8 - 15 maggio 2017 - Il punto sulle notizie politiche della settimana nel mondo.

Il Presidente francese Emmanuel Macron REUTERS/Alain Jocard
Il Presidente francese Emmanuel Macron REUTERS/Alain Jocard

Francia: Macron prepara le politiche

La prima preoccupazione del nuovo capo dello Stato riguarda la maggioranza parlamentare, senza la quale sarebbe difficile introdurre le riforme annunciate. Il compito sarà tutt’altro che facile: l sistema elettorale francese, infatti, è basato su collegi maggioritari uninominali, dove però è necessaria la maggioranza assoluta per essere eletti al primo turno. In mancanza di un vincitore netto, al secondo turno passano tutti i candidati che abbiano ottenuto almeno il 12,5 per cento dei voti. Vista l’attuale frammentazione del quadro politico transalpino, appare estremamente difficile fare previsioni. Al primo turno delle presidenziali, Macron è risultato primo con il 24 per cento dei voti; la Le Pen seconda con il 21 per cento. Il Fronte nazionale, che oggi ha solo due deputati su 577, punta a conquistare una quarantina di seggi, ma certamente non potrà rappresentare un rischio per il neo-presidente. Il problema, per Macron, è che altri due candidati hanno ottenuto percentuali significative al primo turno delle presidenziali: il gollista François Fillon, dimessosi dalla leadership de I Repubblicani, il quale ha ottenuto il 20 per cento, nonostante lo scandalo che ha investito tutta la sua famiglia; e Jean-Luc Mélenchon, leader del Partito anticapitalista e della coalizione "Francia non sottomessa", che ha raccolto il 19,58 per cento e si è rivelato un avversario coriaceo per Macron, rifiutandosi di esprimersi in suo favore contro la Le Pen. Il Partito socialista, con Benoit Hamon, ha avuto al primo turno un misero 6 per cento ed il nuovo presidente spera di poterlo cannibalizzare definitivamente. La possibilità che in molti collegi passino al secondo turno 4 candidati, è però tutt’altro che remota, e i prescelti dal nuovo partito di Macron potrebbero risultare meno favoriti, rispetto a candidati più radicati nel territorio. Nel tentativo di trasformare una debolezza in un punto di forza, Macron punta dunque sugli esponenti della società civile: magistrati, accademici, personalità del mondo dello sport, in modo da sfruttare i diffusi sentimenti d’insoddisfazione nei confronti della politica. Giovedì 11 maggio la sua formazione, prontamente ribattezzata “La Repubblica in marcia”, annuncia i nomi dei primi 428 candidati, scupolosamente divisi tra uomini e donne: il 52 per cento, scelti tra gli esponenti della “società civile”, non hanno mai ricoperto incarichi elettivi e solo il 5 per cento sono deputati uscenti. La scelta, tuttavia, scontenta François Bayrou, cattolico, ex ministro e leader del Movimento democratico, una formazione oscillante tra il 7,6 per cento delle politiche 2007 e il 9,9 delle europee 2014, quando si presentò, in verità, insieme ad un’altra formazione centrista minore. Bayrou, cui Macron aveva promesso 120 candidati, si ritiene offeso e minaccia di ritirare il sostegno al neo-presidente.


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Repubblica Ceca: litigi e dimissioni al Governo

Migliaia di persone sono scese in piazza in Repubblica ceca questa settimana per protestare contro il Ministro delle Finanze Babis e il  Presidente Zeman, che ormai da quasi una settimana rifiuta di dar seguito alla richiesta del premier, il socialdemocratico Sobotka, di togliere gli incarichi di governo a Babis. Un atteggiamento, quello di Zeman, che appare in totale spregio al dettato costituzionale. Ma andiamo per ordine. La settimana precedente, a meno di sei mesi dalle elezioni legislative, il Primo Ministro Sobotka aveva annunciato le dimissioni dell’intera coalizione di governo in seguito alle accuse di evasione fiscale che coinvolgevano il Ministro delle Finanze Babis, salvo poi ritirarle a distanza di qualche giorno, chiedendo che a dimettersi fosse solo Babis. E’ inevitabile chiedersi il perché non solo della scelta iniziale di Sobotka di presentare le dimissioni dell’intero governo invece di dimissionare soltanto il Ministro Babis ma anche del successivo dietrofront di Sobotka con il ritiro delle sue dimissioni. Il motivo? Molto probabilmente per calcolo politico elettorale (prossime politiche a ottobre), anche se francamente un po' cervellotico: il Primo Ministro Sobotka aveva verosimilmente previsto le sue dimissioni con l'intento di ricreare l'esecutivo senza la presenza di Babis, così da evidenziare la distanza del Governo dallo scandalo. Tuttavia, quando il Presidente Zeman, anch’egli socialdemocratico ma da sempre non in buoni rapporti con il Premier Sobotka, si è espresso per il proseguimento dell'attuale coalizione a tre (tra socialdemocratici, Ano, e popolari) ma con un nuovo premier, il Primo Ministro Sobotka le ha ritirate, auspicando invece la revoca solo di Babis. Il premier evidentemente non ha gradito essere messo da parte in questo modo dal Presidente Zeman, andando incontro ad un risultato del tutto opposto a quello che voleva ottenere. Ora si tratterà di capire se Zeman, che ha più volte difeso Babis durante i precedenti scontri con Sobotka, destituirà Babis così come richiesto dal Primo Ministro o se la questione si complicherà ulteriormente.


UNIONE EUROPEA - Una nuova Governance europea dopo la vittoria di Macron

Emmanuel Macron è arrivato all’Eliseo portando avanti un programma che prevede, tra le altre cose, l’istituzione di una capacità di bilancio per l’area euro accompagnata da un ministro delle Finanze per la moneta unica sotto il controllo di un parlamento della zona euro. Tale capacità di spesa servirebbe a finanziare gli investimenti, rispondere alle crisi economiche e fornire assistenza finanziaria. Nonostante il sollievo della Commissione europea alla notizia della vittoria di Macron, il presidente Juncker non ha tardato ad inviare un monito verso Parigi. La Francia spende troppo e spende sulle cose sbagliate, ha avvertito Juncker. L’invito è dunque a mantenere il deficit sotto il 3% del Pil prima di sollecitare riforme in Europa. Pochi giorni dopo, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schӓuble, ha tracciato alcuni paletti. Pur riconoscendo la necessità di rafforzare l’eurozona, Schӓuble esclude di modificare i Trattati europei. Secondo il ministro, occorre procedere in via intergovernativa utilizzando gli strumenti esistenti, in particolare modificando lo statuto che regola il fondo salva-Stati ESM. Si fa strada l’idea di sviluppare l’ESM nella direzione di un Fondo monetario europeo che vada oltre l’attuale ruolo, peraltro estremamente circoscritto, di assistenza nelle crisi. Nella visione tedesca, tale strumento dovrebbe avere la possibilità di intervento sui bilanci dei singoli paesi per assicurare l’applicazione dei parametri di bilancio europei. Schӓuble ha ribadito inoltre la necessità di ridurre i rischi prima di metterli in comune, affermando che occorre riconoscere la non neutralità dei titoli di Stato prima di completare l’Unione bancaria con una garanzia europea sui depositi. Berlino apre a possibili modifiche nella governance della zona euro, ma non nella direzione che auspicano Parigi e Roma…

UNIONE EUROPEA - L’Ue per una globalizzazione senza vittime...

Dopo il documento di riflessione sulla dimensione sociale dell’Unione europea, di cui abbiamo scritto due settimane fa, la Commissione europea ha pubblicato un secondo documento che apre il dibattito sulla globalizzazione. Fedele all’approccio liberale che, in tema di commercio internazionale, da sempre la caratterizza, la Commissione ha ribadito i benefici della globalizzazione per l’economia del continente. Tuttavia, in una rara ammissione, ha riconosciuto altresì che la globalizzazione rischia di esacerbare disuguaglianze e tensioni sociali. Nel contesto del più ampio dibattito sul futuro dell’Ue, la Commissione propone pertanto l’avvio di una discussione sui modi in cui l’Europa può gestire la globalizzazione, affinché i benefici siano distribuiti in maniera più equa. Sul fronte domestico, si suggerisce agli Stati membri di adottare politiche fiscali volte a promuovere l’istruzione, l’innovazione e la riqualificazione dei lavoratori, così come un maggiore utilizzo dei fondi strutturali Ue per assistere le regioni più vulnerabili. Sul versante esterno, si propone di riscrivere le norme del commercio internazionale, per favorire un maggiore level playing field in temi quali l’evasione fiscale, il dumping sociale e l’intervento statale, e rafforzare gli strumenti di difesa commerciale contro le pratiche sleali. Già a febbraio, in una lettera congiunta, i ministri delle Finanze di Francia, Germania e Italia avevano chiesto alla Commissione di introdurre uno strumento per bloccare le acquisizioni di imprese strategiche europee da parte di investitori statali, nel timore soprattutto che alcune imprese del settore tecnologico finiscano in mano alla Cina. Più di recente il neo-eletto presidente francese Macron ha avanzato l’ipotesi di un Buy European Act per restringere gli appalti pubblici alle sole imprese europee. Su entrambe le proposte la Commissione ha fatto sapere di preferire l’ottenimento della reciprocità con gli altri paesi – dunque apertura delle imprese o degli appalti locali alle imprese europee – piuttosto che l’introduzione di restrizioni. Ma il dibattito è aperto – le prime proposte dovrebbero essere annunciate dal presidente Juncker a settembre – e mostra il tentativo da parte delle istituzioni europee di affrontare le cause del malcontento nell’opinione pubblica e disinnescare così la minaccia populista.

@GiuScognamiglio

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