La ricostruzione è bloccata da un braccio di ferro politico interno e gran parte delle grosse ong internazionali se ne sono andate, lasciandosi dietro tende e soluzioni "temporanee". L'embargo indiano di benzina e risorse primarie, a sostegno della protesta della comunità Madhesi, ha peggiorato ancora di più la situazione. Chi vuole aiutare il Nepal non potrebbe trovare momento migliore.


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La solidarietà è una cosa seria sia per chi la sostiene con le proprie donazioni, sia per chi la fa, sul posto, e si assicura che tutti i fondi che arrivano sia destinati per progetti seri, efficaci e concreti.

Da Kathmandu alle zone rurali che sono riuscito a visitare, la stragrande maggioranza delle persone che ho incontrato mi ha indicato le zone dove le tende delle grosse ong internazionali arrivate qui da tutto il mondo avevano preparato i propri campi base. Se la risposta alla crisi post terremoto nelle prime settimane è stata strabordante, tanto da ingolfare per alcuni giorni l'aeroporto di Kathmandu e creare non pochi problemi logistici di coordinamento tra chi voleva aiutare a tutti i costi, oggi la situazione è radicalmente cambiata.

Eserciti stranieri e numerose ong internazionali, quando la polvere e le macerie si sono depositate, se ne sono andate, come da indicazione della fine dello stato di emergenza ufficiale indetto dal governo nepalese, fissato a fine luglio.

Il Nepal, convinto di poter sfruttare l'alta stagione turistica di novembre e dicembre per mettere fieno in cascina e inizare a rialzarsi con le proprie gambe, sta subendo gli effetti dell'embargo non ufficiale imposto dall'India a sostegno delle proteste dei Madhesi: tutte le fabbriche nepalesi non sono in funzione (senza benzina per trasportare materie prime e prodotti); le guesthouse di Kathmandu hanno abbattuto i prezzi per invogliare comunque i turisti a stare nel paese, a portare un po' di soldi che serviranno per sopravvivere durante la bassa stagione dell'anno prossimo; fuori dai circoli del turismo, la popolazione è completamente abbandonata a se stessa e si arrangia sostituendo il gas per cucinare con la legna, realizzando abitazioni probabilmente definitive utilizzando i materiali arrivati durante l'emergenza: tetti di lamiera e tende da campo che, assieme ai mattoni recuperati dalle macerie, diventano le case di chi sa che i fondi governativi promessi per la ricostruzione (200mila rupie a famiglia, intorno a duemila euro) arriveranno chissà quando.

L'autorità per la ricostruzione fondata con un'ordinanza lampo dopo il terremoto, inizialmente guidata da Govinda Raj Pokharel del Nepali Congress (partito d'opposzione), avrebbe dovuto gestire i quattro miliardi di dollari in aiuti promessi dalla comunità internazionale (un miliardo dall'India, 500 milioni dalla Cina, su tutti). Ma il parlamento nepalese, che per dare pieni poteri all'autorità avrebbe dovuto far passare un disegno legge ad hoc, ha bloccato l'iter legislativo a causa di dissidi tutti interni su chi, effettivamente, avrebbe dovuto guidare la ricostruzione: la coalizione comunista al governo avrebbe preferito appuntare un proprio uomo, facendo fuori Pokharel, che in tutta risposta si è dimesso.

Oggi, a oltre sei mesi dal sisma, l'autorità è ferma, senza un direttore, e servono almeno altri due mesi di attesa per ripresentare un disegno di legge al parlamento per dare il via (anche se pare che il governo abbia deciso di gestire la ricostruzione da solo, annunciando ieri che «presto» inizieranno a distribuire i fondi a chi ne ha bisogno. «Presto»).

Nelle condizioni attuali, chi volesse aiutare qui in Nepal è meglio si affidi a ong piccole, esperte, che lavorano sul territorio da tempo e conoscono i bisogni dei nepalesi in difficoltà: non perché lo abbiano letto da qualche parte, ma perché vivono tra loro, ci parlano e col tempo hanno rinsaldato dei rapporti di fiducia con intere comunità fuori dai radar dei mass media, lontane dagli itinerari battuti dal turismo.

Qui ci permettiamo di consigliare due ong italiane, dopo aver conosciuto e chiacchierato con le responsabili locali qui a Kathmandu (dove vivono, tutto l'anno, da anni).

Sono Apeiron - Associazione di Volontariato Onlus per il Nepal, che qui è coordinata da Barbara Monachesi, e ASIA - ONLUS, coordinata in Nepal da Isabella Cracco. Entrambe si occupano di progetti mirati per piccole comunità che seguono da anni, spaziando da scolarizzazione a formazione, microcredito e sostegno all'agricoltura.

Ogni progetto è spiegato nel dettaglio nei rispettivi siti internet e viene monitorato costantemente per vederne gli effetti concreti sul lungo termine.

Le donazioni indirizzate a queste due ong è sicuro che arrivino dove devono arrivare. Soprattutto ora che forse, ancora di più che nel periodo immediatamente post terremoto, c'è n'è ancora più bisogno.

@majunteo

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