Proteste, aggressioni, minacce di morte al regista: la scena romantica di una pellicola in lavorazione su un'antica regina Rajput infiamma gli estremisti della comunità, erede di una casta di guerrieri. E il partito di Modi soffia sul fuoco. Isteria collettiva o calcolo elettorale?

L'attrice Deepika Padukone e il regista Sanjay Leela Bhansali. REUTERS / Youssef Boudlal
L'attrice Deepika Padukone e il regista Sanjay Leela Bhansali. REUTERS / Youssef Boudlal

Da mesi sezioni particolarmente vicine alla destra hindu appartenenti alla comunità Rajput dell’India settentrionale,  eredi di una casta di guerrieri per secoli signori del Rajasthan, sono in aperta polemica contro la produzione di Padmavati, pellicola diretta e prodotta da Sanjay Leela Bhansali. Il film, secondo le anticipazioni, non è altro che una rivisitazione cinematografica del poema epico Padmavat, risalente al sedicesimo secolo, che narra l’orgogliosa e tragica vicenda della leggendaria Rani Padmini, regina Rajput del forte di Chittor, assediato nel quattordicesimo secolo dalle truppe del sultanato di Delhi guidate dal sultano Alauddin Khiji, deciso a conquistare il forte e la regina, celebre per la sua bellezza.


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Padmini, secondo il poema epico, per evitare la cattura da parte del sultano e mantenere intatto l’onore delle donne del forte, si auto-immolò dandosi fuoco assieme al resto delle mogli Rajput di Chittor.

Nonostante la vicenda sia riconosciuta dall’accademia come frutto della fantasia del poeta sufi – ovvero, musulmano – Malik Muhammad Jayasi, come spesso accade dalle parti dell’ultradestra hindu, il confine tra opera letteraria di carattere epico e trattato storico viene volutamente sfumato, dando alle leggende l’autorevolezza di fatti storici realmente accaduti, specie quando si tratta di scontri tra hindu e musulmani.

Dall’inizio del 2017 è iniziata a girare la voce che il film comprendesse una scena romantica tra Rani Padmini – interpretata da Deepika Padukone – e Alauddin Khiji – interpretato da Ranveer Singh -, insieme in un passaggio sognato da uno dei due protagonisti. Nonostante il regista abbia più volte negato di aver girato una scena simile, gruppi Rajput vicini all’ultradestra hindu sin da gennaio sono scesi sul piede di guerra, minacciando ritorsioni e boicottaggi se si fosse proiettato in sala un film reo di «travisare fatti storici», «non rispettare la sensibilità e l’onore dei Rajput» e «infangare la memoria di Rani Padmini».

Negli ultimi undici mesi, si sono registrate proteste in diversi stati dell’India: in Rajasthan, dove la troupe di Padmavati stava girando nella città di Jaipur, il regista è stato aggredito da un gruppo di militanti del gruppo estremista hindu Rajput Karni Sena; in Maharashtra, nel mese di marzo, il set del film allestito a Kolhapur è stato dato alle fiamme; nel mese di ottobre, in Gujarat, lo stesso gruppo estremista ha vandalizzato un rangoli ispirato alla pellicola realizzato da un artista locale in un centro commerciale. Minacce di bruciare i cinema che proietteranno il film sono state diffuse in Rajasthan, Uttar Pradesh, Madhya Pradesh, Punjab, Haryana, Gujarat e Maharashtra, dove la presenza di Rajput è significativa.

Alle proteste della folla, specie nelle ultime settimane, si sono aggiunte minacce dirette all’incolumità degli attori e del regista, estese sia da gruppuscoli dell’estremismo hindu sia da esponenti di rilievo del Bharatiya Janata Party (Bjp), partito della destra hindu al governo federale col primo ministro Narendra Modi. Si va dalla ricompensa di 50 milioni di rupie per chi porterà la testa del regista Bhansali e dell’attrice Padukone, al doppio rilanciato dal responsabile media del Bjp in Haryana Suraj Pal Amu, che in un comizio ha anche minacciato il protagonista Singh di spezzargli le gambe se non ritirerà le dichiarazioni di sostegno alla pellicola diramate qualche giorno fa. Infine, 10 milioni di rupie saranno date a chi «brucerà viva» Deepika Padukone, secondo una taglia diramata dal gruppo estremista hindu Akhil Bharatiya Kshatriya Mahasabha di Bareilly, Uttar Pradesh.

Siamo alla follia diffusa? Sì, e non è la prima volta che gli sgherri dell’ultrainduismo mostrano i muscoli in casi simili, dimostrando di saper muovere centinaia di invasati con estrema facilità sia per dare alle fiamme un cinema, sia – ed è questo il punto – per votare il «candidato giusto» alle urne.

Perché, nonostante la produzione del film abbia volontariamente fatto slittare l’uscita della pellicola dopo il primo dicembre, nessuno abbia ancora visto il film e l’organo della censura nazionale non abbia dato ancora l’ok per la distribuzione nelle sale, la polemica continua a montare?

L’ipotesi più realistica è che questo caos sia funzionale alle vicine elezioni in Gujarat, spingendo l’elettorato Rajput a votare per il Bjp che, curiosamente, è al governo in tutti gli stati interessati dalle proteste contro Padmavati escluso il Punjab. E infatti nessuna carica del Bjp, né locale né tantomeno nazionale, si è esposta per garantire quello che nella democrazia indiana dovrebbe essere un diritto: recitare, produrre o dirigere un film di fantasia, tratto da un’opera di fantasia, senza dover subire minacce di morte.

Da più parti si grida all’ennesima regressione – questo il termine usato da Ranveer Singh in un comunicato – della società indiana in termini di libertà d’espressione. Una tendenza che non ha fatto altro che acutizzarsi durante gli ultimi anni ma che, francamente, non sembra essere una priorità né per la classe politica indiana, né per l’elettorato, né per la cosiddetta classe dirigente.

@majunteo

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