Un avviso all'ingresso di una sala cinematografica invita ad attendere perchè all'interno sta suonando l'inno nazionale indiano.
Un avviso all'ingresso di una sala cinematografica invita ad attendere perchè all'interno sta suonando l'inno nazionale indiano.

Mercoledì 30 novembre una sentenza della Corte suprema ha ufficializzato l'obbligo di trasmettere in tutte le sale da cinema del Paese, prima dell'inizio del film, l'inno nazionale indiano. La consuetudine patriottica, fino ad oggi obbligatoria solo negli stati di Maharashtra e Goa, da oggi diventa imposizione della più alta corte indiana.


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La sentenza, arrivata in tarda mattinata il 30 novembre senza alcuna avvisaglia precedente, impone a tutte le sale da cinema del paese di trasmettere prima di ogni proiezione una parte dell'inno nazionale indiano, accompagnato dalla bandiera nazionale. «L'Inno Nazionale più instillare un senso di patriottismo e nazionalismo» ha spiegato la Corte, chiarendo che «i cittadini devono mostrare rispetto per l'Inno e per la Bandiera». Ovvero alzarsi in piedi ed, eventualmente, cantarlo.

L'inno nazionale indiano, adottato dalla Repubblica nel 1950, è una poesia composta originariamente in bengali da Rabindranath Tagore nel 1911: Jana Gana Mana. Tagore, unico premio Nobel per la Letteratura dell'Asia meridionale, è anche l'autore dell'inno nazionale del Bangladesh.

In tempi recenti intorno all'inno nazionale trasmesso al cinema si sono verificati una serie di episodi di «protesta passiva» da parte di chi, in India, non si sente abbastanza rappresentato dall'istituzione statale. Per contro, la presenza di spettatori non abbastanza patriottici da alzarsi e intonare l'inno in sala ha portato a manifestazioni di rabbia sfociate, in alcuni casi, nella cacciata dal cinema di spettatori troppo poco nazionalisti.

All'inizio anno, ad esempio, a Mumbai un ragazzo di 26 anni è stato costretto a lasciare la sala poiché si era rifiutato di alzarsi durante l'inno, dicendo semplicemente che «non gli andava» e che era libero di fare un po' come gli pareva. Senza contare altri episodi finiti sulla stampa indiana che avevano come protagonisti degli spettatori portatori di handicap - che non si erano alzati per ragioni evidenti -, studenti «di sinistra» o religiosi, come si vede in questo video virale dello scorso anno in cui una famiglia musulmana viene cacciata dal cinema da un gruppo di spettatori offesi.

La versione ufficiale dell'inno comprende solo la prima strofa del poema originale, in cui si lodano le virtù del «detentore del destino dell'India», del «Signore del Destino», il cui nome riverbera «dal Punjab al Sindh, dal Gujarat al Maratha» con riferimenti all'India meridionale, al Bengala, all'Himalaya e all'Oceano Indiano.

Il testo, in passato, ha causato una serie di incomprensioni storiche per via del contesto in cui l'opera fu scritta. Tagore, nel 1911, scrisse il poema dietro commissione dell'Impero britannico, che voleva un'opera celebrativa da mostrare a re Giorgio V, in visita in India. La stampa inglese dell'epoca, dopo aver tradotto il testo, scrisse che si trattava di un inno «dedicato a re Giorgio», interpretando i nomi di luogo e indicazioni geografiche come metafora del territorio sotto il controllo dell'Impero britannico; spiegazione che Tagore stesso, anni dopo, rifiutò in una serie di lettere private, chiarendo che il «Signore del Destino non poteva e non può essere né re Giorgio V né nessun altro re Giorgio», ma si riferiva a un'entità divina.

@majunteo

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