Il presidente cinese Xi Jinping parla durante un briefing nella giornata conclusiva del Belt and Road Forum. Pechino, Cina, 15 maggio 2017. REUTERS / Nicolas Asfouri / Pool
Il presidente cinese Xi Jinping parla durante un briefing nella giornata conclusiva del Belt and Road Forum. Pechino, Cina, 15 maggio 2017. REUTERS / Nicolas Asfouri / Pool

In questi giorni a Pechino si sta tenendo il primo summit internazionale One Belt, One Road, relativo al progetto simbolo delle aspirazioni commerciali e geopolitiche della Cina di Xi Jinping. Al meeting presenziano 23 capi di stato internazionali, compresi tutti i rappresentanti delle nazioni dell'Asia Meridionale, tranne due: Bhutan - che non ha rapporti diplomatici con Pechino - e India, che per difendere i propri princìpi di sovranità nazionale in Kashmir (conteso col Pakistan da decenni) ha optato per un boicottaggio clamoroso.


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Il Belt Road Forum di Pechino, che oggi entra nel suo secondo e ultimo giorno, è la prima dimostrazione pubblica e diplomatica del progetto più ambizioso della Cina di Xi Jinping: ridisegnare una rete di infrastrutture e di scambi che, ricalcando l'antica Via della Seta, colleghi via terra e via mare i tre continenti di Asia, Africa ed Europa. Tutto sotto l'egida di Pechino, all'insegna di rapporti internazionali in cui, secondo Xi Jinping, tutti avrebbero qualcosa da guadagnare.

Con le adesioni pesanti di Russia e Unione Europea già in cassaforte, la decisione indiana di non partecipare al forum e di ergersi quindi a unica potenza eurasiatica in polemica con Pechino è un azzardo geopolitico da non sottovalutare, non tanto per le giustificazioni addotte dalla diplomazia indiana - che ora andremo a vedere - quanto per l'immagine di sé che New Delhi intende proiettare a livello internazionale.

Per la diplomazia indiana la partecipazione al meeting avrebbe significato accettare, indirettamente, le rivendicazioni del Pakistan su una parte del Kashmir: per Islamabad, trattasi dell'Azad Kashmir (Kashmir Libero, in urdu), area che il Pakistan controlla di fatto dal 1947; per New Delhi, quell'area si chiama Kashmir Occupato, territorio indiano «temporaneamente» sotto il controllo di Islamabad. La Nuova Via della Seta cinese dovrebbe passare proprio da lì, collegando il Xinjiang al porto pachistano di Gwadar, realizzato con soldi cinesi e in tutto e per tutto avamposto della Repubblica popolare sull'Oceano Indiano.

Pechino, fino ad ora, ha investito quasi 50 miliardi di dollari per la realizzazione del corridoio sino-pachistano, tratto fondamentale del progetto One Belt, One Road che ora l'India contesta, ferma sulla posizione che i rapporti bilaterali tra le due potenze asiatiche devono essere «mutually supportive»: se Pechino vuole il sostegno di New Delhi, la questione kashmira deve essere gestita nel rispetto delle sensibilità indiane. 

Un secondo punto avanzato dalla diplomazia di New Delhi mette in discussione la sostenibilità del progetto nell'area dal punto di vista del debito contratto dai partner di Pechino. Sabato 13 maggio, un giorno prima dell'inizio del meeting, il portavoce del ministero degli esteri indiano Gopal Baglay ha spiegato: «Le iniziative di collegamento devono seguire princìpi di responsabilità finanziaria, evitando la creazione di debiti insostenibili per le comunità locali». Lo stesso giorno, Cina e Pakistan firmavano un ulteriore accordo economico da 500 milioni di dollari per la realizzazione di infrastrutture secondarie lungo il corridoio sino-pachistano. 

La reazione cinese non si è fatta attendere. Sulle pagine del Global Times, quotidiano cinese in lingua inglese, si legge: «È deplorevole, ma non problematico, che l'India abbia mantenuto la propria opposizione al progetto Belt and Road». In sostanza, mentre tutta l'area ha già aderito alla Via della Seta cinese, per Pechino il boicottaggio indiano non farà alcun danno se non all'India stessa, che rischia di perdere l'opportunità di avere un ruolo di primo piano in un progetto che, volente o nolente, si farà. Già si sta facendo.

New Delhi, poco propensa a imbarcarsi in progetti internazionali in cui non figuri come attore principale, dovrà valutare se opporsi a Pechino rappresenti un'alternativa valida al sistema geopolitico sinocentrico in costruzione o se, come sostiene la Cina, significhi autoinfliggersi un isolamento più dannoso che redditizio per la crescita economica indiana.

@majunteo

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