Nella capitale indiana l'aria è più che irrespirabile. Addirittura fuori scala, secondo l'Air Quality Index. Ma per paura di ripercussioni elettorali, si evitano misure drastiche. E il problema viene scaricato sul governo locale, guidato dal partito anti-sistema Aap

Con l'abbassamento delle temperature e l'avvicinarsi della stagione invernale, sulla città di New Delhi è tornata a posarsi la famigerata nube tossica che ormai, a scadenza annuale, fa scattare la cosiddetta emergenza inquinamento. Per i residenti della capitale indiana, da alcuni anni, il mese immediatamente successivo alle festività del Diwali più che un deja-vu è ormai diventato una rappresentazione fedele de Il giorno della marmotta, pellicola in cui Bill Murray era costretto a rivivere per mesi lo stesso identico giorno come lezione per smussare gli angoli del suo caratteraccio: una maledizione a fin di bene.


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Nell'attuale versione indiana in scena a New Delhi, i 20 milioni di persone affette dalla "maledizione dell'inquinamento" della capitale ancora non vedono alcuna lezione imparata all'orizzonte, bloccati in una riproposizione delle stesse identiche dinamiche dell'anno precedente.

Dopo Diwali, complice l'abbassamento delle temperature e l'assenza di venti capaci di soffiare l'inquinamento atmosferico lontano da New Delhi, la qualità dell'aria nella capitale cola a picco, posizionandosi stabilmente nella fascia "grave" dell'Air Quality Index, la scala che misura la salubrità dell'aria: da 0 - aria pulitissima - a 500 - aria mefitica - New Delhi nell'ultima settimana si è stabilita nella fascia immaginaria tra i 400 - aria nociva - e gli 800 - fuori scala, il massimo in teoria sarebbe 500; sopra quota 100, l'aria è considerata insalubre.

Le ragioni dell'inquinamento atmosferico, come negli anni precedenti, sono arcinote: traffico fuori controllo di veicoli sia locali sia in arrivo da fuori Delhi, specie camion a diesel che trasportano le merci provenienti dal resto dell'India; cantieri disseminati in tutta la città, da cui proviene pulviscolo pesante che rimane nell'aria; effetti della stagione secca che inaridiscono i terreni circostanti New Delhi aumentando il coefficiente di polvere/terra sollevato dal traffico; migliaia di falò accesi nelle zone rurali attorno la capitale (negli stati di Punjab, Haryana, Uttarkhand e Uttar Pradesh) da contadini impegnati nello smaltimento delle stoppie del raccolto precedente, principalmente riso.

Nonostante il quadro di cui sopra, la risposta delle istituzioni a ogni livello continua, ogni anno, a sfociare nella farsa. Il governo locale di New Delhi, guidato da Arvind Kejriwal dell'Aam Aadmi Party (Aap, i "grillini" indiani), per rispondere all'emergenza ha chiuso le scuole per cinque giorni (scaduti oggi) e proposto di applicare per questa settimana la misura delle targhe alterne. Opzione demolita dal National Green Tribunal (Ngt) indiano, che sabato scorso si è espresso negativamente circa una misura destinata a diminuire il traffico in città ma pensata con esenzioni per «vip (leggi: politici), donne e motocicli». Per l'Ngt le targhe alterne avrebbero ottenuto il solo effetto di incentivare l'acquisto di altre automobili, per avere una targa dispari e una pari, probabilmente peggiorando il problema. A fronte delle critiche, il governo Kejriwal ha ritirato la proposta e, secondo le indiscrezioni, ne sta vagliando una più dura.

Eppure ammassare la colpa interamente sulle spalle del governo locale somiglia più alla ricerca di un capro espiatorio che a un individuare le responsabilità di questo disastro ambientale. Gli esperti, da anni, spiegano che la stagione dell'aria irrespirabile è un problema regionale, che coinvolge tutta la fascia dell'India settentrionale. E per risolverlo è necessario implementare misure di ampio respiro e sul lungo termine, coinvolgendo tutti i governi locali dell'India del nord sotto l'egida del governo federale. E qui emerge il fattore della volontà politica, o meglio, della mancanza di volontà condivisa oltre gli schieramenti partitici di mettere le mani su un tema di salute pubblica.

Un piccolo esempio: il governo di Delhi ritiene che i fumi dei falò circostanti la capitale contribuisca per l'80% all'inquinamento registrato in questi giorni nella capitale e quindi è lì che occorre implementare delle misure restrittive. Purtroppo, nessuno dei governi in questione è retto da una coalizione «vicina» ad Aap: Uttarkhand, Uttar Pradesh e Haryana sono governati da esponenti del Bharatiya Janata Party (Bjp, il partito di governo guidato da Narendra Modi); il Punjab, dall'Indian National Congress (Inc, il partito di Sonia Gandhi). E nessuno di questi governi ha alcuna intenzione di implementare misure impopolari che di certo solleverebbero polemiche di respiro nazionale, influenzando l'esito di tornate elettorali previste nei prossimi mesi (in Gujarat, ad esempio, si voterà a dicembre) e dando adito ad accuse di politiche «anti uomo comune» dirette al Bjp. Non stupisce quindi che recentemente il ministro federale dell'ambiente Anil Dave (Bjp) abbia dichiarato che l'80~ dell'inquinamento di New Delhi, secondo non meglio specificati «dati» in possesso del governo, provenga dall'interno dei confini cittadini e quindi, in soldoni, ci pensasse il sindaco di New Delhi a risolvere i suoi problemi.

L'unica nota positiva, in attesa che i venti e le piogge attese in settimana ripuliscano un po' l'aria, rimane l'aumento della consapevolezza pubblica rispetto al problema della qualità dell'aria: quest'anno, in giro per la città, si sono viste molte più mascherine antismog. Siamo alla foglia di fico, è vero, ma la speranza è che negli anni a venire la pressione dell'opinione pubblica sulle istituzioni possa spingere a una gestione corale e responsabile di un problema che va oltre New Delhi, oltre gli schieramenti politici e oltre le differenze di classe. Un'emergenza la cui soluzione davvero non è più possibile rimandare a data da destinarsi.

@majunteo

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