Il Bharatiya Janata Party di Narendra Modi, forte della vittoria plebiscitaria in dell'Uttar Pradesh, sabato 18 marzo ha svelato il nome del chief minister che reggerà le sorti di uno stato da 220 milioni di persone, un quinto delle quali di fede musulmana. Si tratta di Yogi Adityanath, religioso a capo del tempio hindu di Gorakhnath nella cittadina di Gorakhpur e rappresentante dell'estremismo hindu più divisivo e criminale dell'intero Uttar Pradesh. La scelta dimostra lo stato di supremazia totale del Bjp di oggi e annuncia il disastro imminente della democrazia in India.


LEGGI ANCHE : Militari bangladeshi assediano terroristi a Syleth da quattro giorni


La scorsa settimana, commentando i risultati delle elezioni locali in cinque stati federali della Repubblica indiana, davamo conto dell'imbattibilità manifesta del Bjp nella versione accentratrice sancita dall'ascesa della coppia Amit Shah - Narendra Modi, capace di imporre una narrativa dello sviluppo e del progresso affiancata da un rinnovato sentimento di orgoglio nazionalista hindu. Un dato di fatto che, nella speranza di molti osservatori, si intendeva come un apparente superamento - seppur maldestro - della classica «politica comunitaria e castale» sistematicamente adottata come metodo di propaganda elettorale in uno stato socialmente e religiosamente eterogeneo. La speranza, insomma, che dopo la retorica antimusulmana e antidalit rievocata per assicurarsi il voto della maggioranza hindu a poche settimane dall'apertura delle urne, una volta portata a casa la vittoria potesse emergere una leadership locale votata alle parole d'ordine del modismo, quel «vikas» (progresso, in hindi) in grado di far sognare le masse rurali indiane.

La nomina di Yogi Adityanath alla carica di chief minister dell'Uttar Pradesh è, platealmente, una scelta di segno diametralmente opposto.
Adityanath, mahant («abate» del tempio hindu) del Gorakhnath Mandir di Gorakhpur, a soli 44 anni già vanta cinque rielezioni consecutive come rappresentante della propria cittadina nel parlamento federale di New Delhi: un seggio controllato dal mahant di Gorakhnath da quasi mezzo secolo lasciato in dote ad Adityanath, assieme alla reggenza del tempio, dal suo «padre spirituale» Avaidyanath.

Un, diremmo in Italia, «radicamento sul territorio» fondato esclusivamente sull'ideologia ultranazionalista hindu, hindutva, e alimentato da un interventismo puntuale e, spesso, criminale, nelle frizioni comunitarie locali grazie a un vero e proprio esercito di fedeli agli ordini del capo. I membri dell'Hindu Yuva Vahini, la «milizia» fondata dallo stesso Adityanath come «movimento giovanile a difesa dell'induismo», negli anni sono stati coinvolti in innumerevoli missioni punitive in tutto il territorio dell'Uttar Pradesh orientale, dove lo Yogi vanta una fama incontrastata. Lo stesso Yogi si è fatto portavoce di istanze al vetriolo attraverso comizi tenuti in tutto lo stato dove, vado a memoria, si esortava la comunità hindu a ritorsioni da aritmetica nazista in caso di torti subiti per mano dei musulmani («se uccidono un hindu noi non andiamo dalla polizia, ma uccideremo 10 musulmani), accompagnandosi ad altri personaggi che, in simili circostanze, esortavano la folla a dissotterrare e violentare i cadaveri delle donne musulmane.

Sostenitore del bando nazionale per la macellazione delle mucche e portabandiera del movimento Ram Janmabhoomi, che vorrebbe costruire un tempio di Ram sopra le ceneri della moschea di Ayodhya già distrutta dai seguaci della destra hindu all'inizio degli anni '90, Adityanath al momento ha collezionato una serie di denunce che vanno dalla rivolta al possesso di arma letale, dal tentato omicidio all'incitazione all'odio, dalle minacce alla dissacrazione di cimiteri musulmani: elenco, va detto, in continuo aggiornamento.

Questo, grosso modo, l'identikit della persona che per i prossimi cinque anni, salvo elezioni anticipate, è designata a governare un Uttar Pradesh dove un quinto della popolazione (su 220 milioni di persone) è di fede musulmana. E dove, soprattutto, tra due anni si giocherà una partita fondamentale durante le elezioni nazionali che dovrebbero sancire il secondo mandato di Narendra Modi alla guida del paese.

Che segnale ha voluto mandare il Bjp nominando Adityanath come chief minister in Uttar Pradesh? È evidente che Modi, dietro alle pose da statista riformatore, non ha alcuna intenzione di abbandonare l'agenda divisiva dell'hindutva, spingendo su una polarizzazione della società indiana funzionale allo scontro interreligioso e intercastale. Una strategia che, in vista delle prossime elezioni nazionali nel 2019, risulta ben più promettente in termini elettorali rispetto alla speranza di potersi giocare la rielezione mostrando al popolo indiano gli effetti di quel progresso tanto annunciato e, soprattutto in Uttar Pradesh, ancora latente.

Adityanath alla guida dell'Uttar Pradesh mostra il lato più criminale, ultranazionalista e divisivo del Bharatiya Janata Party, annunciando tempi ancora più duri e sanguinosi per la democrazia indiana, a partire dalle istanze di Ayodhya: negli anni '90 gli scontri intercomunitari tra hindu e musulmani causati dalla distruzione della moschea Babri portarono a diverse migliaia di morti in tutto il paese. Uno scenario che oggi, con la destra ultranazionalista hindu al potere in Uttar Pradesh, rischia di ripetersi.

@majunteo

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE