L'economia indiana continua a crescere ma la redistribuzione del reddito verso la popolazione è drasticamente peggiorata rispetto agli anni Ottanta, tornando ai livelli disastrosi del periodo coloniale. Lo evidenzia uno nuovo studio di Piketty e Chancel.

Una donna osserva un modello di auto Rolls Royce "RRR65" realizzato in oro e diamanti esposto in una fiera di gioielleria in India. REUTERS / Babu
Una donna osserva un modello di auto Rolls Royce "RRR65" realizzato in oro e diamanti esposto in una fiera di gioielleria in India. REUTERS / Babu

In una ricerca pubblicata di recente i due economisti francesi Piketty e Chancel contestualizzando la qualità della crescita economica indiana, fenomeno stabile di cui però gode soprattutto il top 1% della popolazione: alla middle class, come all'epoca dell'occupazione britannica, rimangono le briciole, per non parlare di chi vive sotto la soglia di povertà. Un problema che, sottolinea la stampa specializzata indiana, rischia di minare la solidità dell'economia nazionale.


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Paragonare i mali dell'India contemporanea a quelli di epoca britannica è uno stratagemma perfetto per cogliere l'attenzione dell'orgogliosissima classe dirigente indiana. Così hanno fatto i due economisti Thomas Piketty e Lucas Chancel, titolando la ricerca sui livelli di disparità di reddito nell'India moderna - pubblicata all'inizio del mese sul sito del Wealth and Income Database - con un roboante «Indian income inequality, 1922-2014: From British Raj to Billionaire Raj?», rimbalzato immediatamente su gran parte della stampa indiana.

Analizzando dati relativi alle dichiarazioni dei redditi nazionali, al gettito fiscale e alle stime sul reddito degli evasori o esentati dalla contribuzione (in India pari al 95% della popolazione), i due economisti francesi hanno rilevato un'inquietante somiglianza statistica tra i livelli di disparità del reddito nel subcontinente durante la reggenza britannica e quelli riscontrati nell'India contemporanea.

L'abstract della ricerca recita: «Il top 1% di chi aveva un reddito alla fine degli anni Trenta assorbiva il 21% delle entrate totali dello Stato, prima che la percentuale crollasse al 6% negli anni Ottanta e risalisse al 22% odierno». Significa che di tutta la ricchezza che viene generata nell'India nuova potenza economica, oltre un quinto finisce nelle tasche dei ricchissimi, lasciando il resto della popolazione a spartirsi quello che rimane. Che, in termini assoluti, non è poco, ma contestualizzando i numeri risulta più evidente l'urgenza del problema.

Lo fa molto bene un commento di Livemint, giornale online indiano specializzato in questioni economiche, in cui si evidenzia: «Un paragone con la Cina risulta molto evocativo. Chancel e Piketty mostrano che la percentuale di reddito nazionale assorbito dalla metà inferiore delle popolazioni cinese e indiana dopo il 1980 è sostanzialmente simile. La grande differenza tra i due paesi è che la fascia media della popolazione indiana, pari al 40%, dagli anni Ottanta ha iniziato a guadagnare il 23% in più, mentre quella cinese il 43%, segnando un enorme divario di venti punti percentuali di fatto assorbiti in gran parte dal top 1% della popolazione indiana». Questo dato è ancora più interessante se affiancato a un noto survey del Pew Research Center del 2015, secondo cui la «vera» middle class indiana - basandosi sul potere d'acquisto - sarebbe composta solo dal 2% della popolazione

Le ragioni di questo divario, secondo Livemint, risiedono nella mancata creazione di una classe media trainata dal manifatturiero indiano. Se la Cina del miracolo economico dei primi anni Duemila era riuscita a far transitare gran parte della forza lavoro dalle campagne alle fabbriche, realizzando una sorta di scala mobile sociale dal lavoro agricolo a bassa intensità a quello industriale ad alta intensità (più redditizio), l'India ha completamente mancato l'obiettivo: «La proporzione di forza lavoro nelle campagne indiane - spiega Livemint - è scesa, ma i lavoratori che hanno abbandonato i campi non hanno trovato posti di lavoro in fabbriche moderne o nel terziario. La maggior parte di loro è bloccata in piccole imprese informali dalla produttività risibile».

Il quotidiano indiano ritiene vitale la «creazione di nuovi posti di lavoro nei settori avanzati al posto di una redistribuzione attraverso la spesa pubblica» e politiche che rispecchino una crescita economica davvero inclusiva. Piketty e Chancel si limitano ad augurarsi che le istituzioni indiane aumentino il grado di trasparenza dei dati sulla distribuzione del reddito nazionale, così da fornire materiale più accurato per proseguire nella ricerca.

@majunteo

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