confronti di Kim, la dirigenza comunista di Pechino ha interesse a mantenere in vita il regime nord-coreano. E solo essa, grazie ai fitti rapporti diplomatici, politici, economici e militari, ha la possibilità d’influire su di esso.

Vertice BRICS – Tra allargamento, libero scambio e crescita futura

Lo scorso 5 settembre si è concluso, presso il Centro Internazionale delle Conferenze di Xiamen in Cina, la tre giorni del IX vertice annuale dei cinque paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) che, ad oggi, rappresentano il motore dello sviluppo economico mondiale. Oltre alla presenza dei capi di stato dei suddetti paesi, il vertice è stato altresì presenziato dai paesi “osservatori” (Tailandia, Messico, Egitto, Guinea e Tajikistan) che, in ottica futura, potrebbero far parte del progetto di allargamento (“BRICS plus”) in discussione tra le fila della compagine attuale. Il tema è stato "Partenariato più forte per un futuro più brillante" e sono stati affrontati molteplici punti tra cui il mercato internazionale e la globalizzazione, la cooperazione politica e di sicurezza e la crisi nordcoreana. Protagonista incontrastato del vertice è stato il presidente cinese Xi Jimping che ha evidenziato come i BRICS (che rappresentano ad oggi circa il 16% del commercio internazionale, il 42% della popolazione e un quarto del PIL globale) debbano avere un ruolo principale nella definizione delle regole che governano le relazioni internazionali, l’economia e soprattutto il commercio mondiale. Lo stesso Xi ha sfruttato l’occasione per affermare come la Cina possa porsi, d’ora in avanti, come “guida” e “motore” internazionale del libero scambio, a sostegno della globalizzazione, e in contrapposizione alle “barricate” protezionistiche provenienti da Washington. Su questo punto, è importante ricordare che, se da una parte Trump ha ritirato la partecipazione americana alla Trans-Pacific Partnership (TTP), dall’altra Pechino sta implementando, in maniera sempre più concreta, la cosiddetta “One Belt One Road” che si propone l’obiettivo di rafforzare scambi commerciali, infrastrutture e vie di comunicazione fra Cina, Asia ed Europa (anche attraverso l'Africa). Altro protagonista è stato l’immancabile Putin il quale ha affermato come la Russia, dopo una fase preoccupante di recessione, stia ripristinando i consueti tassi della crescita economica e come gli sforzi congiunti verso una maggiore integrazione economica rappresentino un fattore cruciale per accrescere il benessere dei cittadini e creare un mercato comune. Presentandosi come “mediatore” tra le parti, lo “Zar” ha ribadito come un intervento militare o un ulteriore regime sanzionatorio non sortirebbero l’effetto desiderato dall’Occidente, anzi rischierebbero di inasprire le provocazioni nord coreane. Dal vertice è comunque emerso che il potenziale per la cooperazione BRICS debba essere sfruttato pienamente. Ad oggi infatti, le stime ci dicono che gli investimenti esteri dei cinque paesi siano pari a $197mld nel 2016, ma solo il 5.7% all’interno dei BRICS. In tal senso, la Cina ha annunciato che istituirà un piano di scambi e cooperazione in ambito tecnologico ed economico tra i Paesi BRICS del valore iniziale di 500mln di renminbi (ca. €64.2mln) e che, allo stesso tempo, investirà $4mln nel fondo di riserva del progetto della Banca di Sviluppo BRICS, per sostenere le operazioni bancarie e lo sviluppo a lungo termine. Pechino ha inoltre messo a disposizione $500mln di dollari per costituire un fondo di cooperazione tra i paesi del sud del mondo per aiutare altri paesi in via di sviluppo ad affrontare carestie, flussi di rifugiati, cambiamento climatico e cure mediche. Il vertice si è concluso, come da prassi, con la firma di una dichiarazione congiunta (“Dichiarazione di Xiamen”) da parte dei partecipanti, nella quale è stata evidenziata la necessità di continuare a compiere sforzi congiunti al fine di inaugurare al meglio il secondo “decennio d’oro” dalla nascita dei BRICS.

UNIONE EUROPEA - Macron, la grande ambizione europea

Il presidente francese Emmanuel Macron ha scelto Atene, tappa più recente del suo grand tour europeo, per pronunciare un atteso discorso sul futuro dell’Europa. Nella cornice suggestiva della collina della Pnice, con l’Acropoli sullo sfondo, Macron ha parlato di rifondazione democratica dell'Europa, all’insegna di responsabilità, solidarietà e di una sovranità che non sia solo nazionale ma anche europea. Nella crisi greca, Macron vede un fallimento dell’Europa, ed ha rilanciato la necessità di una riforma della zona euro perseguita con la “massima ambizione”. Per il presidente francese in futuro non ci dovrebbe essere alcun ruolo per il Fondo monetario internazionale in Europa, osservando che nella crisi greca, la presenza del Fmi è stato il sintomo di un'assenza di fiducia tra Paesi Ue e tra Paesi ed istituzioni comunitarie. Nei piani di riforma, il Fmi dovrebbe lasciar spazio ad un Fondo monetario europeo, che riprenda ed allarghi le funzioni dell’attuale Meccanismo europeo di stabilità creato durante la crisi. Tuttavia, evidenziando la distanza che ancora separa Francia e Germania, Macron ha affermato che la visione tedesca di un Fondo monetario europeo dotato dei poteri di vigilanza e sanzione sui conti nazionali debba essere accompagnato da un vero bilancio dell’eurozona a parte, con un ministro delle Finanze permanente che guidi questo esecutivo. Le dichiarazioni di apertura da parte di Merkel nel corso della campagna elettorale fanno ritenere che la Cancelliera sia pronta al compromesso.

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