Sabato 11 marzo la conta dei voti nelle elezioni locali in cinque stati federati indiani - Uttar Pradesh, Manipur, Uttarakhand, Punjab e Goa – ha sancito nuovamente lo strapotere del Bharatiya Janata Party di Narendra Modi nell’India di oggi. Doveva essere il test per misurare lo stato di crisi del partito responsabile della demonetizzazione, ma grazie al carisma di Modi e all’organizzazione maniacale del suo braccio destro, Amit Shah, gli osservatori si sono trovati nuovamente di fronte a una vittoria netta e inattesa del Bjp, che si riconferma un partito personale destinato a uno strapotere incontrastato negli anni a venire.

A poco più di quattro mesi dalla manovra «lacrime e sangue» della demonetizzazione, con l’86 per cento delle banconote ritirate dalla circolazione e un paese semi-paralizzato per almeno 60 giorni, per qualsiasi altro partito di governo in qualsiasi altra democrazia della Terra andare ad elezioni locali sarebbe stato un suicidio. Non per il Bjp di Narendra Modi, che contro ogni aspettativa ha replicato, se non migliorato, la prestazione eccezionale registrata alle nazionali di tre anni fa, massacrando alle urne le varie opposizioni e micro-coalizioni candidate in quattro dei cinque stati di questa tornata elettorale locale.


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Il Bjp ha vinto in Manipur, in Uttarakhand, ha perso di misura ma, grazie a un’alleanza ad hoc, esprimerà il chief minister nel micro-stato di Goa e, senza alcuna sorpresa, ha perso in Punjab, unica nota vagamente positiva per l’Indian National Congress (Inc) della famiglia Gandhi.

Ma, soprattutto, ha stravinto in Uttar Pradesh (Up), che con i suoi 220 milioni di abitanti suddivisi in forti minoranze dalit e musulmane per la destra indiana non è mai stato un territorio «facile».

La performance del Bjp in ottica nazionale si deve misurare sullo strapotere esercitato proprio in Up, dove senza alleanze il partito di Narendra Modi si è aggiudicato quasi il 40 per cento dei voti vincendo 311 seggi al parlamento locale su 403, abbastanza per formare un governo locale stabile e non ricattabile da alleati ondivaghi. Una vittoria di queste proporzioni in Uttar Pradesh per la destra indiana, e per la politica indiana in toto, è un evento storico, in particolar modo per la composizione sociale di un Up in larga parte profondamente rurale, con aritmetiche elettorali che si sovrappongono all’appartenenza castale o religiosa, sulle cui linee si sono sempre mossi i partiti «storici» del Samajvadi Party di Akilesh Yadav (questa volta in coalizione con l’Inc di Rahul Gandhi) e il Bahujan Samaj Party di Mayawati, la «regina dei dalit». Entrambe le formazioni sono uscite disintegrate dallo scontro alle urne, surclassate da un Bjp sempre più a misura del proprio uomo solo al comando, Narendra Modi.

La ricetta per la vittoria ricalca lo scenario già chiaro nelle nazionali del 2014: il carisma straripante di Modi, percepito come un leader «pulito», dalla parte dei poveri e al servizio del popolo, si è sommato all’architettura elettorale di Amit Shah, presidente del Bjp e braccio destro storico di NaMo, capace di imporre candidati vincenti a discapito di potentati locali della destra indiana giudicati, evidentemente a ragione, come incancreniti. Modi e Shah, ormai da tre anni, hanno preso in mano il partito sottraendolo alle spinte dei rappresentanti locali, trasformandolo in un enorme partito-personale nel segno del modismo; che in India significa progresso, ultranazionalismo hindu e populismo. Un mix grazie al quale un partito spiccatamente di destra, espressione sia dei liberali sia dell’estremismo hindu, è in grado oggi di attingere voti da bacini apparentemente antitetici al proprio credo: in Uttar Pradesh, ad esempio, è palese che moltissimi musulmani e moltissimi dalit abbiano preferito aderire alle promesse sfarzose dell’India moderna di Modi (delle quali, dopo tre anni, ancora si deve vedere un effettivo riscontro reale) piuttosto che riaffidarsi ai loro partiti «naturali».

In ottica nazionale, a due anni dalle prossime elezioni, in India non esiste niente e nessuno in grado di contrastare efficacemente l’idea di India di Modi. Unico esempio, difficilmente replicabile, l’alleanza anti-Modi formata da Lalu Jadav Prasad e Nitish Kumar in Bihar, gli unici in grado di fermare l’avanzata del Bjp. E con un Indian National Congress sempre più ridotto ai minimi termini, sommato a una galassia di «partitini» incapaci di scendere a compromessi per un’alleanza di scopo, nel 2019 la riconferma di Modi alla guida del governo indiano appare non solo scontata ma quasi banale.

@majunteo

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