A 25 anni dalla demolizione illegale di una moschea del sedicesimo secolo da parte di migliaia di fanatici ultrahindu, la Corte suprema indiana ha disposto la riapertura di un processo per i leader del Bharatiya Janata Party accusati di aver istigato la folla soffiando sull'odio intercomunitario tra hindu e musulmani. Il capo d'imputazione è pesantissimo, associazione a delinquere, e la vecchia guardia del partito ora al governo dovrà rispondere in aula di un evento che ha allargato all'inverosimile una frattura già presente nel tessuto sociale multiculturale indiano. Il tutto mentre, dall'Uttar Pradesh, il tema del «grande tempio dedicato a Ram» torna a fare capolino nella campagna elettorale per le prossime nazionali del 2019.

Prima che a due righe da qui vi rompiate tutti le scatole e molliate il pezzo con «ma a me che mi frega di un processo a questi vecchi» vi chiedo un po' di pazienza e di fiducia, perché questa notizia è importante per capire quello che potrebbe succedere nei prossimi mesi in India, ma serve un piccolo bignami propedeutico.


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Tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta il Bharatiya Janata Party, ossia la destra hindu conservatrice, aveva individuato nella battaglia per il tempio di Ram una delle campagne più efficaci per attirare il consenso dell'elettorato hindu in tutto il paese: lanciare nello stagno dell'elettorato hindu - la maggioranza della popolazione indiana, molto variegata politicamente - una variabile identitaria attorno alla quale compattarsi per poi mostrare i muscoli alle urne.

Quella variabile è stata tirata fuori dal cilindro del Ramayana, poema epico indiano che gli studi più recenti datano intorno al quarto secolo avanti Cristo, dove secondo una lettura quantomeno pretestuosa del testo alcuni storici vicini all'ultrainduismo ritengono sia indicato il preciso luogo di nascita di Ram, generale divinizzato protagonista del poema. Il Ramjanmabhoomi (letteralmente, «il luogo di nascita di Ram), secondo questi studi era situato precisamente nella cittadina di Ayodhya, in Uttar Pradesh, sotto la moschea Babri che l'imperatore Moghul Babar - musulmano - fece erigere alla fine del sedicesimo secolo. Tagliando con l'accetta, la leadership del Bjp di allora sostenne che gli invasori musulmani decisero di demolire un tempio hindu dedicato proprio a Ram e costruirci sopra una moschea, un affronto insostenibile che ora, a quattrocento anni di distanza, andava punito.

L.K. Advani, in quel momento uomo di punta del Bjp, nel settembre del 1990 organizzò un «rath yatra» (pellegrinaggio) da Somnath, in Gujarat, fino ad Ayodhya, raccogliendo consensi e uomini pronti a demolire la moschea a mani nude e ricostruire un «grande tempio dedicato a Ram» per riaffermare il primato hindu nell'area e, simbolicamente, in una nazione che secondo l'ideologia dell'hindutva doveva diventare finalmente un «hindu rashtra», lo stato degli hindu. A novembre la folla guidata da Advani fu fermata alle porte di Ayodhya dalla polizia dell'Uttar Pradesh, in quel momento governato dal Samajwadi Party di Mulayam Singh Yadav, e lo stesso Advani fu arrestato. L'evento spostò invariabilmente gli equilibri politici dell'Uttar Pradesh dove, nelle elezioni locali immediatamente successive, il Bjp vinse a mani basse aggiudicandosi un'enorme maggioranza al parlamento locale dell'Uttar Pradesh.

Due anni dopo, nel 1992, si ripeté la stessa scena: migliaia e migliaia di «sevak» («servitori» della causa ultrahindu) si accalcarono alle porte di Ayodhya per partecipare a quella che, secondo gli organizzatori esponenti del Bjp e di diverse sigle dell'ultrainduismo extraparlamentare, doveva essere una cerimonia simbolica di deposizione della prima pietra del «grande tempio di Ram». Nonostante le rassicurazioni date dagli organizzatori dell'evento al governo federale guidato da P.V. Narasimha Rao (Indian National Congress, partito della dinastia Gandhi), la situazione presto sfuggì al controllo delle forze dell'ordine e la moschea Babri fu rasa al suolo dai «sevak». Gli scontri intercomunitari che seguirono la demolizione della Babri Masjid e infiammarono tutta l'India per mesi causarono almeno duemila morti, stimati per difetto.

La distruzione della moschea Babri segnò l'ascesa definitiva del Bjp nel panorama politico indiano, facendo del partito nazionalista hindu un'alternativa verosimile allo strapotere dell'Indian National Congress.

Ora, 25 anni dopo, in risposta a una petizione del Central Bureau of Investigation (Cbi, l'Fbi indiana), la Corte suprema ha deciso di accorpare i due procedimenti penali aperti sul caso e iniziare un processo che, secondo le direttive della massima corte indiana, terrà udienze giornaliere e dovrebbe arrivare a verdetto entro due anni. Oltre alle migliaia di «sevak» responsabili della distruzione materiale della moschea, si dovranno presentare alla sbarra anche i leader del Bjp che all'epoca dei fatti guidarono la campagna nazionale del Ramjanmabhoomi: si tratta di L.K. Advani (89 anni, Bjp, deputato alla camera bassa del parlamento federale), Uma Bharti (58 anni, Bjp, ministra delle risorse idriche del governo federale) e M.M. Joshi (83 anni, Bjp, deputato alla camera bassa del parlamento federale). Per loro pende il capo d'accusa di associazione a delinquere.

La notizia ha una rilevanza enorme per la politica indiana di questi tempi: con l'avanzata dell'estremismo hindu a livello sia nazionale sia locale - vedi Yogi Adityanath in Uttar Pradesh - il tema della costruzione del tempio di Ram ad Ayodhya è tornato alla ribalta e, se non ci saranno sorprese positive, è destinato ad essere uno dei pilastri della prossima campagna elettorale in vista delle elezioni parlamentari del 2019, dove Narendra Modi si giocherà la rielezione a un secondo mandato. Con tre nomi del Bjp alla sbarra per i fatti di Ayodhya, anche se da tempo esclusi dal «cerchio magico» di Modi, la gestione anche solo mediatica del processo sarà impresa non da poco. Scaricare i tre e disinteressarsi della vicenda manderebbe un messaggio pericoloso ai milioni di ultrahindu che hanno votato per il Bjp e che, ora che sono al potere, pretendono che il tempio di Ram venga realizzato; ma esporsi con forza a difesa dei tre imputati farebbe emergere con maggiore chiarezza i tratti estremisti di un governo che finora si è impegnato molto a mostrare una faccia moderna e «liberale», specie nell'agone internazionale, capitalizzando in consensi arrivati dalla upper-middle class che bada più ai sogni di rinascita economica che alle questioni identitarie-religiose.

Comunque vada, saranno due anni di fuoco.

@majunteo

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