Il blocco di gran parte delle dogane al confine indiano sta mettendo in ginocchio il Nepal. Da Kathmandu ai villaggi la scarsità di gas per cucinare, benzina e medicine continua ad acuirsi, frutto dei tre mesi di protesta della comunità Madhesi nella regione del Terai, che vuole delle modifiche alla nuova Costituzione passata a settembre.


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Thamel è il quartiere dei turisti di Kathmandu. Un ammasso di guesthouse, bancarelle, locali e ristoranti fatti a misura di viaggiatore zaino in spalla, alpinista o «viaggiatore del mio inner self», come mi è capitato di sentire recentemente, con sommo rammarico.

A novembre si può godere degli ultimi scampoli di autunno nepalese, periodo perfetto per il trekking: mai troppo caldo di giorno, mai troppo freddo di notte. E a Thamel, dove i detriti lasciati dall'ultimo terremoto sono stati in gran parte occultati alla vista del turista (ma basta addentrarsi nei viottoli laterali per trovarli), tutto era pronto per accogliere una massa di turisti che avrebbe dovuto dare fiato a un paese in via di ricostruzione post terremoto.

Le cose non stanno andando come auspicato. L'altra sera, in una bettola a conduzione familiare, verso le 9 mi ritrovavo da solo a mangiare seduto al tavolo dei proprietari: l'uomo, che alla mia domanda sulla situazione del gas a Kathmandu ha tagliato corto con «very bad, very very bad», armeggiava con scotch e fogliettini bianchi aiutato dal figlio, modificando tutti i prezzi del menù giallo plastificato. È il rincaro minimo che gli esercizi più piccoli sono costretti ad applicare ai prezzi regolari per far fronte all'aumento vertiginoso delle bombole del gas, ora gestite quasi interamente dal mercato nero. «Prima del blocco, riempivamo la bombola del gas da 15 litri con 1500 rupie nepalesi; oggi, al mercato nero, una bombola non costa meno di 10mila rupie» mi confida la commessa di un negozio di telefonini, accusando il nuovo governo di coalizione comunista di essere un  «branco di incompetenti».

 Stesso discorso per la benzina, col traffico della capitale che rispecchia il potere d'acquisto (o la costanza) di una parte della popolazione più agiata (o più paziente). Prima del blocco, un litro di benzina costava 140 rupie; oggi, al mercato nero, non meno di 500. I casi sono due: o si hanno soldi da spendere subito, e allora si prende contatto con «delle persone» non meglio specificate per fare il pieno, oppure ci si mette in fila alle pompe di benzina, al momento presidiate da soldati dell'esercito. E si aspetta, almeno tre giorni, per avere diritto al razionamento del carburante rimasto.

 Uscendo da Kathmandu con un autobus locale, strapieno all'interno e sul tetto, la fila di camion, taxi e autobus rimasti a secco si allunga per chilometri al bordo della strada, fino oltre i confini della città.

Nelle campagne la situazione è ancora più drammatica. Nei villaggi del distretto di Sindhupalchowk, cinque ore a nord-est da Kathmandu, i tentacoli del mercato nero - come quelli degli aiuti post terremoto, di cui parleremo prossimamente - stentano ad arrivare. Gli unici mezzi che girano per Chautara, la capitale del distretto, sono marchiati Nazioni Unite, ai quali si aggiungono alcune moto e camion di autisti reduci dai tre giorni di attessa di cui sopra. Le bombole del gas sono introvabili e ci si arrangia con forni interrati costruiti sul bordo delle strade: la legna da bruciare si taglia dagli alberi circostanti o, più spesso, si recupera dai detriti lasciati dal terremoto: dopo oltre sei mesi dallo scorso 25 aprile, le rovine delle case crollate sono ancora in bella vista o, al massimo, custodite nelle tende da campo lasciate dall'esercito cinese, dall'Unicef o dalla Croce Rossa Internazionale. Gli abitanti hanno separato il cemento dalla legna, che chiusa nelle tende rimane asciutta, pronta da bruciare.

La crisi del paese è dovuta alle proteste che da agosto agitano la zona del Terai, dove i Madhesi - «la gente delle pianure», dicono a Kathmandu - hanno bloccato le principali arterie stradali che collegano il Nepal con l'India, attraverso il Bihar. Arterie in senso strettamente cardiovascolare: senza il flusso continuo di merci dall'India, dal quale l'economia nepalese dipende quasi totalmente, il paese è destinato a fermarsi.

I Madhesi, un gruppo etnico che occupa la pianura del Terai senza soluzione di continuità dal Nepal all'India, ritengono che la nuova costituzione passata a larga maggioranza lo scorso agosto ostacoli la rappresentanza della comunità in parlamento e imponga una frammentazione del territorio in nuovi distretti che, sempre secondo i Madhesi, minerebbe il consenso dei loro partiti locali. È una questione di autonomia locale: i Madhesi vogliono poter decidere del loro territorio, sfilandosi dalla gestione centralizzata di Kathmandu, dove a livello politico non sono adeguatamente rappesentati. La popolazione Madhesi, secondo le cifre che circolano sui media locali, si aggira intorno al 30 per cento della popolazione nepalese.

La protesta dei Madhesi è stata, in via ufficiosa, sostenuta anche dall'India, che ha cercato di influenzare la stesura della costituzione nepalese suggerendo cambiamenti che venissero incontro alle richieste dei Madhesi: un'ingerenza che la classe dirigente nepali - quasi totalmente «gente delle colline» di casta alta - ha rigettato difendendo il diritto del paese di decidere autonomamente della propria carta costituzionale. A proteste in corso, il governo nepalese ha accusato l'India di aver imposto un blocco unilaterale del commercio, lasciando il paese senza alcuna alternativa: il confine cinese, tutto nella zona himalayana, rende l'approvvigionamento di merci dalla Cina questione logisticamente complessa. Pechino e Kathmandu stanno trattando per aprire tra quattro e sei nuovi collegamenti stradali per far arrivare benzina dalla Cina: ma mancano le infrastrutture (che realizzerebbe comunque Pechino, come solito), mancano accordi commerciali e, soprattutto, manca tempo.

Ora, a tre mesi dall'inizio della protesta e continue manifestazioni violente contro la polizia nel Terai, anche le Nazioni Unite - attraverso l'Unicef - lanciano l'allarme per una crisi umanitaria in arrivo. Senza benzina è impossibile trasportare qualsiasi merce per il paese, e le scorte stanno finendo: gli ospedali denunciano mancanza di medicinali (tutti acquistati dall'India) e anche i beni primari, come l'olio per cucinare, subiscono il rincaro del blocco: da 130 rupie per un litro di olio di semi, oggi, a Kathmandu si è passati a 280.

New Delhi, con la crisi nepalese, ha l'occasione di agire davvero da futura potenza dell'area, facilitando la mediazione tra il governo nepalese e i rappresentanti Madhesi, che con l'India condividono intere famiglie allargate (che facilitano i rapporti commerciali, considerando che i nepalesi possono andare e venire dall'India senza visto).

Cosa che per ora il primo ministro Modi si sta rifiutando di fare, lasciando cadere la questione al confine col Nepal in un silenzio quasi irreale sui media indiani.

A Kathmandu sta montando un sentimento anti-indiano preoccupante e finché l'India fingerà che il problema nepalese non sia anche un suo problema (con migliaia di nepalesi residenti in India e un monopolio storico degli affari commerciali in Nepal), la minaccia di un paese letteralmente in ginocchio appena al di là del confine nord rimane molto probabile. Una bomba geopoloticia pronta ad esplodere che Delhi potrebbe disinnescare facendo valere la propria - presunta - influenza diplomatica.  Non agire, oggi, significa essere diretti responsabili di una crisi che arriverà e per la quale tutte le parti politiche in causa (governo nepalese, Madhesi e India) sono destinati a pagare uno scotto enorme davanti alla comunità internazionale.

E davanti a milioni di nepalesi che vedono l'inverno arrivare senza che nessuno faccia nulla per loro. In case temporanee di lamiera, senza gas, senza benzina, senza medicine, senza cibo.

@majunteo

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