REUTERS/Antonio Bronic

Croazia: eletto il nuovo governo

Dopo quasi tre mesi di stallo politico in seguito alle elezioni generali dello scorso novembre, il Parlamento croato ha eletto il nuovo Governo, guidato dal tecnico Tihomir Oreskovic. Il nuovo Primo Ministro è riuscito a convogliare su di sé il sostegno di una coalizione bipartisan composta dai conservatori di HDZ (che già esprimono il Presidente della Repubblica), la lista indipendente Most e il partito del sindaco di Zagabria Milan Bandic.


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Rimangono però sul tavolo importanti dubbi circa le possibilità del nuovo esecutivo di riuscire ad arrivare al termine naturale del suo mandato. A preoccupare sono essenzialmente la mancanza di una reale coesione ideologica tra i partiti di coalizione e la ristretta maggioranza parlamentare di cui gode l’esecutivo, che rischia di indebolire il Governo e rendere vitale il supporto esterno da parte di alcuni deputati indipendenti. Il primo banco di prova sarà rappresentato dall’approvazione del budget per il 2016 (atteso entro la fine di marzo) in cui il Governo dovrà dimostrare forte coesione interna per intraprendere una decisa politica di austerità, sia per contenere la crescita del debito pubblico (previsto all’88,6% nel 2015, 91,7% nel 2016 e 92,9% nel 2017), sia per rientrare dentro i parametri richiesti da Bruxelles.

Roma e il Vaticano sostengono la svolta di Teheran

La visita a Roma del presidente iraniano, Hassan Rohani, non delude le attese della vigilia. I colloqui con i vertici istituzionali italiani si svolgono in un’atmosfera rilassata e cordiale, ed è significativo il calore con il quale papa Francesco accoglie il presidente in Vaticano. Il pontefice ringrazia l’ospite per la visita e riconosce all’Iran un ruolo decisivo per la stabilizzazione del Medio Oriente, formalizzando così un asse privilegiato con il principale paese sciita del mondo. Rohani, da parte sua, chiede al papa di pregare per lui, con un riconoscimento implicito della massima autorità cattolica, impensabile fino a poche settimane fa. A Teheran l’Italia è considerata da decenni come un partner privilegiato, e nemmeno i lunghi anni delle sanzioni economiche adottate dall’Occidente nei confronti del regime degli ayatollah hanno potuto scalfire questo sentimento. La visita di Rohani è l’occasione per firmare un gran numero di accordi preliminari nel campo dell’energia, delle infrastrutture, della metallurgia, dei trasporti, della sanità e delle telecomunicazioni. Intese che promettono di trasformarsi in contratti miliardari, magari in coincidenza della visita che il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, sta programmando di rendere a Teheran, forse nel giugno prossimo.

Libia: il governo unitario fatica a nascere

L’accordo per la formazione di un governo libico di unità nazionale non porta ancora ad una stabilizzazione del paese. Il parlamento di Tobruk boccia infatti l’esecutivo, ed il generale Khalifa Haftar, capo di Stato maggiore delle Forze armate del governo di Tobruk, si reca al Cairo alla guida di una folta delegazione che comprende militari e diplomatici. L’impressione è che l’Egitto e i suoi alleati del Golfo Persico non abbiano alcun interesse a trovare un accordo con le altre componenti, prima almeno di aver consolidato le proprie posizioni sul campo. Il New York Times pubblica indiscrezioni secondo cui gli Stati Uniti si preparerebbero ad un’azione militare insieme a Francia, Gran Bretagna ed Italia, ma il ministro della Difesa italiano, Roberta Pinotti, dichiara che “un governo operativo è indispensabile per evitare scenari come quello sperimentato in Irak dopo la caduta di Saddam Hussein”. In verità, aldilà di possibili incursioni aeree contro le milizie affiliate allo Stato islamico, è improbabile che gli alleati s’impegnino in un’operazione d’imposizione della pace che, per avere successo, richiederebbe lo sbarco di decine di migliaia di militari. E probabilmente il sacrificio di molte vite.

UNIONE EUROPEA - Il futuro di Schengen, il futuro dell'Europa

Di fronte al perdurare dei flussi migratori, questa settimana alcuni paesi dell’Ue hanno deciso di chiedere l’attivazione della procedura d’emergenza prevista dal Trattato di Schengen per permettere agli Stati che già hanno reintrodotto i controlli alle frontiere interne negli ultimi mesi  - Germania, Austria, Svezia, Francia, Danimarca e Norvegia - di mantenerli fino a due anni. Attualmente rientrano nello spazio  Schengen 26 paesi - di cui 22 Ue (eccetto UK, Irlanda, Cipro, Croazia, Bulgaria e Romania) e 4 non Ue (Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera). Gli stati che aderiscono a Schengen non solo devono eliminare gli ostacoli alla libera circolazione alle frontiere interne ma anche garantire di essere in grado di assicurare il controllo di quelle esterne. Come dimostrano casi recenti, davanti ad attacchi terroristici o a carenze nei controlli, le autorità nazionali possono sospendere Schengen ripristinando i controlli alle frontiere interne ma in via eccezionale e solo temporaneamente. Adesso, con la richiesta di sospendere Schengen fino a due anni da parte di alcuni paesi, il timore che la tenuta del sistema di libera circolazione possa vacillare, è forte. Soprattutto perché il prossimo maggio, in Germania ed Austria, scadranno i sei mesi della durata massima della sospensione. Non a caso sul vertice di questa settimana hanno fatto valere le loro ragioni proprio Germania, Austria ed anche Svezia, che da sole ricevono il 90% delle richieste d'asilo. Il caso sulla tenuta di Schengen avviene mentre i dati sugli arrivi dei migranti sono in crescita drammatica. Il 2015 si è infatti chiuso con l'arrivo di oltre 1  milione di migranti (455 mila dalla Siria e 186 mila dall'Afghanistan), di cui gran parte arrivati in Grecia via mare. Ed è proprio la Grecia, in prima linea nella recente massiccia ondata di arrivi, ad essere stata richiamata in questi giorni dalla Commissione europea: se entro tre mesi il Paese, che è “gravemente venuto meno” ai suoi doveri di controllo sui confini, non ristabilirà la normalità, gli altri Stati potranno chiudere le frontiere. Ma se davvero Schengen dovesse cominciare a vacillare, ad essere tagliati fuori non sarebbero i migranti bloccati alle frontiere, ma la stessa idea di Europa e con essa molti dei suoi benefici (inclusi i suoi 2.800 miliardi all'anno di commercio intra-europeo, i quasi 2 milioni di lavoratori transfrontalieri, i 24 milioni di viaggiatori d’affari e i  57 milioni  di trasporti di merce su strada, solo per citarne alcuni). Perché, come ha detto Juncker questa settimana, “se lo spirito di Schengen lascia le nostre terre, perderemo più di Schengen. Visto che, in assenza del mercato unico e della libera circolazione delle persone, una moneta unica non avrebbe più senso”.

UNIONE EUROPEA - Brexit: uscire dall'UE non è un affare

Ha iniziato Goldman Sachs con oltre mezzo milione di sterline di donazione e poi questa settimana a ruota sembra siano seguite JP Morgan, Morgan Stanley e Bank of America che, secondo indiscrezioni, avrebbero donato alla campagna "Britain Stronger in Europe"-  il movimento che fa campagna contro la prospettiva Brexit - cifre a sei zeri.  Londra è il principale centro finanziario europeo e per molte banche internazionali è la base da cui operare in Europa. Ma ora, con la prospettiva di un referendum sempre più vicina, il timore crescente che Londra possa perdere il suo status come centro finanziario globale potrebbe indurre molte grandi banche e istituzioni internazionali a trasferire altrove la loro sede europea, aumentando così l’incertezza. La Bertelsmann Stiftung ha calcolato che in caso di una fuoriuscita del Paese nel 2018, il Pil pro capite britannico potrebbe registrare un calo tra lo 0,6 % e il 3% nel 2030, che significherebbe per ogni cittadino britannico una diminuzione di Pil pro capite pari a 220 € (in caso di soft exit) fino ad un massimo di 1.025 € (in caso di isolamento commerciale). Se invece consideriamo oltre al danno al commercio, anche quello alla produttività, le perdite di Pil pro capite nel 2030 potrebbero aumentare a 692 € (soft exit) fino ad un massimo di 4.850 € (isolamento), ovvero una perdita pari a € 313 mld per l’intera economia. Inoltre, i magri risparmi che potrebbero derivare da una Brexit (es: cancellazione dei contributi al budget  Ue, che attualmente ammontano allo 0,5% del Pil britannico - € 8,6 mld) non compenserebbero in alcun caso le perdite economiche, nemmeno nello scenario più favorevole. Cifre alla mano, è difficile capire come alcuni politici britannici credano di trarre beneficio da un’uscita del loro Paese dalla Ue, di certo non ci credono i grandi investitori internazionali.

UNIONE EUROPEA - Pacchetto Ue contro l’evasione fiscale delle multinazionali

La Commissione europea ha proposto giovedì nuove misure volte a contrastare l'elusione dell'imposta sulle società. Il pacchetto contro l'elusione fiscale è formato da diversi elementi: (i) misure giuridicamente vincolanti per bloccare i metodi più comuni utilizzati dalle società per eludere il fisco; (ii) una proposta finalizzata alla condivisione, da parte degli Stati membri, delle informazioni di natura fiscale sulle multinazionali che operano nell'Unione; (iii) azioni volte a promuovere una migliore governance in materia fiscale a livello internazionale; e infine (iv) una nuova procedura per costituire un elenco dei paesi terzi che non si adeguano alle norme.
Secondo uno studio del Parlamento europeo, i governi dell'Ue perdono ogni anno 70 miliardi di entrate a causa delle asimmetrie tra le leggi dei diversi paesi europei, di cui si avvantaggiano soprattutto le multinazionali. Nelle intenzioni della Commissione, le proposte permetteranno di ostacolare la pianificazione fiscale aggressiva, potenziare la trasparenza e lo scambio di informazioni tra Stati membri e garantire una concorrenza più equa per le imprese. Come sempre accade in materia fiscale, tutto dipenderà dalla volontà politica dei governi nazionali di recepire le indicazioni della Commissione, con il Parlamento europeo relegato ad un ruolo meramente consultivo. Tuttavia, stavolta i governi sembrano determinati a fare sul serio: proprio nella stessa settimana, il Regno Unito ha chiuso un contenzioso con Google, mentre l'Italia ne ha avviato uno con la stessa società, dopo aver già siglato un accordo con Apple a fine 2015 per centinaia di milioni.

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