Pakistan e India sono di nuovo ai ferri corti. Questa volta il pretesto per lo scontro diplomatico è il destino di Kulbhushan Jadhav, ex ufficiale della marina militare indiana arrestato in Pakistan lo scorso anno. Lunedì una corte marziale pachistana, dopo avergli negato accesso al corpo diplomatico indiano per tutti questi mesi, lo ha condannato alla pena di morte in quanto «spia indiana». Un'accusa che New Delhi respinge in toto, denunciando le irregolarità nella gestione del prigioniero ed esortando la comunità internazionale a intervenire per scongiurare il pericolo di un'esecuzione destinata a esacerbare ancora di più gli animi tra India e Pakistan.


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L'annuncio è arrivato a sorpresa nella giornata di lunedì 10 aprile: una corte marziale pachistana ha condannato alla pena di morte Kulbhushan Jadhav, cittadino indiano di 46 anni, per «spionaggio e sabotaggio delle attività pachistane». Jadhav, spiegano le autorità pachistane, ha 60 giorni di tempo per ricorrere in appello e, al momento, ancora non è stata fissata una data per l'esecuzione della pena.

Il caso Jadhav è particolarmente fumoso. Ex ufficiale della marina militare indiana, è stato arrestato nel marzo del 2016 nella regione pachistana del Balochistan, al centro di un'offensiva militare contro le forze indipendentiste locali, accusato di condurre attività di spionaggio per conto di New Delhi infiltrandosi all'interno del territorio pachistano con un falso passaporto indiano. Poco dopo, senza che Jadhav abbia avuto la possibilità di entrare in contatto con le autorità indiane in Pakistan, un'emittente pachistana ha mandato in onda una presunta «confessione» dell'imputato, in cui di fatto confermava la tesi di Islamabad. Dopo oltre un anno dall'arresto, l'annuncio della pena di morte ha mandato su tutte le furie la diplomazia indiana.

Sushma Swaraj, ministra degli esteri indiana, si è subito attivata su due canali: quello ufficiale, convocando in ministero l'High Commissioner pachistano Abdul Basit (l'ambasciatore pachistano in India) comunicandogli che per New Delhi il processo a Jadhav è stato «una farsa»; e quello pubblico, spiegando sui social media che per il governo indiano Jadhav è stato «rapito» dalle autorità pachistane e processato per «un intruglio di reati» ( si va dallo spionaggio al terrorismo).

La versione ufficiale del governo indiano descrive Jadhav come un ex ufficiale della marina in pensione impegnato da anni in attività commerciale presso il porto iraniano di Chamar e, insomma, definizione vuole che la vera identità di una spia sia così facilmente discernibile. Sta di fatto che la stampa indiana, come ad esempio riporta Scroll.in, ha provato a mettere in fila le poche cose certe che si sanno sul conto di Jadhav e l'ipotesi spionaggio non terrebbe molto. Su tutte: Jadhav è stato trovato con un passaporto falso, ma indiano. E, si chiede Scroll, che senso avrebbe per l'India spedire delle spie in Pakistan con un passaporto indiano?

Anche se fosse una spia, a livello legale ci sarebbero delle irregolarità gravi. Secondo la convenzione di Vienna, articolo 36, la pena di morte non dovrebbe essere comminabile per spie catturate in territorio straniero e, soprattutto, dovrebbe venir loro garantito accesso alle autorità consolari del proprio paese, cosa che il Pakistan in oltre un anno pare non abbia mai fatto.

La minaccia di sentenziare a morte Jadhav, quindi, sembrerebbe una provocazione lanciata da Islamabad come ritorsione alla strategia dell'isolamento internazionale messa in atto dal governo di Narendra Modi, inaugurata tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre del 2016 in risposta all'attentato alla base militare indiana di Uri, in Kashmir. Tra «surgical strikes» oltre la Linea di Controllo e la terra bruciata fatta intorno alla diplomazia pachistana nell'alveo delle organizzazioni transnazionali dell'Asia Meridionale, l'intransigenza indiana ha di fatto isolato Islamabad.

Ora, pare si stiano aprendo dei canali diplomatici «sotterranei» per cercare di trovare una soluzione salvafaccia per tutti. Un'operazione in cui, rispondendo all'appello fatto da New Delhi alla comunità internazionale, anche gli Stati Uniti stanno facendo sentire il proprio peso, avvertendo il governo pachistano che sarebbe il caso mandasse un «segnale forte» all'India per far calare la tensione e il proprio isolamento internazionale. In alternativa, ha fatto sapere l'India, il Pakistan deve essere pronto ad assumersi le responsabilità delle «conseguenze» che seguiranno un verdetto giudicato «indifendibile».

@majunteo

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