8 gennaio 2018 - Le notizie della settimana nel mondo

REUTERS/Ilya Naymushin
REUTERS/Ilya Naymushin

Come si fa sempre a inizio anno, tentiamo un oroscopo geopolitico... 


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2018: il mondo che verrà 

L’anno che si è appena concluso ha portato con sé grandi eventi, che hanno influenzato e influenzeranno notevolmente il panorama geopolitico internazionale. Con queste premesse, è lecito dunque chiedersi, alla luce dei futuri eventi internazionali, che 2018 ci attende.

Nel Vecchio Continente, la Germania, da sempre grande protagonista, continuerà a far parlare di sé già nei primi mesi del 2018. Dopo il 24 settembre 2017 (data in cui si sono svolte le elezioni), numerosi sono stati i tentativi di compromesso per raggiungere un accordo sul nuovo esecutivo, e solo dopo diverse mediazioni, la Cancelliera Merkel – al suo quarto mandato – ha potuto riscontrare un’apertura dei socialdemocratici rispetto ad un’eventuale e rivisitata riproposizione della Grosse Koalition. Sembra proprio che sia questa l’ipotesi più accreditata, in vista dei colloqui esplorativi previsti dal 7 al 12 gennaio, anche se non è ancora detta l’ultima parola e nessuno esclude un governo di minoranza o nuove elezioni in primavera.

Sempre a proposito di Europa, è certo che la Brexit - uno dei principali temi del 2017 - resterà centrale anche per tutto l’anno in corso. Lo scorso dicembre, Bruxelles e Londra hanno finalmente trovato un accordo circa la prima fase di negoziati e, grazie all’approvazione ufficiale del Consiglio, il 2018 si aprirà con l’inizio dei lavori sulla seconda parte. Questo secondo round sarà estremamente delicato principalmente per due motivi: 1) il first round divorce ha lasciato aperte questioni piuttosto insidiose, tra cui i confini con l’Irlanda e l’uscita dall’Unione doganale; 2) entro l’autunno, dovrà esserci un accordo definitivo, che dovrà poi essere sottoscritto dagli Stati membri. Considerate le difficoltà già incontrate, è ragionevole pensare che, almeno fino al prossimo autunno, ci saranno sviluppi e sorprese all’ordine del giorno. Londra, comunque, non è stata la sola a essere coinvolta in… cause di divorzio.

La Spagna, dopo il referendum (incostituzionale) per l’indipendenza indetto dal Governo catalano, ha vissuto momenti di grande tensione, e ha concluso il 2017 assistendo alla vittoria del fronte separatista alle elezioni regionali catalane. Con uno storico indice di affluenza (82%) e l’ottenimento di 70 seggi su 135, gli indipendentisti hanno incassato un importante risultato. Il presidente spagnolo Rajoy, che aveva chiamato la regione alle urne, sperando di riuscire a calmare le acque, sarà ora costretto ad avviare i dialoghi con il nuovo governo regionale. Ma la questione è già piuttosto insidiosa, visto che Puigdemont, il principale candidato alla presidenza catalana, si trova “in esilio” in Belgio. Se rimetterà piede in terra spagnola sarà arrestato. Il suo vicepresidente, Junqueras, capo del secondo partito indipendentista, è in carcere a Madrid, insieme ad altri due nuovi deputati. Al momento, quindi, sembra molto difficile che possano occupare il loro nuovo scranno in Parlamento e partecipare all'elezione del President. La sessione costitutiva dell'assemblea catalana dovrà tenersi entro il 23 gennaio; il primo turno dell'elezione del President, il 10 febbraio. Ma se per aprile non sarà stato possibile eleggere il nuovo presidente, scatterà lo scioglimento automatico dell'assemblea con nuove elezioni a fine maggio. La crisi catalana è quindi, evidentemente, pronta a riesplodere. Per ciò che concerne gli appuntamenti elettorali già fissati, la primavera presenta un ricco calendario.

L’Italia andrà alle urne il 4 marzo, dopo l’approvazione di una legge elettorale da molti criticata. Secondo Pietro Vento – direttore dell’istituto di sondaggi Demopolis – infatti “con la nuova legge elettorale torna rilevante nei collegi, per l’assegnazione dei seggi nella quota uninominale, anche il peso delle coalizioni. I partiti di centro destra otterrebbero nel complesso il 36%, superando il Movimento 5 Stelle che, come sempre, corre da solo. In difficoltà appare oggi, al 28%, la coalizione di centro sinistra, costituita dal Pd e dagli alleati minori; la sinistra è al 7%. Tutti gli schieramenti politici sarebbero oggi lontani, con il Rosatellum, dai numeri necessari per dar vita ad un nuovo governo dopo la chiusura delle urne. Ed è uno scenario del quale l’opinione pubblica appare consapevole: appena il 33% dei cittadini immagina che le prossime elezioni di marzo avranno un vincitore”.

A seguire, il 18 marzo si voterà anche in Russia, Paese in cui probabilmente si assisterà a una reiterata vittoria del presidente Vladimir Putin. Questi ha mantenuto altissimo il livello di consensi ed è riuscito a dare ai suoi elettori la percezione che leadership forte e continuità politica siano la soluzione ai problemi della Federazione russa. In aprile, sarà poi il turno dell’Ungheria, anch’essa molto condizionata dal tema della continuità politica, oltre che dalle relazioni con l’Unione europea. La combinazione tra illiberalismo e conclamato pro-russismo della classe politica capeggiata da Orban rende unica la situazione magiara, che con tutta probabilità continuerà ad adottare una politica estremamente euroscettica. 

Per ciò che concerne il continente americano, invece, importanti tornate elettorali caratterizzeranno il 2018: Paraguay (aprile), Colombia (maggio), Messico (luglio), Brasile e Venezuela (ottobre) saranno chiamati alle urne nel corso dell’anno che, tra l’altro, si concluderà con le mid-term elections negli Stati Uniti (6 novembre), dove gli elettori, dopo due anni di presidenza Trump, avranno la possibilità di pronunciarsi sulla prima parte del  suo mandato.

Nel continente asiatico invece, ci saranno elezioni in Pakistan (giugno) e Cambogia (luglio). Inoltre, l’allerta sulla Corea del Nord continuerà a rimanere alta, visto che la minaccia nordcoreana sembra farsi ogni giorno più concreta. 

Per quanto riguarda i Paesi dell’area nord africana, assisteremo ad una possibile ricandidatura di Al Sisi in Egitto alle elezioni del prossimo marzo e a possibili nuove elezioni in Libia, le terze dalla rivoluzione contro Gheddafi del 2011, ma anche le più incerte, vista la frammentazione politica del Paese. 

Per quanto riguarda l’area mediorientale, nuove elezioni politiche sono previste anche in Iraq a maggio, dove il primo ministro al Abadi, che ha sconfitto lo Stato islamico e annullato nei fatti il referendum per l'indipendenza del Kurdistan, dovrebbe riuscire ad assicurarsi la maggioranza. Per gli Stati Uniti, che nel 2018 saranno in Iraq da 15 anni, la permanenza di Abadi al potere rappresenta un modo sicuro di contenere l'Iran. Inoltre, il 6 maggio, il Libano terrà le sue prime elezioni legislative dal 2009, quasi un decennio. Il voto potrebbe trasformare le sorti di un Paese direttamente condizionato dallo scontro tra Arabia Saudita e Iran. Va da sè che la recrudescenza delle violenze in Medio Oriente, che ha contraddistinto il 2017, potrebbe protrarsi anche nel nuovo anno.

L’inizio del 2018, infatti, vede lo Yemen ancora dilaniato da una gravissima crisi umanitaria, la Siria in balia di un’orribile guerra ormai giunta al suo settimo anno, Israele e Palestina di nuovo protagonisti di forti tensioni e l’Iran al centro di un’inaspettata ondata di proteste civili. E dato che i conflitti per procura che polarizzano il Medio Oriente sono inseriti in un contesto geopolitico più ampio, è ragionevole pensare che i nodi non si esauriranno nel corso di un solo, breve anno. D’altronde, la nuova e più disinvolta politica estera dell’Arabia Saudita inaugurata dal giovane principe Bin Salman, potrebbe precludere ad un’ulteriore destabilizzazione di una regione già estremamente polarizzata.

UNIONE EUROPEA - La Commissione Ue contro la Polonia

Nelle recenti settimane, la Polonia è stata al centro dei riflettori per almeno due motivi: non solo si è assistito ad un cambio al vertice, ma a fine dicembre, la Commissione europea ha proposto al Consiglio Ue di attivare l'articolo 7 dei Trattati per “crescenti e sistematiche violazioni dello Stato di diritto”.

Oggetto del contendere è la recente riforma della giustizia approvata dalla Polonia, che lede l'indipendenza del potere giudiziario assoggettandolo a quello politico. La nomina, lo scorso dicembre, dell’ex numero uno del Dicastero delle Finanze Morawiecki a nuovo Primo Ministro, dopo le dimissioni dell’ex Premier Beata Szydło, del partito ultra nazionalista Diritto e Giustizia, lasciava presagire un cambio di immagine nell’esecutivo polacco.

D’altronde, l’ex banchiere 49enne (dal 2007 al 2015 presidente di Bank Zachodni, Gruppo Santander) figura piuttosto conosciuta, artefice di importanti manovre di welfare e noto per essere stato consigliere economico di Donald Tusk, si presentava con un approccio più diplomatico, moderato e internazionale di chi l’aveva preceduto. Nonostante ciò, i risultati del mandato di Morawiecki dipenderanno molto dallo spazio che il leader di Diritto e Giustizia, Kaczyński, deciderà di concedergli.

Bisogna ricordare che sia Szydło sia Morawiecki appartengono allo stesso partito guidato da Kaczyński: difatti, dalle prime mosse del nuovo premier, sembra che il miglioramento delle relazioni tra Varsavia e Bruxelles non sia all’ordine del giorno. Proprio questa settimana, infatti, il neo-premier polacco Morawiecki ha incontrato, nel suo primo viaggio ufficiale, l'omologo ungherese Orban. I due hanno ribadito il no incondizionato alle quote migratorie proposte dall'Ue, oltre che alle sanzioni che il governo polacco ora rischia. Il riferimento è alle sanzioni che la Polonia rischia per l’attivazione dell'articolo 7 dei Trattati, che nei casi più gravi prevedono sia la riduzione degli aiuti sia la sospensione del diritto di voto in seno al Consiglio.

Con la nuova riforma della giustizia, da poco approvata dal Parlamento polacco, il Ministro della giustizia avrebbe il potere di nominare o destituire i presidenti dei tribunali senza alcun controllo. Questo solleva la questione della compatibilità con il diritto europeo. Pertanto, davanti a quelle che Bruxelles denuncia come crescenti e sistematiche violazioni dei principi e valori dello Stato di diritto e dei Trattati europei, è stata presa una decisione drastica. Se almeno 22 Paesi membri su 28 approveranno la condanna delle asserite violazioni (come è molto probabile che avvenga), allora la Commissione potrà andare avanti nella procedura. E a quel punto per il leader di Diritto e Giustizia, Kaczyński, per il neo Premier Morawiecki, e per i loro alleati nell´est dell´Unione, la situazione potrebbe diventare scomoda.

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