Il primo Primo Ministro d'Italia Matteo Renzi parla al quartier generale del Partito Democratico (PD) a Roma, 30 aprile 2017. REUTERS/Remo Casilli
Il primo Primo Ministro d'Italia Matteo Renzi parla al quartier generale del Partito Democratico (PD) a Roma, 30 aprile 2017. REUTERS/Remo Casilli

10 - 17 luglio 2017 - Il punto sulle notizie politiche della settimana in Italia.


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A Roma le previsioni in vista delle politiche del prossimo anno brancolano nel buio...

Renzi in perenne campagna elettorale

Matteo Renzi continua a sperare nelle elezioni anticipate e lancia una serie d’iniziative da cavalcare nella campagna elettorale che spera essere imminente. Fa sua, quindi, una vecchia parola d’ordine del leader leghista, Matteo Salvini, affermando che gli immigrati non vanno accolti in Italia, ma aiutati a casa loro, in Africa. Una posizione che solleva forti polemiche nella sinistra, ma anche all’interno della Chiesa, da sempre schierate in maggioranza in favore dell’accoglienza. Immaginando di raccogliere consensi tra gli elettori, inoltre, Renzi propone di rinegoziare il Patto di bilancio europeo e chiede all’Ue di consentire all’Italia un aumento del deficit di bilancio al 2,9 per cento per cinque anni, in modo da abbassare il peso fiscale e rilanciare l’economia nazionale. La sua proposta, tuttavia, viene accolta con malcelata irritazione dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan - impegnato nei negoziati con Bruxelles riguardo la prossima legge di bilancio - e con sufficienza da parte dei responsabili europei. Renzi cerca allora di correggere il tiro, precisando di voler attuale i suoi propositi nella prossima legislatura, quando ci sarà un governo forte, e non l’attuale esecutivo a termine, guidato da Paolo Gentiloni. Un commento che però spinge il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ad esprimere grande apprezzamento per Gentiloni e per il ministro Padoan. Questi definisce irrealizzabile l’idea di Renzi e ribadisce l’intenzione di presentare una legge di bilancio in linea con il Documento di economia e finanza. Da Bruxelles, anzi, si affrettano a rassicurare Padoan sulla disponibilità della Commissione Ue ad accogliere le richieste avanzate dall’Italia, per una riduzione del deficit inferiore al previsto: lo 0,3 per cento del Pil invece dello 0,6. La vicenda si conclude dunque con un nulla di fatto, ma è indicativa di come i responsabili europei non considerino più Renzi un interlocutore credibile, facendo invece affidamento sull’attuale governo.

Ci sarà una maggioranza dopo le elezioni politiche?

Gravato dalle varie questioni cui Renzi lo sottopone, diviso dalle continue polemiche interne ed esterne, il Partito democratico raccoglierà, con ogni probabilità, un risultato non soddisfacente alle elezioni siciliane del 5 novembre prossimo. La condotta erratica e litigiosa del segretario potrebbe ridurre ulteriormente il peso elettorale del Pd, in occasione delle prossime elezioni politiche. L’ipotesi di una nuova scissione, del resto, appare sempre più probabile. A meno che Forza Italia non superi di slancio il 20 per cento dei voti – eventualità al momento tutt’altro che certa – la costituzione di un governo di unità nazionale, dopo le elezioni politiche del 2018, potrebbe rivelarsi tutt’altro che facile. Stando agli attuali sondaggi, il Movimento 5 stelle potrebbe facilmente imporsi come primo partito, guadagnandosi così la possibilità di ottenere per uno dei suoi dirigenti l’incarico di formare il prossimo governo. Costituire un esecutivo potrebbe comunque rivelarsi arduo per i grillini, e non si può escludere la possibilità di un nuovo, rapido ricorso al voto, se non apparissero novità di stampo macroniano nel panorama politico italiano. Il governo Gentiloni resterebbe in carica per gli affari correnti, così come accaduto in Spagna con il governo guidato da Mariano Rajoy. Si aprirebbe allora una fase di grande incertezza politica che non potrebbe non avere pesanti conseguenze anche sulla stabilità finanziaria del paese e sulla competitività delle sue aziende.

Tim: una partita dalle implicazioni geopolitiche

Nelle settimane passate, diversi esponenti governativi avevano avviato una polemica con Tim – l’ex monopolista della telefonia nazionale oggi controllata dai francesi di Vivendi – accusandola di voler investire nelle aree a fallimento di mercato, dopo che il governo aveva già lanciato le gare per ovviare al mancato interesse degli operatori. In sostanza, il governo ritiene che l’ex Telecom Italia, essendosi prima dichiarata indisponibile ad investire, e smentendo poi se stessa, possa provocare un danno all’infrastruttura che sarà realizzata con i contributi pubblici. L’Ad di Tim, Flavio Cattaneo, ha difeso la compagnia dalle accuse, ma nel frattempo un altro fronte si è aperto tra il governo e gli azionisti francesi. Sulla stampa, infatti, iniziano ad emergere frizioni tra Vivendi e Cattaneo, su un tema cruciale per il futuro dell’azienda e dunque  per l’investimento di Vivendi: il controllo della rete fissa. Il governo tenta infatti di recuperare il controllo nazionale su un’infrastruttura giudicata strategica per il paese. Tramite i bandi pubblici, la Open Fiber (presieduta dall’ex Ministro Bassanini), società costituita da Enel e Cdp, ottiene i finanziamenti necessari a coprire le aree a fallimento di mercato nella gran parte delle regioni italiane.

La partita ha anche una valenza geopolitica e non a caso la posizione del governo italiano è sostenuta, seppure riservatamente, dagli alleati Usa. L’amministrazione Trump è contraria a che i francesi possano controllare Telecom Sparkle, società proprietaria dei cavi che collegano il Medio Oriente e il Nord Africa all’Europa ed agli Stati Uniti, gestendo quasi tutto il traffico voce e dati di un’area cruciale per gli equilibri internazionali. E’ in questo quadro che va considerato anche un altro sviluppo: l’avvicendamento alla guida di Wind Tre, il secondo operatore nazionale di telefonia, verificatosi il 23 giugno scorso. La società, controllata paritariamente dai russi di Veon e dai cinesi di CK Hutchison, era guidata da Maximo Ibarra, già direttore commerciale di Wind. Pur avendo gestito con abilità la fusione di “3” e di Wind, Ibarra viene dunque sostituito senza alcun riguardo per volere dei soci russi, che si ritengono maggiormente garantiti da Jeffrey Hedberg, un cittadino statunitense con una lunga esperienza internazionale nel settore, recentemente alla guida di Mobilink, compagnia pachistana a capitale Usa.

@GiuScognamiglio 

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