REUTERS/Philippe Wojazer
REUTERS/Philippe Wojazer

24 - 31 luglio 2017 - Il punto sulle notizie politiche della settimana in Italia.


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Qui ci concentriamo sulla rivalità Italo-francese, che si sta sviluppando negli ultimi giorni su dimensioni non solo economiche ed industriali, ma anche squisitamente politiche.

C’è davvero una partita Italia-Francia?

Lunedì 24 luglio si apre a Roma, presso il ministero degli Esteri, la conferenza degli ambasciatori (alla quale ho partecipato): un appuntamento ormai tradizionale, che prevede la partecipazione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, del ministro della Difesa, Roberta Pinotti, oltre naturalmente al responsabile della Farnesina, Angelino Alfano. Alla seduta d’apertura partecipa anche il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, il quale rende merito all’Italia per quanto ha fatto e fa nel fronteggiare il flusso migratorio proveniente dalla Libia. Nella stessa giornata il ministro della Difesa francese, Florence Parley, conferisce la Legion d’Honneur alla Pinotti, presso l’ambasciata di Francia a Roma. Dimostrazioni di amicizia e vicinanza, che stridono con quanto avviene nel frattempo su tutta una serie di dossier industriali, commerciali e di politica internazionale. Nei giorni precedenti, il governo di Parigi ha disatteso gli accordi sull’alta velocità Torino-Lione, congelando ancora una volta quello che dovrebbe essere un asse cruciale per i trasporti ferroviari del nostro paese, e ha minacciato la nazionalizzazione dei cantieri navali Stx France, nel caso in cui Fincantieri non si piegasse a scendere al 50 per cento dell’azionariato. Allo stesso tempo, il colosso dei media transalpini, Vivendi, ha deciso il licenziamento di Flavio Cattaneo, Ad di Telecom Italia, poco incline all’obbedienza. Lo schiaffo più doloroso, per l’Italia, è però rappresentato dalla convocazione a Parigi del leader del Consiglio di presidenza libico, Fayez al Sarraj, e dell’uomo forte di Bengasi, il generale Khalifa Haftar. Un invito di cui il nostro Governo viene a sapere casualmente e in ritardo. Questa settimana, dunque, vengono a galla i nodi della partita geopolitica Italia-Francia, una partita che attira l’attenzione di “commentatori” ed “osservatori politici”.

Vivendi assume il pieno controllo di Tim

Lunedì 24 luglio, gli azionisti francesi di Tim danno il benservito a Cattaneo, che si guadagna così una buonuscita di 25 milioni di euro, oltre a circa 1,3 milioni in azioni del gruppo. Contro il licenziamento votano tutti i cinque consiglieri indipendenti e, fatto ancor più importante per le possibili conseguenze, il collegio sindacale della compagnia. Vivendi procede però senza tentennamenti, studiando il modo migliore per distribuire le deleghe tra i propri uomini in Cda, e preparandosi a mettere in campo il manager israeliano Amos Genish, mentre l’Italia cerca di organizzare una tardiva difesa del gruppo telefonico nazionale (puntando su un nuovo manager italiano?). Martedì 25 luglio viene pubblicato il contenuto di una bozza di risoluzione predisposta dal presidente della commissione Industria del Senato, Massimo Mucchetti, tesa ad impegnare il governo ad adoperarsi per la fusione tra Open Fiber e una newco Telecom. Un’operazione che diluirebbe Vivendi, facendo perdere ai francesi il controllo dell’azienda. Mucchetti pensa di mettere il testo ai voti in una seduta congiunta delle quattro commissioni competenti di Camera e Senato, ma la riunione viene cancellata a causa delle forti pressioni esercitate, secondo nostri interlocutori abituali, da esponenti vicini al segretario del Pd. Lo stesso Ad di Enel, Francesco Starace, boccia la proposta senza appello. Giovedì 28 luglio si riunisce il Cda di Tim e i soci francesi, forti di 10 dei 15 membri del consiglio, esplicitano il loro ruolo di direzione e controllo del gruppo. L’Ad di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine, mantiene la carica di presidente di Tim ma assume “temporaneamente” tutte le deleghe esecutive, ad esclusione di quelle relative a sicurezza e a Telecom Italia Sparkle – la società che possiede i cavi intercontinentali – che vengono affidate al vice presidente, Giuseppe Recchi. L’israeliano Amos Genish, co-fondatore e Ad di Global Village Telecom, società brasiliana venduta prima a Vivendi e poi da questa ceduta agli spagnoli di Telefonica, viene nominato direttore operativo. Un passaggio che sembra preludere alla cessione di Tim Brasil, unica controllata estera rimasta a Tim. Lo stesso de Puyfontaine, del resto, annuncia la possibile cessione della società brasiliana, così come – almeno teoricamente – della rete fissa e di Sparkle. L’Ad di Vivendi annuncia anche la nascita di un’impresa mista con Canal+, l’indebitata Tv a pagamento del gruppo francese, tesa ad entrare nel mercato televisivo italiano. Una mossa prevista da Mediaset, che nomina l’ex amministratore del Milan, Adriano Galliani, presidente di Premium, in attesa della nuova gara dei diritti televisivi del calcio. Anche Rupert Murdoch, proprietario di Sky, si preparerebbe a muovere le sue pedine per impedire lo sbarco dei francesi nel mercato italiano della Tv a pagamento. Ad ogni modo, Tim perde la propria indipendenza, per la prima volta dalla sua privatizzazione. La Consob, che aveva aperto un’inchiesta proprio ipotizzando la direzione ed il controllo di Tim da parte di Vivendi, potrebbe ora sostenere la necessità per il gruppo francese di consolidare in bilancio il debito di Tim. Ma solo l’autorità francese può imporre un simile passaggio. Resta il fatto che Vivendi controlla il 23,9 per cento del gruppo telefonico italiano, mentre i fondi d’investimento posseggono insieme quasi il triplo delle azioni di Tim. Nell’assemblea del maggio scorso, la lista presentata da Vivendi per il Cda ottenne il 49,37 per cento dei voti dei presenti, a fronte del 49,00 per cento raccolto dalla lista dei fondi. Anche tenendo conto del 5,74 per cento del convertendo di Telefonica, scaduto lunedì 24 luglio e potenzialmente sommabile a Vivendi, il gruppo resta contendibile, e fondi statunitensi come Blackstone e Apax potrebbero chiedere un’assemblea straordinaria per rovesciare gli equilibri nel Cda.

Cantieri Stx: Macron esordisce con “Francia first”…

Giovedì 27 luglio il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, annuncia la volontà del governo di Parigi di nazionalizzare i cantieri Stx France, dimostrando così la ferma volontà di opporsi a qualsiasi operazione italiana che abbia respiro strategico. Con un’offerta presentata al tribunale fallimentare di Seul, l’italiana Fincantieri si era guadagnata il diritto di acquistare il 66,67 per cento della compagnia francese, detenuto dalla coreana Stx. Il ministero dell’Economia di Parigi, con il 33,33 per cento, manteneva però il diritto di prelazione. Il precedente governo francese era riuscito a far accettare a Fincantieri la cessione del 12 per cento circa a Naval Group, compagnia attiva nel settore della difesa, controllata dal Tesoro francese con una quota del 62,49 per cento. Fincantieri avrebbe dovuto mantenere il 45 per cento, ma sarebbe stata affiancata dalla Cassa di risparmio di Trieste, a sua volta azionista del gruppo italiano, in modo da mantenere la maggioranza assoluta in mani italiane. Già in campagna elettorale, però, Macron aveva affermato di voler rivedere l’accordo. La scorsa settimana, dunque, i francesi escono allo scoperto, lasciando trapelare la loro richiesta sulla stampa transalpina: Fincantieri deve scendere al 50 per cento, lasciando la parte restante delle azioni a Naval Group e ai sindacati di Stx France. Parlando agli analisti, l’Ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, afferma che “la pazienza è finita”, che “non possiamo essere trattati meno dei coreani”, che il gruppo italiano non ha bisogno di Stx France “a tutti i costi”, e sottolinea: “Negli ultimi anni Fincantieri ha consegnato 50 navi da crociera contro le 12 di Saint Nazaire, e nel frattempo Stx France ha cambiato proprietà per ben tre volte”. I ministri dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, sostengono con forza la posizione di Bono e giovedì 27 luglio, quando il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, annuncia l’intenzione del governo di Parigi di nazionalizzare “temporaneamente” Stx France, i rappresentanti dell’esecutivo italiano diffondono una durissima nota di condanna per quella che considerano una decisione “grave e incomprensibile”. La mossa di Macron, in verità, suscita perplessità, quando non critiche aperte, anche in Germania e persino in Francia (Handelsblatt, Sueddeutsche Zeitung, Les Echos, Figaro, Le Monde, 28.7.17). Non è chiaro, del resto, quale sia l’obiettivo del governo di Parigi, poiché l’invito a Fincantieri a rilevare il 50 per cento di Stx France rimane, mentre la nazionalizzazione di un’impresa che da molti anni produce solo perdite, potrebbe rivelarsi particolarmente gravosa.

I partiti italiani e la partita francese

Il Senato approva in via definitiva la conversione in legge del decreto sulle banche e lo stesso avviene alla Camera per il decreto sui vaccini. La settimana prossima, il decreto sul Mezzogiorno dovrebbe pure essere approvato in via definitiva alla Camera, mentre il Senato metterà il timbro finale al disegno di legge sulla concorrenza. Nonostante i tre giorni di acceso dibattito sui vitalizi dei parlamentari, si scioglie, dunque, l’ingorgo legislativo, che avrebbe potuto creare problemi alla stessa sopravvivenza del Governo. Il parlamento si prepara alla pausa estiva, ma le ultime giornate di lavoro potrebbero essere segnate dal braccio di ferro che oppone l’Italia alla Francia su tutta una serie di questioni geopolitiche e industriali. Martedì il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, informerà le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato sui dettagli della missione che il governo si è impegnato a realizzare per rafforzare il controllo del governo di Tripoli sulle frontiere marine e terrestri libiche. Ma è possibile che anche le partite di Fincantieri e di Tim attireranno infine l’attenzione dei parlamentari. Sulla missione militare, intanto, Gentiloni ottiene il sostegno di Forza Italia e di Fratelli d’Italia, mentre la posizione del Movimento democratici e progressisti resta ancora ambigua, al punto che alcuni dei suoi esponenti lanciano un avvertimento al premier, affinché egli non dia per scontato il proprio sostegno alla missione. Un monito che non inquieta il premier, poiché nelle stesse ore Berlusconi assicura ripetutamente il sostegno dei voti di Forza Italia in parlamento, qualora si rendessero necessari. Quel che più colpisce, nelle reazioni delle forze politiche alla contrapposizione Italia-Francia, è il silenzio del segretario del Partito democratico, Matteo Renzi, il quale continua ad intervenire nei dibattiti delle feste dell’Unità in tutto il paese, evitando però  l’argomento. Sembra che sul rapporto con la Francia si assista al formarsi di una maggioranza alternativa a quella esistente, che comprende gran parte del Partito democratico – ma con un Renzi silente – i centristi, con la significativa eccezione di Denis Verdini, Forza Italia (con Berlusconi grande regista), Lega e Fd’I, oltre ad una parte dell’Mdp. Persino i grillini si schierano stavolta in favore dell’interesse nazionale, al punto che Beppe Grillo pubblica sul suo blog due articoli sul tema, in cui afferma che “Macron fa gli interessi della Francia. Il Pd pure”, e lancia un appello alla difesa dall’assalto francese (beppegrillo.it<http://beppegrillo.it/>, 27-28.7.17).

Riprende il dibattito sulla legge elettorale

Mercoledì 26 luglio, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, riceve i giornalisti per la tradizionale cerimonia del ventaglio. Egli auspica che la prossima legge di bilancio risponda alle intese con l’Europa ed alle attese dei mercati, e che il parlamento riprenda a settembre i lavori sulla legge elettorale, in modo che i sistemi attualmente in vigore per Camera e Senato siano resi omogenei. Ci sono ancora sei mesi di lavoro pieni, afferma, alludendo quindi alla possibilità che le prossime elezioni si tengano all’inizio della primavera 2018, probabilmente ad aprile. Perché ciò sia possibile, sottolinea, sarà necessario un largo consenso tra le forze politiche. Un passaggio importante, questo, poiché nelle ultime settimane tutti i sondaggi hanno mostrato una flessione significativa del Partito democratico, oggi più vicino al 25 per cento che non al 30. Dopo le elezioni regionali siciliane, previste per il 5 novembre prossimo, il partito guidato da Matteo Renzi potrebbe subire un’ulteriore erosione dei consensi, allontanando ancor più la possibilità – dopo il voto nazionale – di un governo di “larghe intese” che comprenda Pd, centristi e Forza Italia. Parallelamente al calo del Pd, si è fatta strada l’ipotesi di un ritorno al premio di maggioranza per la coalizione vincente, e non per il primo partito: una modifica che favorirebbe il centrodestra, già oggi situato al di sopra del 35 per cento. Sembra che persino molti esponenti del centrosinistra, in particolare tra i prodiani ed all’interno della corrente di Dario Franceschini, ritengano che questa sia la via migliore. L’unica, del resto, che possa evitare a Mattarella l’onere di conferire ad un esponente dell’M5s l’incarico di costituire il prossimo governo. Tenendo conto dell’attuale composizione del parlamento, è quanto meno improbabile che sia introdotto un premio che attribuisca alla coalizione vincente la maggioranza assoluta dei seggi. Molto più verosimile appare l’introduzione di un premio modesto, magari del 10 per cento, che non sia quindi sufficiente a governare autonomamente.

Rinasce davvero un centrodestra di governo?

Silvio Berlusconi continua a mostrarsi molto attivo, concedendo interviste e lavorando alla futura coalizione di centrodestra. Egli si è convinto, al pari del presidente Mattarella, che dopo le prossime elezioni politiche non sarà possibile costituire una maggioranza che comprenda Pd, FI e centristi, e che si dovrà invece lavorare per l’introduzione di un premio di maggioranza alla coalizione vincente. Il leader di Forza Italia lavora dunque alla formazione di uno o, meglio, due partitini di centro, che insieme al “partito animalista”, guidato da Michela Brambilla, possano portare il centrodestra il più possibile vicino al 40 per cento dei consensi. In realtà è difficile che una simile coalizione ottenga la maggioranza assoluta dei seggi, ma con un premio del 10 per cento essa potrebbe conquistare la guida del prossimo governo, allargato anche a spezzoni del centrosinistra. Il problema, e non da ora, è però la Lega, condotta da Matteo Salvini su posizioni antieuropee e quasi “anti-sistema”. Nelle ultime settimane, in verità, il segretario federale del partito nordista ha cercato di correggere la rotta, ma il suo elettorato è ormai nettamente più radicalizzato rispetto a quello che sosteneva la Lega di Umberto Bossi negli anni del centrodestra di governo. Un nuovo sviluppo, tuttavia, fa sì che quella stagione politica possa tornare. Martedì 25 luglio, il tribunale di Genova condanna in primo grado Bossi e l’ex tesoriere leghista, Francesco Belsito, per truffa allo Stato, rispettivamente a due anni e mezzo e a 4 anni e dieci mesi di reclusione. La Lega, come partito, viene condannata a restituire all’erario quasi 49 milioni di euro, ricevuti sotto forma di finanziamento pubblico dal 2008 al 2010. Una somma notevolissima che il partito non ha a disposizione. Essendo vicina la prescrizione del reato, inoltre, la Lega potrebbe essere costretta a versare il denaro entro pochi mesi. Alcuni dicono che cio' sia gia' accaduto in passato e che sia possibile che Berlusconi possa offrire il sostegno necessario al partito di Salvini che, in questo caso, sarebbe disponibile a trovare un'intesa duratura con il leader di Forza Italia.

Il superamento dell’ultra-renzismo

Matteo Renzi è concentrato sul consolidamento del Partito democratico. Egli valuta le candidature di giovani talenti e prosegue intanto a viaggiare lungo la Penisola, intervenendo alle feste dell’Unità, innanzi a folle che, in verità, sembrano tutt’altro che oceaniche. Il Pd, nel frattempo, lungi dal consolidarsi, continua la sua discesa verso il logoramento. Il dibattito sui vitalizi dei parlamentari impegna la Camera dei deputati per tre giorni, provocando violenti alterchi tra i renziani ed i rappresentanti delle altre correnti del partito. Questi accusano i seguaci del segretario di voler rincorrere i grillini, senza capire che essi, in questo modo, accrescono il già fortissimo malumore dell’elettorato nei confronti della classe politica. I sondaggi, nel frattempo, mostrano un Pd in discesa continua da almeno otto settimane, oggi più vicino al 25 per cento che non al 30. La possibilità di un governo di larghe intese con centristi e Forza Italia, dunque, si allontana inesorabilmente, e torna prepotentemente d’attualità l’ipotesi di una legge elettorale basata sulle coalizioni. Dopo aver cavalcato per anni la “vocazione maggioritaria” del Pd, Renzi preferirebbe oggi mantenere un potere d’interdizione, con un partito ridotto ma coeso. Gli esponenti delle altre correnti – il ministro della Cultura Dario Franceschini, quello della Giustizia Andrea Orlando, i prodiani ecc. – premono però per una legge elettorale che preveda una soglia di sbarramento più alta per i partiti non coalizzati, ed un premio di maggioranza magari limitato al 10 per cento, in modo da non consentire al centrodestra di governare autonomamente. Renzi è intenzionato a resistere in ogni modo a questa ipotesi, ma è probabile che dopo le elezioni regionali siciliane, fissate per il 5 novembre prossimo, egli sia così debole da non poter più influenzare in modo determinante l’accordo sulla legge elettorale. Sembra così destinato a fallire il tentativo dell’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, il quale si adopera senza successo per la nascita di un partitino di sinistra che possa affiancarsi al Pd a guida renziana. All’interno del Movimento democratici e progressisti, così come tra le correnti non renziane del Pd, sembra prevalere su tutto il desiderio di lasciarsi alle spalle questi anni di ultra-renzismo, anche a costo di subire un’emorragia di voti che, inevitabilmente, favorirebbe il ritorno al governo del centrodestra.

@GiuScognamiglio 

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